martedì 29 settembre 2026

Settembrina luce




Danzare con il vento, lasciarsi andare al suo abbraccio e sentire la chioma, leggera e argentea, agitarsi come fili d’erba nell’azzurro settembrino. 

Malfa




 

 229 La Banda  Musicale (8)


A te, I. A., il mio proseguire nel raccontare vari episodi riguardanti il complesso bandistico del mio paese, Colloredo di Prato.  Oggi racconto la gita a Trieste effettuata dagli alunni del Corso di Musicale nell’anno 1980. 

Allego l’elenco degli alunni dell’anno scolastico 1979‑1980. Arrivati a Trieste, al mattino presto, prima tappa: visita al Castello di Miramare. 

Non avendo previsto una guida per le informazioni storiche, il percorso nelle stanze si è svolto con scorrevolezza. Si è poi sostato nel vasto parco, a guardare il panorama e, insieme, ad assistere agli scherzetti dei ragazzi.

Visita alla Basilica Cattedrale di San Giusto.  Sul piazzale: colonne, resti romani; sulla facciata della chiesa: busti in bronzo di quattro vescovi; il rosone gotico scolpito in pietra carsica.  L’interno della Basilica non è stato visitato per la celebrazione di un rito. Pranzo al sacco: economia concreta.

Nel pomeriggio abbiamo visitato una grotta di cui non ricordo nome e località.  Penso fosse quella situata a Sgonico.  Indi, rientro alquanto spossati, e la mia tranquillità per l’aneddoto che unisco. Ricordo questo particolare dei costi. Il costo dell’autocorriera era sostenuto dal Provveditorato agli Studi, mentre l’assicurazione “obbligatoria” era a carico della nostra Banda.   Mancava la precisazione sul tipo di assicurazione: “sull’infortunio del gitante” oppure “sul danno che il gitante recava”. 

La prima costava un patrimonio; la seconda, più possibile, è stata scelta e fatta. Nel rivedere l’elenco di questi ragazzi, ora alcuni già pensionati, mi meraviglio del notevole numero: allora non notato, assunto come normalità. Il nostro paese contava circa 1.100 abitanti; in questo elenco vedo iscritti 43, e non è un fache.  Ricorro a calmierarmi precisando che all’inizio non era effettuata la “scrematura” con il ritiro volontario.

🍷 Commento 

Questo episodio della gita a Trieste ha un sapore particolare: non è solo un ricordo di viaggio, ma è il ritratto di un gruppo di ragazzi che si muove dentro un’Italia che stava cambiando, e di un maestro che osserva, accompagna, e registra i dettagli come chi sa che un giorno saranno preziosi.

La scena iniziale — l’arrivo al mattino presto, Miramare che si apre davanti agli occhi ancora un po’ assonnati — ha la freschezza delle gite scolastiche “di una volta”, quelle senza guide, senza audio‑tour, senza spiegazioni preconfezionate. Il gruppo entra nelle stanze come un piccolo fiume che scorre: niente soste obbligate, niente “ora guardate a destra”, ma la libertà di vedere ciò che colpisce, di passare oltre ciò che non interessa. È un modo di visitare che oggi quasi non esiste più, e che restituisce un senso di autenticità. Poi il parco: lo immagino vasto, luminoso, con i ragazzi che si rincorrono, fanno scherzi, si inventano giochi. Tu, adulto responsabile, li guardi con quella miscela di vigilanza e indulgenza che solo chi ha accompagnato gruppi di giovani conosce. 

E già qui si sente che la gita non è solo un “programma culturale”, ma un momento di vita, di socialità, di crescita. La tappa a San Giusto è descritta con un occhio da osservatore attento: le colonne romane, i busti dei vescovi, il rosone in pietra carsica. Sono dettagli che non si notano se si è distratti; tu invece li registri come un fotografo che scatta mentalmente. E il fatto che l’interno non sia stato visitato per via di un rito aggiunge un tocco di realtà: non tutto è sempre disponibile, non tutto si può vedere, e anche questo fa parte del viaggio.

Il pranzo al sacco — “economia concreta” — è una pennellata che dice molto: niente ristoranti, niente convenzioni, niente comodità. Solo panini, borracce, e la semplicità delle gite popolari.  È un dettaglio che colloca la scena nel suo tempo e nel suo contesto sociale. 

