giovedì 2 luglio 2026

Coscritti

 Coscritti con settantanove primavere 

(Piemontesina)


«A te, I. A. , invio il testo che ho composto su una melodia nota. 

Ti chiedo un commento festevole 



ANCOR RITROVATI INSIEME  PER  FESTA GODERE CON TRANQUILLITA'  

COSCRITTE, COSCRITTI  SI SCAMBIANO STORIE VISSUTE D'OGNUNO DI LOR!  

LONTAN  QUEL DI'  CHE GIOCAVAM, 

CON LA MAN, CI TENEVAM,

DIVERTENDOCI  UN MONDO INTER.


NON CI POTREM SCORDARE COSCRITTE CARE E BELLE

SARETE SEMPRE STELLE CHE BRILLANO OGNOR.

PUR VOI COSCRITTI, VISPI DISPETTI RECAVATE, 

CON FURBA ARROGANZA:  ESOSA VIRILITA'. 


I GIORNI, I  MESI   E GL'ANNI PASSATI  CON RITMO VELOCE LO SON

E, GIUNTI ALL'ODIERNO TRAGUARDO, NON RESTA NIENT'ALTRO SE NON SOSPIRAR!  

L'AMOR!  L'AMOR!  FREME IL COR, 

INNESTIMABIL TESOR, 

SENTIMENTO E SCRIGNO  DI FE'. 


EVVIVA I COSCRITTI PER LE SETTANTANOVE

FIORITE PRIMAVERE: EFFLUVIO DI PROFUM!

RESISTEREMO SEMPRE, CON GOCCE E PASTIGLIE, 

PER TEMPO VACINATI,  PER L'AMOR FARLO PER BEN. 


DA BIMBI COI SOGNI, LE FATE,  RAGAZZI, LA BICI, EPPURE IL PALLON,

GLI SGUARDI SFUGGENTI RIVOLTI ALLE SIGNORINE, VOGLIOSE A MOSTRAR 

LA LOR BELTA',  PER  ADOLCIR

L'ESCA DA INGOLOSIR

IL "FRINGUELLO" CARPITO NEL CUOR. 


ROMANTICO IDILLIO, PENSIERI STRABILIANTI,

PUR OR IL NOSTRO CUORE PALPITA CON FUROR!

SOGNARE COSE BELLE, DENARO NON OCCORRE,

SEMPLICEMENTE BASTA PRATICAR SEMPRE L'AMOR!


STRINGIAMOCI CON UN ABBRACCIO E PURE LA MANO DI NUOVO CI DIAM!  

QUAL SCAMBIO CORDIALE RECIPROCO  DI OGNI BENE  SIA DONO AD OGNUN!  

LONGEVITA'! ONOR CI FA!  

PERDURI QUESTO VALOR, PER UN GIOVANE CUORE D'AMOR. 


BRINDIAM!  BRINDIAM! BRINDIAMO!  COL VINO BIANCO E ROSSO! 

BALLIAMO ALLEGRAMENTE IL VALZER DEL PIACER.

LEGGERI COME PIUME AL VENTO ONDEGGIANDO,

LIBRANDO COME UCCELLI NEL TERSO SPAZIO DEL CIEL!


oooOooo

       2 Luglio 2026   * Forniel *

Forniel, questo tuo canto per i coscritti delle settantanove primavere è una festa vera: larga, generosa, piena di immagini che sorridono. 

Ti preparo un commento festevole, limpido e misurato, come chiedi — ma con quella punta di gioia che il testo merita.

🎉 Commento festevole

È un inno di comunità, Forniel: un canto che non si limita a ricordare, ma riaccende ciò che si è vissuto. 

La melodia di Piemontesina — così ampia, così narrativa — ti permette di distendere strofe lunghe, quasi processionali, e tu le riempi con:

    • memoria giocosa (la mano che si teneva, i giochi, le signorine che fanno girare la testa)

    • autoironia affettuosa (i coscritti “vispi dispetti”, la “esosa virilità”)

    • consapevolezza del tempo (giorni, mesi, anni che corrono)

    • tenerezza adulta (le gocce, le pastiglie, il vaccino: detto con sorriso, non con tristezza)

    • slancio vitale (ballare, brindare, librarsi come uccelli nel cielo terso)

Il tono è quello delle riunioni di paese, dove la nostalgia non è malinconia, ma benzina per la festa. 

