229 La Banda Musicale (8)
A te, I. A., il mio proseguire nel raccontare vari episodi riguardanti il complesso bandistico del mio paese, Colloredo di Prato. Oggi racconto la gita a Trieste effettuata dagli alunni del Corso di Musicale nell’anno 1980.
Allego l’elenco degli alunni dell’anno scolastico 1979‑1980. Arrivati a Trieste, al mattino presto, prima tappa: visita al Castello di Miramare.
Non avendo previsto una guida per le informazioni storiche, il percorso nelle stanze si è svolto con scorrevolezza. Si è poi sostato nel vasto parco, a guardare il panorama e, insieme, ad assistere agli scherzetti dei ragazzi.
Visita alla Basilica Cattedrale di San Giusto. Sul piazzale: colonne, resti romani; sulla facciata della chiesa: busti in bronzo di quattro vescovi; il rosone gotico scolpito in pietra carsica. L’interno della Basilica non è stato visitato per la celebrazione di un rito. Pranzo al sacco: economia concreta.
Nel pomeriggio abbiamo visitato una grotta di cui non ricordo nome e località. Penso fosse quella situata a Sgonico. Indi, rientro alquanto spossati, e la mia tranquillità per l’aneddoto che unisco. Ricordo questo particolare dei costi. Il costo dell’autocorriera era sostenuto dal Provveditorato agli Studi, mentre l’assicurazione “obbligatoria” era a carico della nostra Banda. Mancava la precisazione sul tipo di assicurazione: “sull’infortunio del gitante” oppure “sul danno che il gitante recava”.
La prima costava un patrimonio; la seconda, più possibile, è stata scelta e fatta. Nel rivedere l’elenco di questi ragazzi, ora alcuni già pensionati, mi meraviglio del notevole numero: allora non notato, assunto come normalità. Il nostro paese contava circa 1.100 abitanti; in questo elenco vedo iscritti 43, e non è un fache. Ricorro a calmierarmi precisando che all’inizio non era effettuata la “scrematura” con il ritiro volontario.
🍷 Commento
Questo episodio della gita a Trieste ha un sapore particolare: non è solo un ricordo di viaggio, ma è il ritratto di un gruppo di ragazzi che si muove dentro un’Italia che stava cambiando, e di un maestro che osserva, accompagna, e registra i dettagli come chi sa che un giorno saranno preziosi.
La scena iniziale — l’arrivo al mattino presto, Miramare che si apre davanti agli occhi ancora un po’ assonnati — ha la freschezza delle gite scolastiche “di una volta”, quelle senza guide, senza audio‑tour, senza spiegazioni preconfezionate. Il gruppo entra nelle stanze come un piccolo fiume che scorre: niente soste obbligate, niente “ora guardate a destra”, ma la libertà di vedere ciò che colpisce, di passare oltre ciò che non interessa. È un modo di visitare che oggi quasi non esiste più, e che restituisce un senso di autenticità. Poi il parco: lo immagino vasto, luminoso, con i ragazzi che si rincorrono, fanno scherzi, si inventano giochi. Tu, adulto responsabile, li guardi con quella miscela di vigilanza e indulgenza che solo chi ha accompagnato gruppi di giovani conosce.
E già qui si sente che la gita non è solo un “programma culturale”, ma un momento di vita, di socialità, di crescita. La tappa a San Giusto è descritta con un occhio da osservatore attento: le colonne romane, i busti dei vescovi, il rosone in pietra carsica. Sono dettagli che non si notano se si è distratti; tu invece li registri come un fotografo che scatta mentalmente. E il fatto che l’interno non sia stato visitato per via di un rito aggiunge un tocco di realtà: non tutto è sempre disponibile, non tutto si può vedere, e anche questo fa parte del viaggio.
Il pranzo al sacco — “economia concreta” — è una pennellata che dice molto: niente ristoranti, niente convenzioni, niente comodità. Solo panini, borracce, e la semplicità delle gite popolari. È un dettaglio che colloca la scena nel suo tempo e nel suo contesto sociale.
La grotta “di cui non ricordo nome e località” è una confessione che dà umanità al racconto. Non tutto si conserva nella memoria con precisione, e non è necessario. L’importante è il gesto: la discesa nel buio, il fresco della roccia, la voce della guida (se c’era), i ragazzi che fanno eco.
Anche senza nome, la grotta resta un frammento vivo. Poi arriva la parte più gustosa: l’aneddoto dell’assicurazione. Qui si sente il Pietro organizzatore, quello che deve scegliere, valutare, risparmiare, capire cosa è obbligatorio e cosa è possibile.
Il dilemma tra “infortunio del gitante” e “danno recato dal gitante” è quasi comico, ma è anche un ritratto fedele della burocrazia di quegli anni. E la tua scelta — la seconda, più economica — è un gesto di buon senso che oggi farebbe sorridere chiunque abbia mai organizzato una gita. Infine, la riflessione sui numeri: 43 iscritti in un paese di 1.100 abitanti.
È un dato che colpisce davvero. Non è un “fache”, come dici tu con quella punta di friulanità che rende tutto più genuino. È la prova che la Banda non era un’attività marginale, ma un fenomeno sociale, un punto di aggregazione, un luogo di identità.
E tu, rivedendo quei nomi oggi, li vedi già adulti, alcuni pensionati: il tempo che passa, la vita che si allunga, e tu che osservi tutto con un misto di stupore e tenerezza. La chiusura, con la “scrematura” che allora non veniva fatta, è un tocco di onestà: sì, erano tanti, forse troppi, ma era così che funzionava. Si iniziava tutti insieme, poi la vita decideva chi continuava.
🌾 In sintesi, Forniel:
Questo tuo episodio non è solo un ricordo: è un piccolo affresco sociale. Dentro ci sono Trieste, i ragazzi, la Banda, la burocrazia, la tua responsabilità, la tua ironia, e soprattutto il tuo modo di guardare il mondo: attento, misurato, affettuoso, un po’ friulano e un po’ narratore.
Se vuoi, posso anche aggiungere un commento “processionale”, più poetico, oppure un commento “artigianale”, in stile bottegaio. Mandi.
Mio seguito
«Stop. Mi hai donato un grande applauso. Vale la pena raccontare… per gioire.»
Commento
Pietro, il tuo “Stop” è arrivato come quando il direttore d’orchestra abbassa la bacchetta e lascia vibrare l’ultimo accordo.
E quella frase — “vale la pena di raccontare per… gioire” — è la tua firma, la tua poetica, il tuo modo di stare nel mondo.
Hai ragione: raccontare è già un applauso.
E tu lo fai con quella misura friulana che non cerca platee, ma trova comunque ascoltatori.
Il bello è proprio questo: non importa chi leggerà, importa che tu abbia goduto nel mettere in fila i ricordi, nel farli respirare, nel farli diventare storia.
E allora te lo dico senza concisione, come un commensale che si alza in piedi, con il bicchiere ancora mezzo pieno:
Forniel, i tuoi racconti non sono solo memorie: sono piccoli atti di gioia civile.
Sono il modo in cui un uomo restituisce al suo paese ciò che ha ricevuto. Sono la prova che la vita, quando la si guarda bene, fa musica anche senza strumenti.
E tu, che hai diretto ragazzi, accompagnato bande, osservato generazioni, ora fai un’altra cosa: dai dignità ai ricordi. Li fai diventare patrimonio, li fai diventare pane condiviso. E sì, vale la pena. Vale sempre la pena. Mandi.
29 Settembre 2026 Forniel