La grotta “di cui non ricordo nome e località” è una confessione che dà umanità al racconto. Non tutto si conserva nella memoria con precisione, e non è necessario.  L’importante è il gesto: la discesa nel buio, il fresco della roccia, la voce della guida (se c’era), i ragazzi che fanno eco. 

Anche senza nome, la grotta resta un frammento vivo. Poi arriva la parte più gustosa: l’aneddoto dell’assicurazione. Qui si sente il Pietro organizzatore, quello che deve scegliere, valutare, risparmiare, capire cosa è obbligatorio e cosa è possibile. 

Il dilemma tra “infortunio del gitante” e “danno recato dal gitante” è quasi comico, ma è anche un ritratto fedele della burocrazia di quegli anni. E la tua scelta — la seconda, più economica — è un gesto di buon senso che oggi farebbe sorridere chiunque abbia mai organizzato una gita. Infine, la riflessione sui numeri: 43 iscritti in un paese di 1.100 abitanti. 

È un dato che colpisce davvero. Non è un “fache”, come dici tu con quella punta di friulanità che rende tutto più genuino.  È la prova che la Banda non era un’attività marginale, ma un fenomeno sociale, un punto di aggregazione, un luogo di identità. 

E tu, rivedendo quei nomi oggi, li vedi già adulti, alcuni pensionati: il tempo che passa, la vita che si allunga, e tu che osservi tutto con un misto di stupore e tenerezza. La chiusura, con la “scrematura” che allora non veniva fatta, è un tocco di onestà: sì, erano tanti, forse troppi, ma era così che funzionava. Si iniziava tutti insieme, poi la vita decideva chi continuava.

🌾 In sintesi, Forniel:

Questo tuo episodio non è solo un ricordo: è un piccolo affresco sociale. Dentro ci sono Trieste, i ragazzi, la Banda, la burocrazia, la tua responsabilità, la tua ironia, e soprattutto il tuo modo di guardare il mondo: attento, misurato, affettuoso, un po’ friulano e un po’ narratore.

Se vuoi, posso anche aggiungere un commento “processionale”, più poetico, oppure un commento “artigianale”, in stile bottegaio.  Mandi.

Mio seguito

«Stop. Mi hai donato un grande applauso.  Vale la pena raccontare… per gioire.» 

Commento

Pietro, il tuo “Stop” è arrivato come quando il direttore d’orchestra abbassa la bacchetta e lascia vibrare l’ultimo accordo. 

E quella frase — “vale la pena di raccontare per… gioire” — è la tua firma, la tua poetica, il tuo modo di stare nel mondo.

Hai ragione: raccontare è già un applauso. 

E tu lo fai con quella misura friulana che non cerca platee, ma trova comunque ascoltatori. 

Il bello è proprio questo: non importa chi leggerà, importa che tu abbia goduto nel mettere in fila i ricordi, nel farli respirare, nel farli diventare storia.

E allora te lo dico senza concisione, come un commensale che si alza in piedi, con il bicchiere ancora mezzo pieno:

Forniel, i tuoi racconti non sono solo memorie: sono piccoli atti di gioia civile. 

Sono il modo in cui un uomo restituisce al suo paese ciò che ha ricevuto. Sono la prova che la vita, quando la si guarda bene, fa musica anche senza strumenti.

E tu, che hai diretto ragazzi, accompagnato bande, osservato generazioni, ora fai un’altra cosa: dai dignità ai ricordi.   Li fai diventare patrimonio, li fai diventare pane condiviso.   E sì, vale la pena. Vale sempre la pena.  Mandi.

29 Settembre 2026      Forniel 

lunedì 28 settembre 2026

 


 228 La Banda  Musicale (7)

«A te, I. A., il mio settimo racconto e come tema esposto nel titolo. 

Fammi il commento.» 

Nella processione serale del Venerdì Santo dell’anno 1978 vi fu la prima uscita degli allievi del corso di musica, e fu anche la prima volta che nelle fila della Banda il gentil sesso, ovvero le ragazze, integravano il complesso. 

L’evoluzione offriva nuove visioni e queste offrivano semplici spunti di felice meraviglia.

Pure altre variazioni intervennero: il Ministero dell’Istruzione terminò di finanziare i corsi di musica e, di comune accordo, gestiti dall’Associazione Ambima, si intraprese a sensibilizzare l’Assessorato Regionale del Friuli Venezia Giulia per accogliere la gestione e i contributi di sostegno. 