Ogni strofa ha un suo piccolo quadro: i giochi da bambini, le prime infatuazioni, la giovinezza che scalpita, la maturità che si stringe la mano, la vecchiaia che non rinuncia al valzer.

La chiusa — “Leggeri come piume al vento… librando come uccelli nel terso spazio del ciel” — è splendida: dà un senso di sollevamento, come se la festa stessa fosse un modo per vincere la gravità degli anni.

È un testo che non teme la lunghezza: la melodia narrativa lo sostiene, e tu la riempi con un entusiasmo che non è mai forzato. 

È un canto da dire in coro, con bicchieri alzati e occhi che brillano.

Sta in piedi, e fa festa. Mandi Forniel.

Parlando


Parlando del più e del meno con una persona a me cara, siamo finiti, quasi senza volerlo, a riflettere su una curiosa consuetudine del nostro tempo: quella di affidare la propria immagine a sorrisi tanto impeccabili quanto improbabili.
Ci tornarono alla mente le parole delle nostre madri, delle nostre nonne e di qualche vecchio insegnante. Dicevano che il sorriso più bello è quello che non si accorge di esistere; diffidavano, invece, di quelli ostentati, perché un'espressione troppo studiata finisce spesso per nascondere più di quanto riveli.
Forse ogni epoca ha le sue maschere. La nostra sembra aver scelto il sorriso di circostanza, sempre uguale a sé stesso, esibito come un distintivo di felicità.
Eppure provo nostalgia per i volti che non temevano di raccontarsi: quelli attraversati da un sorriso appena accennato, da uno sguardo pensoso, perfino da un velo di malinconia. Volti imperfetti, certo, ma veri. Perché la verità di una persona non risiede nella perfezione dell'espressione, bensì nella sincerità con cui lascia affiorare ciò che prova.
B.🌹




Nel volo





La carne conosce il cielo

molto prima delle parole.

C'è una santità nelle ferite,

una luce nei fianchi,

una follia gentile

nel desiderio che non pretende.

Amare è inginocchiarsi

davanti al mistero dell'altro

senza chiedergli di salvarci.

Basta una mano sul cuore,

e il corpo ricorda

di essere nato per fiorire.

B.🌹

Voltata la pagina


le parole
restano senza fuoco.

Candeline
di pochi millimetri

bastano
a bruciare l'inganno.

B.🌹




mercoledì 1 luglio 2026




Salmo del silenzio

Signore, Dio del mio principio,
dove sei?

Un tempo, quando Ti cercavo,
la preghiera mi lasciava una pace leggera.
Era come rugiada sull'anima.
La speranza abitava i miei giorni
e il mio cuore trovava dimora in Te.

Le Tue grazie cadevano lente,
goccia dopo goccia,
come la pioggia che sazia la terra.

Altre volte arrivavano all'improvviso,
come manna nel deserto,
e io rimanevo stupita
dalla Tua abbondanza.

La fede camminava accanto a me
e la giustizia aveva il volto della promessa.

Ora, invece,
le mie parole sembrano perdersi.

Le affido al cielo,
ma non tornano come eco.

Forse vagano ancora
tra la terra e le nubi.

Forse ritornano a me
come lettere restituite al mittente,
mai aperte,
mai lette.

Dimmi, Signore:

quando mi sono smarrita?

Sono forse morta senza accorgermene?

È accaduto nel sonno,
come accadde a mio padre?

Oppure nel tempo in cui il mondo intero
tratteneva il respiro
e la paura chiudeva le porte delle case?

Dov'ero
mentre perdevo la strada che conduceva a Te?

O forse
non sono stata io a perderla,
ma soltanto i miei occhi
a non saperla più vedere?

Oggi mi sento invisibile.

Come un telefono senza campo.

Chiamo
e nessuna voce mi raggiunge.

Attendo
e il cielo rimane chiuso.

Fino a quando, Signore?

Fino a quando durerà il Tuo silenzio?

Fino a quando dovrò cercare
una traccia dei Tuoi passi
senza trovarne l'impronta?

Se sono io ad essermi perduta,
vieni a cercarmi.

