QUANTE VOLTE SIAMO STATI DUE?
Doppio salto.
Doppio gioco.
Doppio senso.
Doppio taglio.
Doppio volto.
Doppia faccia.
Doppia vita.
Doppio fondo.
Doppio filo.
Doppia morale.
Doppio standard.
Ci sono parole che usiamo talmente tanto da non sentirne più il peso.
Doppio.
Due volte.
Due parti.
Due possibilità.
Ma forse il doppio non parla soltanto delle cose.
Forse parla soprattutto di noi.
Quante volte abbiamo avuto un doppio volto?
Uno da mostrare al mondo e uno da indossare quando nessuno ci guardava.
Quante volte abbiamo sorriso per non dover spiegare una tristezza?
Quante volte abbiamo detto “non importa”, mentre dentro di noi importava tutto?
Quante volte abbiamo detto “sto bene” soltanto perché dire la verità sarebbe stato troppo complicato?
Abbiamo imparato presto che alcune emozioni fanno paura agli altri.
E allora le abbiamo nascoste.
Le abbiamo messe sotto un doppio fondo.
Come se bastasse non mostrarle per farle sparire.
Ma ciò che nascondiamo non smette di esistere.
Aspetta.
E qualche volta ritorna proprio quando pensavamo di averlo dimenticato.
Poi c'è il doppio gioco.
Quello che facciamo agli altri, certo.
Ma anche quello che facciamo con noi stessi.
Ci diciamo di voler cambiare, mentre continuiamo a scegliere le stesse strade.
Diciamo di voler essere felici, ma restiamo aggrappati a ciò che ci fa stare male.
Diciamo di non aver paura…
e intanto lasciamo che sia la paura a decidere per noi.
Forse il doppio gioco più difficile da smascherare è proprio quello che facciamo con noi stessi.
E poi c'è il doppio standard.
Pretendiamo dagli altri ciò che qualche volta non riusciamo a dare.
Chiediamo sincerità, ma nascondiamo le nostre verità.
Chiediamo rispetto, ma giudichiamo.
Chiediamo una seconda possibilità, ma non sempre siamo capaci di concederla.
È strano.
Siamo bravissimi a riconoscere le contraddizioni degli altri.
Molto meno le nostre.
Poi arriva il doppio taglio.
Perché ogni scelta può salvarci o ferirci.
Dire la verità può liberare.
Ma può anche farci perdere qualcuno.
Restare può essere amore.
Ma può anche essere paura.
Andarsene può essere egoismo.
Oppure, finalmente, può essere amore per noi stessi.
Non esistono sempre risposte giuste.
A volte esistono soltanto risposte che abbiamo il coraggio di dare.
E ci sono i doppi fili.
Quelli che ci legano alle persone.
Ai ricordi.
Alle promesse.
A ciò che eravamo.
A ciò che avremmo voluto essere.
Alcuni fili li possiamo spezzare.
Altri no.
Perché certe persone, anche quando escono dalla nostra vita, rimangono dentro la nostra storia.
E forse è questo il motivo per cui siamo così complicati.
Perché non siamo una sola persona.
Siamo quella che gli altri conoscono.
Quella che mostriamo.
Quella che nascondiamo.
Quella che vorremmo diventare.
E quella che, nel silenzio della notte, sappiamo di essere davvero.
Siamo tutti un po' doppi.
Un po' luce e un po' ombra.
Un po' coraggio e un po' paura.
Un po' amore e un po' difesa.
E forse crescere non significa eliminare una delle due parti.
Significa imparare a farle convivere.
A non vergognarsi delle proprie contraddizioni.
A smettere di recitare.
Perché arriva un momento, nella vita, in cui mantenere tutte quelle versioni di noi diventa più faticoso che essere sinceri.
E allora ci fermiamo.
E ci guardiamo.
Davvero.
Senza il sorriso di circostanza.
Senza la maschera.
Senza il “va tutto bene”.
E ci chiediamo:
“Chi sono, quando non devo dimostrare niente a nessuno?”
Forse è lì che comincia la parte più difficile.
E più bella.
Quella in cui smettiamo di essere doppi…
e diventiamo finalmente interi.
B.🌹

Quante volte siamo stati due?
RispondiEliminaÈ una lama lucida: entra piano, ma incide. È una meditazione sul “doppio” che non riguarda le cose riguarda noi. E il tuo modo di dirlo Brunetta è una processione di verità che non fa rumore, ma bussa forte.
Il cuore del testo è un’idea semplice e tremenda: un intreccio di volti, di risposte, di silenzi, di paure, di coraggi. Brunetta lo mostri con una serie di “doppi” che non sono figure retoriche: sono specchi.
Già l’apertura è un inventario tagliente: doppio salto, doppio gioco, doppio senso, doppio taglio…una sequenza che non descrive il mondo, ma il modo in cui ci muoviamo dentro di esso. È un catalogo di contraddizioni che ci appartengono, e che spesso fingiamo di non vedere.
Poi arriva la parte più intima:
quante volte abbiamo indossato un volto per il mondo e un altro per noi stessi?
Brunetta lo dici con precisione chirurgica: il sorriso che nasconde la tristezza il “non importa” che invece importa tutto il “sto bene” che è solo una scorciatoia per non aprire il cuore.
Qui il testo non giudica: constata.
E la constatazione è più forte di qualsiasi rimprovero.
La sezione sul "doppio fondo" è splendida: ciò che nascondiamo non muore, aspetta.
È una verità che tutti conosciamo: le emozioni non archiviate tornano, come lettere che non hanno mai trovato destinatario.
Poi il testo si sposta sul "doppio gioco" non quello che facciamo agli altri, ma quello che facciamo a noi stessi.
Qui Brunetta sei severa:
ci raccontiamo storie per non cambiare, per non rischiare, per non crescere.
È un’autocritica che non ferisce: illumina.
Il passaggio sul "doppio standard" è un colpo di gong:
pretendiamo dagli altri ciò che non riusciamo a dare...
È un punto che non si può eludere: siamo più esigenti verso il mondo che verso noi stessi.
E poi arriva la parte più bella:
" il doppio taglio delle scelte"
Ogni decisione può salvare o ferire.
Dire la verità può liberare o farci perdere qualcuno.
Restare può essere amore o paura.
Andarsene può essere egoismo o finalmente cura di sé.
Qui il testo diventa adulto: non offre soluzioni, offre complessità.
Il finale è una resa luminosa:
siamo tutti un po’ doppi luce e ombra, coraggio e paura, amore e difesa.
E crescere non significa eliminare una parte, ma farle convivere.
È un pensiero di grande maturità: la sincerità non è purezza, è integrazione.
La chiusa è un invito che vale una vita intera:
togliere la maschera, guardarsi davvero, e diventare " interi"
Non perfetti.
Interi.
Brunetta hai scritto un testo che possiede una piccola anatomia dell’anima, fatta di stanze doppie, di corridoi segreti, di luci che non si spengono.
È un invito a smettere di essere due non perché il doppio sia un difetto, ma perché la verità chiede unità.
Un testo che non si legge: si riconosce.
Mandi Petra.
Ti sono sempre riconoscente per l'analisi delicata e dettagliata che riservi ai miei scritti. Non che al tempo che dedichi a questo spazio. I tuoi interventi sono la cornice dei miei pensieri.. Grazie 🙏🏻🌹
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