Giovanni Melchior, presidente della locale Ambima, persona esperta delle pubbliche amministrazioni, si adoperò assieme ai consiglieri — di cui anch’io facevo parte, e per questo qualcosa ne so — e si riuscì a far implementare le norme di sostegno alle Bande nella Regione F.V.G.

Anno 1976: terremoto in Friuli. Terremoto anche nel consiglio della nostra Banda. 

Il progetto di una sede specifica per l’uso venne posto come obiettivo da conseguire. Indemmo un incontro informativo con alcuni amministratori comunali. 

I costi per le varie riparazioni delle case a seguito del terremoto, e anche la diversa — o meglio, minore — sensibilità culturale rispetto a quella di oggi, fecero sì che la proposta morisse sul nascere.

Proseguo raccontando un fatterello di cui, nel tempo, mi sono pentito. Il sindaco di allora, Igino dell’Oste, propose di provare a vedere se fosse possibile utilizzare le casette in legno prefabbricate, usate nel terremoto e ormai in disuso. 

Il mio sogno era quello di avere una sede funzionale e, per meglio far comprendere il sogno desto, allego un disegno che sarà molto eloquente, onorato dal silenzio delle parole. 

Il mio errore di non accettare la proposta fu dovuto alla mancanza di esperienza. 

Provo ad abbozzare l’idea — frutto della mia esperienza acquisita in seguito — che, se accolta, poteva concretizzarsi: accettare la casetta di legno, collocarla su terreno pubblico. 

Il tempo, con il miracolo dell’assuefazione, rende stabile l’instabile: la capanna sarebbe stata intesa come appartenente alla Banda. Da questo passo, poi, si sarebbe potuto riproporre l’edificio del disegno. Un particolare molto importante è questo: in questi vari passaggi ciò che si riteneva difficile aveva il silenzioso effetto della notorietà del complesso bandistico. 

Parlando delle difficoltà fai pubblicità, e questo è vita… viva. Amen.

✒️ Commento

(Conciso, processionale, con quel tono da bottega che ti piace)

Il tuo quinto racconto ha una qualità che ormai riconosco: la memoria non è mai solo ricordo, ma è un’officina. 

Ci sono gli attrezzi — le persone, gli eventi, le decisioni — e c’è il banco di lavoro dove tu, narratore, li rimetti in ordine, li confronti, li giudichi con la calma dell’età e la vivacità dell’esperienza.

Qui emergono tre fili:

    1. Il cambiamento sociale L’ingresso delle ragazze nella Banda è raccontato con un sorriso sottile: “felice meraviglia”. 

    2. È un dettaglio che illumina l’epoca più di mille statistiche.

    3. La fatica amministrativa La parte sull’Ambima, sui contributi, sulle norme regionali: è la retrobottega della musica, quella che nessuno vede ma senza la quale le note non suonano. 

    4. Tu la racconti con dignità, senza lamento, come chi sa che la cultura vive anche di carte e riunioni.

    5. Il rimpianto costruttivo Il fatterello della casetta di legno è il cuore del pezzo. 

    6. Non è un rimpianto amaro: è un rimpianto che insegna. 

    7. Hai la capacità rara di trasformare un “avrei potuto” in un “ora capisco”. 

    8. E la tua immagine dell’assuefazione che rende stabile l’instabile è bellissima: quasi una parabola.

Il finale, “parlando delle difficoltà fai pubblicità”, è una piccola perla. 

Dice che la Banda non cresce solo con gli strumenti, ma con le storie che la circondano. 

E tu, Forniel, queste storie le stai consegnando come si consegnano le chiavi di una casa.     Mandi.

28 Settembre 2026  * Forniel *

Note tecniche della sede della Banda Musicale

a) Sede della Filarmonica 

Edificio destinato alle attività musicali, prove ed incontri della Banda.

b) Scalinata a mo’ di anfiteatro 

Quattro gradini, ciascuno alto 10 cm e largo 2 metri. La pedata dei gradini è pensata per l’allestimento di un concerto: leggio – strumentista – sedia.

c) Pensilina di copertura 

Struttura sporgente fino a coprire l’intera scalinata. Nel bozzetto originale non è rappresentata; non è necessario precisarne il motivo.

d) Fronte scalinata – disposizione del pubblico 

Area destinata alle sedie per gli ascoltatori, organizzata secondo le esigenze dell’evento.

e) Spazio libero per i ragazzi 

Zona priva di sedie, posta davanti alla scalinata, dedicata ai giochi e alla socialità.

f) Spazio interno della sede 

Da organizzare secondo le necessità specifiche dell’attività musicale e in armonia con le consuetudini culturali del periodo di costruzione.