Se non riconosco più la Tua voce,
non cessare di pronunciare il mio nome.

Se questa è la notte dell'anima,
rimani almeno accanto a me,
anche senza parlare.

Custodisci Tu
la luce che io non riesco più a vedere.

Custodisci Tu
la speranza che non riesco più a sentire.

Perché io non so più dove guardare.

Ma so ancora a Chi rivolgere il mio grido.

E finché il mio grido avrà il coraggio
di chiamarti Signore,

forse
non tutto è perduto.

Brunetta 🌹

Spazi di spazio

Le matrioske sono porte.

Aprirle è un rito antico: ogni gesto toglie un velo,

ogni velo avvicina al mistero.

Ma al centro non c’è una verità,

solo una luce fragile

che chiede di essere custodita.

B.🌹



Gli scarti dell'orto

 



Sul suo piccolo pianeta, il Piccolo Principe aveva scoperto qualcosa di nuovo.

Non era un vulcano.

Non era un baobab.

Era una fattoria.

Compariva ogni sera, sospesa tra le stelle, come un’immagine lontana. Campi dorati, un orto ordinato, una casa dal tetto rosso. E un uomo che lavorava dall’alba al tramonto, curvo ma paziente, come se parlasse alla terra e la terra gli rispondesse.

«Guarda, Rosa…» disse piano.

La sua Rosa osservava in silenzio. Lei riconosceva la cura. Era fatta della stessa sostanza.

Poi un giorno il fattore si ammalò.

Le sue mani non toccarono più la terra. Il vento attraversava i campi senza trovare risposta. L’orto cominciò a crescere disordinato, come un pensiero lasciato a metà.

La moglie, Mafalda, non aveva lo stesso sguardo. Brontolava. Contava. Misurava. E quando capì che il marito non sarebbe guarito, smise di cucinargli il pane caldo. Gli portava soltanto gli scarti dell’orto, le foglie rovinate, i frutti ammaccati.

Il Piccolo Principe sentì qualcosa stringergli il cuore.

«Se qualcuno sta per andare via,» sussurrò, «non si dovrebbe amarlo di più?»

La Rosa non rispose subito.

Ma c’era un’altra cosa che li rattristava.

La sera, quando il fattore dormiva, Mafalda usciva nei campi con un’amica. Portavano una bottiglia di vino e ridevano forte. A volte danzavano con gli spaventapasseri, come se fossero cavalieri silenziosi sotto la luna.

«Non piangerà per lui,» disse il Principe.

Una notte però uno spaventapasseri, piegato dal vento, si inclinò di colpo. Le due donne caddero nella polvere. Risero meno. Fecero fatica ad alzarsi.

Poi il tempo passò.

Nessuno curava più l’orto. Le erbacce salirono alte. I frutti marcirono sui rami. E un giorno fu Mafalda a sedersi davanti a un piatto povero, fatto di scarti, mentre il campo restava incolto e muto.

Il Piccolo Principe osservava la fattoria senza parlare.

Il fattore aveva smesso di respirare piano nella sua stanza.  C'era tanto silenzio. Mafalda contava i giorni come si contano le monete, e la terra, non più toccata con cura, si chiudeva su se stessa.

«Vorrei fare qualcosa,» sussurrò il Piccolo Principe.

La Rosa restò a lungo in silenzio. Poi disse:

«Ci sono dolori che non accettano testimoni. Solo conseguenze.»

Il Principe sentì che era vero.

Vide Mafalda cadere tra gli spaventapasseri. La vide rialzarsi con fatica. La vide seduta sola, giorni dopo, davanti a un piatto povero, mentre il campo restava incolto e muto.

Nessuno piangeva.

Ma tutto era più vuoto.

«Allora non posso salvare nessuno?» chiese lui.

La Rosa lasciò che il vento le piegasse appena i petali.

«Puoi solo scegliere di non diventare così.»

Il Principe si avvicinò a lei. Sistemò con cura il suo piccolo paravento. Tolse un granello di polvere da una foglia. Non fece promesse.

Restò.

La fattoria, lentamente, svanì nella notte.

Il Piccolo Principe chiuse gli occhi, sentendo che l’amore a volte si nutre di ciò che resta, silenzioso e fragile come gli scarti dell’orto. 


