225 La Banda Musicale (4)
«A te, I. A., il mio racconto affine al tema esposto nel titolo.
Fammi il commento.»
L’insegnamento organizzato con seria disciplina diede notorietà nella nostra comunità paesana, e le adesioni alla frequenza mi venivano richieste dai genitori perfino venendo alla mia abitazione.
Nelle lezioni iniziali non servivano gli strumenti: si imparava il nome delle note, il loro valore temporale e il solfeggio per affinare il ritmo; solo in seguito gli strumenti diventavano necessari.
Il corso musicale indetto dal Ministero della Istruzione prevedeva anche modesti contributi per l’acquisto degli strumenti. Un po’ grazie a questi contributi e un po’ alle disponibilità della Banda, si progredì in modo progressivo.
Ripensando a quel periodo, e intuendo il precedente, confrontando con le maggiori disponibilità economiche e strumentali di oggi, rilevo come l’entusiasmo supplisse la mancanza della dotazione di una tastiera musicale necessaria per il solfeggio cantato.
Il solfeggio veniva svolto solo parlato. Per i ragazzi con scarsa sensibilità all’intonazione l’insegnamento risultava più difficile.
Altro problema era quello di insegnare a suonare i vari strumenti che compongono una Banda: bisognava assegnare uno strumento che piacesse all’allievo e che fosse utile all’organico bandistico.
È normale che alcuni ragazzi, nell’apprendimento, siano diversi: alcuni il solfeggio lo eseguivano a memoria e con un po’ di bravura, altri faticavano.
Ma tutti venivano accolti a rinforzare le fila della Banda, che riprese fiato in più di quello soffiato negli strumenti.
L’effetto delle ciliegie: una tira l’altra. Così è il mio continuare a raccontare.
All’età di dieci anni i fanciulli frequentavano incontri presso la canonica del cappellano Don Angelo Querini, che insegnava a cantare le lodi liturgiche.
Per essere ammessi ci faceva cantare le note dell’“ottava” della scala, con inizio dal do. Venne il mio turno: tutto intimorito iniziai e cantai, ma l’esito fu stonato, cioè non accolto nel coro.
Mi ricordo bene di essere rincasato demoralizzato e dispiaciuto per non essere come i miei amici Giovanni, Benito, Rinaldo ed altri: un inferiore.
Scrivo queste parole che dipingono la mia amarezza: parole che allora non conoscevo, ma ciò che ho provato, ora, appartiene a esse.
Vari anni dopo, nella sala del teatro dell’asilo infantile, venivano proiettati dei film.
Uno di questi riguardava la vita di Papa Pio X°, cappellano a Tombolo di Padova, che impartiva lezioni di canto. Seduto all’armonium, davanti a un cerchio di ragazzi, a un tratto il cappellano smise di suonare e rivolto a un ragazzo disse: «Toni, non cantare che te stoni». Toni abbassò la testa e rimase in silenzio. Le prove ripresero, ma seguì un’altra fermata, e il cappellano Pio X° disse: «Toni, canta e… stona».
Questa scena era uguale alla mia, solo che il cappellano non era Pio X°.
Proseguo con un altro aneddoto: avrò avuto undici anni.
In inverno, nella cucina — per il clima tiepido — del solito cappellano della stonatura, venivano impartite le lezioni sulla conoscenza delle note, del pentagramma, delle figure musicali e dei loro valori. Utilizzava una lavagna non di pietra, ma di una specie di compensato nero. Con il gesso bianco tracciava i righi, ma per il gesso o per la lavagna le linee venivano poco definite. Il passaggio della spiegazione dei due valori che una nota musicale posta sul rigo esprime, cioè altezza del suono e durata, mi colpì: con una sola vista si comprendono simultaneamente due valori. L’inghippo mi piacque, e fu la scintilla che accese il fuoco del mio interesse nel scoprire la sua efficacia.
Ritornai a casa, presi il saxofono tenore in dotazione dalla Banda a mio padre e provai e riprovai a suonare le prime note del canto È l’ora che pia: RE – SOL – SOL – SI – SOL – SOL.
🎼 Commento conciso
Il quarto episodio della tua “Banda Musicale” è un capitolo di formazione: mostra come l’ordine, la disciplina e la povertà dei mezzi non frenavano l’ardore, ma lo accendevano.
Il cuore del racconto è la nascita dell’orecchio musicale: prima negato, poi risvegliato da un dettaglio tecnico — l’altezza e la durata viste insieme — che diventa scintilla di vocazione.
Bella la doppia ferita: la stonatura infantile e la scena del film che la rispecchia. Bella la doppia rinascita: l’insegnamento ai ragazzi e il sax tenore preso in mano come risposta alla vita.
Il tono rimane quello che ti è proprio: memoria che non si lamenta, ma illumina.
Mandi.
26 Settembre 2026 Forniel