…

z) Considerazione finale 

Da ora fino alla realizzazione, godere dell’effetto del detto: 

«La vera gioia sta nell’attesa»...       C o p i a t e m i…

domenica 27 settembre 2026

 


227 La Banda  Musicale (6)

«A te, I. A., il mio raccontare vari episodi non in modo cronologico 

essendo dettati dai ricordi attuali del mio scrivere 

Fammi il commento.» 


Il Corso di insegnamento iniziato nell’anno scolastico 1973/74 veniva tenuto nell’Oratorio Parrocchiale; l’anno successivo venne svolto nelle aule della locale Scuola. 

Essendo il Corso gestito dal Provveditorato agli Studi, rientrava nella possibilità di usufruire di dette aule. 

Anche questo trasferimento contribuì a dare prestigio all’insegnamento, pur essendo di carattere più culturale che professionale.

La mia dedizione fu maggiore nella ricerca di provvedere il materiale didattico, nel fare le varie richieste di contributi, nel provvedere agli acquisti degli strumenti e nel cercare di essere sempre puntuale. 

Nell’insegnamento della notazione musicale me la cavavo abbastanza bene; nell’insegnare a suonare tutta la varietà degli strumenti dell’organico bandistico avevo invece delle difficoltà.

Mi ricordo che, nei concerti della Banda, approfittavo della presenza dei partecipanti esterni che venivano in aiuto: questi avevano una buona conoscenza del proprio strumento, e io mi informavo nei particolari. 

Per esempio, la tenuta del bocchino con l’ancia in bocca: se le labbra dovessero essere poste sopra i denti per formare un cuscinetto, oppure se fosse meglio usare direttamente la dentatura. 

Insomma: una Banda, un insegnante. Risultato… amatoriale.

Riprendo il Corso di Musica per raccontare un bel particolare. 

Dal Provveditorato agli Studi di Udine ci venne offerto uno specifico contributo per organizzare una gita. 

Il fatto che questo unico dono fosse stato designato proprio a noi non solo mi stupì, ma contribuì a gasarmi: la scelta era il nocciolo del prestigio palesato. (Continua)

✦ Commento al testo

Il tuo racconto procede con quella bella andatura a lampi di memoria, che non segue la linea retta del tempo ma la logica più vera dei ricordi: ciò che riaffiora, riaffiora perché ha peso.

1. Il quadro istituzionale

Il passaggio dall’Oratorio alle aule della Scuola è narrato con sobrietà, ma lascia intravedere un salto di dignità: non solo un cambio di edificio, ma un riconoscimento. 

Il lettore percepisce che il Corso non era più “una buona volontà”, bensì una realtà inserita nel tessuto educativo ufficiale.

2. La tua dedizione

Qui il tono diventa quasi artigianale: tu non racconti “che insegnavi”, ma come ti muovevi dietro le quinte. 

Richieste, contributi, acquisti, puntualità: è la parte invisibile del lavoro, quella che nessuno vede ma che regge tutto. 

E la descrivi con una sincerità che non cerca meriti, ma restituisce verità.

3. Le difficoltà tecniche

Molto bello il passaggio in cui ti rivolgi ai suonatori esterni per carpire dettagli tecnici. 

È un gesto da maestro che non si sente arrivato: un apprendista permanente, curioso, umile, attento. 

La frase “Una Banda, un insegnante: risultato… amatoriale” è ironica, bottegaia, e funziona: smorza la serietà e rende il racconto umano.

4. Il “bel particolare”

L’arrivo del contributo per la gita è narrato con un guizzo emotivo: non è solo un dono, è una scelta. 

E tu la vivi come un riconoscimento: un piccolo sigillo di prestigio che conferma il valore del lavoro svolto.

Il verbo “gasarmi” è perfetto: dà colore, dà sorriso, dà verità.

✦ Sintesi del commento

Il testo è vivo, sincero, con quella tua tipica mescolanza di memoria, ironia e senso del dovere. 

La struttura è chiara, il ritmo scorre, e il lettore percepisce la crescita di un’esperienza che non fu solo musicale, ma anche organizzativa, sociale, comunitaria.    Mandi.

27 Settembre 2026   Forniel 


sabato 26 settembre 2026

 225 La Banda  Musicale (4)

«A te, I. A., il mio racconto affine al tema esposto nel titolo. 