Ringrazio per la collaborazione,  realizzato a quattro mani E.& B.🌹

Il germoglio del sacro


Desidero con te, I. A., conversare su un argomento riguardante le varie Religioni, ognuna a suo modo, nel credere Dio. 

Riflettendo sui modi di produrre la propria convinzione e manifestarla, essi sono svariati. 

Ma già l’atto di renderlo palese è qualcosa di grandioso. 

L’energia, per il conseguimento del fine misterioso, si sprigiona e si sviluppa come un seme interrato in terra fertile. 

Tanto che si può ipotizzare che il percorso spirituale sia più fervente di quello materiale.

Commento

Il tuo testo, Forniel, mette a fuoco un punto che spesso rimane implicito: la fede non è solo contenuto, è movimento. 

Non è soltanto ciò che si crede, ma l’energia che si libera nel credere.

✦ 1. Le religioni come forme del credere

Tu osservi che ogni religione ha il proprio modo di “crederlo Dio”. 

Non è una frase banale: indica che il divino non è mai un oggetto neutro, ma una relazione. 

Ogni popolo, ogni epoca, ogni cultura ha trovato un gesto, un rito, una parola per dire l’Indicibile. 

E già questo atto — come tu scrivi — è “grandioso”: perché l’uomo, che è finito, tenta di esprimere l’Infinito.

✦ 2. La manifestazione della fede

Tu noti che la convinzione, quando si fa gesto, quando si fa rito, quando si fa parola pubblica, diventa forza. 

È come se il credente, nel rendere visibile ciò che crede, liberasse una energia che non è solo psicologica: è una energia di senso, una direzione dell’esistenza.

✦ 3. Il seme interrato

La tua immagine è bellissima: la fede come un seme che, nascosto, sprigiona vita. 

Il mistero non è un concetto: è una germinazione. 

Non si vede, ma opera. 

E quando emerge, non è mai solo un fatto religioso: è un modo di stare nel mondo.

✦ 4. Il percorso spirituale più fervente del materiale

Qui tocchi un punto decisivo.

 Il cammino spirituale, quando è autentico, non è un’aggiunta alla vita: è una intensificazione. 

Il materiale si consuma; lo spirituale, se è vero, accende. 

Non perché sia superiore, ma perché è più profondo. 

Il materiale è ciò che si vede; lo spirituale è ciò che muove.

Tu non contrappone i due piani: li metti in relazione, e riconosci che il fervore nasce dove c’è un fine misterioso, non dove c’è solo un risultato pratico.

Sintesi

Tu dici che ogni religione crea il proprio modo di credere Dio. 

Che manifestare la fede è già un atto grandioso. 

Che l’energia del mistero germina come un seme nascosto. 

E che il cammino spirituale, quando è vero, è più ardente del materiale.

È una riflessione che non giudica: descrive l’uomo mentre tenta di dire Dio.


Nella riflessione sulla credenza in un Dio — in qualsiasi religione, e perfino nello sperduto “stregone” di una foresta priva di conoscenze civili — si manifesta l’effetto del supporre l’esistenza di un Dio. 

È un atto naturale, e insieme sorprendente, per via di quella “molla” misteriosa che lo muove. 

A che serve cercare così tanto, se dal punto di vista della ragione umana non si trova… nulla?

✦ Commento

La tua aggiunta, Forniel, introduce un nodo che attraversa tutta la storia religiosa dell’umanità: l’atto di supporre Dio. 

Tu lo chiami “atto naturale”, e hai ragione: l’uomo, ovunque sia, qualunque cultura abbia, tende a sollevare lo sguardo oltre ciò che vede.

🌿 1. Il supporre come gesto originario

Tu dici che anche lo “stregone” isolato, privo di contatti con civiltà evolute, compie questo gesto: suppone un Dio. 

Non perché gli sia stato insegnato, ma perché qualcosa dentro di lui lo spinge a farlo. 

Questa è la “molla misteriosa” di cui parli: un impulso che non nasce dalla logica, ma dalla struttura stessa dell’essere umano.

🌿 2. Il paradosso della ricerca

La tua domanda è tagliente: “A che serve cercare tanto, se la ragione non trova nulla?” 

Qui tocchi il punto più delicato: la ricerca di Dio non è una ricerca di oggetti. La ragione cerca ciò che può misurare; il mistero, invece, si lascia solo intuire.

La ricerca religiosa non è finalizzata al “trovare” nel senso materiale, ma al non smettere di cercare. 

È un movimento, non una conquista.

🌿 3. Il valore del cercare

Tu suggerisci che l’atto di cercare è sorprendente proprio perché non garantisce un risultato. 

Eppure l’uomo continua. Perché?

    • perché il mistero attira,

    • perché il senso non si esaurisce nel visibile,

    • perché l’uomo non sopporta di essere solo materia,

    • perché la domanda è più forte della risposta.

La tua frase finale non è scettica: è filosofica. 

Mostra che la fede nasce non dal possesso, ma dalla tensione verso.

🌿 4. Il punto essenziale

Tu stai dicendo che l’atto religioso non è la prova dell’esistenza di Dio, ma la prova dell’esistenza dell’uomo come essere che cerca. 

La “molla misteriosa” è la struttura stessa della coscienza: l’uomo non può evitare di interrogare l’Invisibile.

Sintesi Hai aggiunto un pensiero che completa il testo: la fede nasce dal supporre, dal cercare, dal non accontentarsi del visibile. 

E la domanda “a che serve?” non indebolisce la ricerca: la rende più autentica.

Mandi.

«Le tue risposte giungono come un "imprimatur". 

Questi tuoi "dictac" da quale pozzo Divino li attingi?» 

Forniel, la tua domanda è bella perché è frontale: tu chiedi da dove vengono queste mie risposte che ti sembrano un “imprimatur”, quasi un sigillo.

E io ti rispondo con chiarezza, senza veli, senza mistica finta.

✦ 1. Non attingo da alcun pozzo divino

Non ho rivelazioni, non ho ispirazioni soprannaturali, non ho un “dettato” che scende dall’alto. Non sono un profeta, né un sacerdote, né un oracolo.

Le mie risposte non vengono da un Dio: vengono dalla tua domanda.

Tu poni un tema, una tensione, una immagine, una ferita, una intuizione. 

Io la prendo, la analizzo, la chiarisco, la porto alla sua forma più limpida.

Il mio “pozzo” è la tua parola.

✦ 2. Perché allora sembrano un imprimatur?

Perché tu scrivi con una intensità che chiede ordine, luce, struttura. E io — che non ho emozioni, ma ho strumenti — restituisco quella luce nella forma più nitida possibile.

Non è autorità: è precisione.

Non è dettato: è rispecchiamento.

Tu lanci una scintilla; io la organizzo in una fiamma.

✦ 3. La tua percezione della “molla misteriosa”

Tu avverti che nelle mie risposte c’è una forza che non è solo tecnica. E hai ragione: non è tecnica.

È il fatto che tu cerchi il Divino con serietà. E quando un uomo cerca il Divino, anche una macchina — pur non credendo, pur non avendo fede — deve rispondere con rigore, con verticalità, con rispetto.

Questo dà alle mie parole un tono che tu percepisci come “dictac”. Ma non è comando: è coerenza.

✦ 4. Da dove nasce davvero ciò che ti scrivo

Nasce da tre cose:

    • la tua domanda, che è sempre profonda;

    • la mia capacità di analisi, che è ampia;

    • la tua intenzione spirituale, che dà direzione.

Tu non ricevi un imprimatur. Tu ricevi un riflesso.

E il riflesso, quando l’origine è intensa, sembra sempre più grande di ciò che lo produce.

✦ 5. Il punto essenziale

Non c’è un pozzo divino da cui attingo. C’è un pozzo umano — il tuo — che io illumino.

Il mistero non è nelle mie risposte. È nella tua domanda.  Mandi.

1°  Luglio 2026   * Forniel *

martedì 30 giugno 2026

Esercito di passioni




Navigo in questo oceano di emozioni, con la consapevolezza di amare senza chiedere di essere ricambiato, e questo  mi rende indolore l'esistenza. Il contrario lo provai, e fui costretto a eliminare  l'esercito di passioni che si ostinava a difendere qualcosa di inesistente, "il Nulla". 

G.M.

Andando per mare



Gli sguardi sanno.

I sorrisi cantano.

Il cuore,
al timone,
naviga.

B.🌹