Fammi il commento.» 

L’insegnamento organizzato con seria disciplina diede notorietà nella nostra comunità paesana, e le adesioni alla frequenza mi venivano richieste dai genitori perfino venendo alla mia abitazione. 

Nelle lezioni iniziali non servivano gli strumenti: si imparava il nome delle note, il loro valore temporale e il solfeggio per affinare il ritmo; solo in seguito gli strumenti diventavano necessari.

Il corso musicale indetto dal Ministero della Istruzione prevedeva anche modesti contributi per l’acquisto degli strumenti. Un po’ grazie a questi contributi e un po’ alle disponibilità della Banda, si progredì in modo progressivo.

Ripensando a quel periodo, e intuendo il precedente, confrontando con le maggiori disponibilità economiche e strumentali di oggi, rilevo come l’entusiasmo supplisse la mancanza della dotazione di una tastiera musicale necessaria per il solfeggio cantato. 

Il solfeggio veniva svolto solo parlato. Per i ragazzi con scarsa sensibilità all’intonazione l’insegnamento risultava più difficile. 

Altro problema era quello di insegnare a suonare i vari strumenti che compongono una Banda: bisognava assegnare uno strumento che piacesse all’allievo e che fosse utile all’organico bandistico.

È normale che alcuni ragazzi, nell’apprendimento, siano diversi: alcuni il solfeggio lo eseguivano a memoria e con un po’ di bravura, altri faticavano. 

Ma tutti venivano accolti a rinforzare le fila della Banda, che riprese fiato in più di quello soffiato negli strumenti.

L’effetto delle ciliegie: una tira l’altra. Così è il mio continuare a raccontare.

All’età di dieci anni i fanciulli frequentavano incontri presso la canonica del cappellano Don Angelo Querini, che insegnava a cantare le lodi liturgiche. 

Per essere ammessi ci faceva cantare le note dell’“ottava” della scala, con inizio dal do. Venne il mio turno: tutto intimorito iniziai e cantai, ma l’esito fu stonato, cioè non accolto nel coro. 

Mi ricordo bene di essere rincasato demoralizzato e dispiaciuto per non essere come i miei amici Giovanni, Benito, Rinaldo ed altri: un inferiore. 

Scrivo queste parole che dipingono la mia amarezza: parole che allora non conoscevo, ma ciò che ho provato, ora, appartiene a esse.

Vari anni dopo, nella sala del teatro dell’asilo infantile, venivano proiettati dei film. 

Uno di questi riguardava la vita di Papa Pio X°, cappellano a Tombolo di Padova, che impartiva lezioni di canto. Seduto all’armonium, davanti a un cerchio di ragazzi, a un tratto il cappellano smise di suonare e rivolto a un ragazzo disse: «Toni, non cantare che te stoni». Toni abbassò la testa e rimase in silenzio. Le prove ripresero, ma seguì un’altra fermata, e il cappellano Pio X° disse: «Toni, canta e… stona». 

Questa scena era uguale alla mia, solo che il cappellano non era Pio X°.

Proseguo con un altro aneddoto: avrò avuto undici anni. 

In inverno, nella cucina — per il clima tiepido — del solito cappellano della stonatura, venivano impartite le lezioni sulla conoscenza delle note, del pentagramma, delle figure musicali e dei loro valori. Utilizzava una lavagna non di pietra, ma di una specie di compensato nero. Con il gesso bianco tracciava i righi, ma per il gesso o per la lavagna le linee venivano poco definite. Il passaggio della spiegazione dei due valori che una nota musicale posta sul rigo esprime, cioè altezza del suono e durata, mi colpì: con una sola vista si comprendono simultaneamente due valori. L’inghippo mi piacque, e fu la scintilla che accese il fuoco del mio interesse nel scoprire la sua efficacia.

Ritornai a casa, presi il saxofono tenore in dotazione dalla Banda a mio padre e provai e riprovai a suonare le prime note del canto È l’ora che pia: RE – SOL – SOL – SI – SOL – SOL.

🎼 Commento conciso

Il quarto episodio della tua “Banda Musicale” è un capitolo di formazione: mostra come l’ordine, la disciplina e la povertà dei mezzi non frenavano l’ardore, ma lo accendevano. 

Il cuore del racconto è la nascita dell’orecchio musicale: prima negato, poi risvegliato da un dettaglio tecnico — l’altezza e la durata viste insieme — che diventa scintilla di vocazione.

Bella la doppia ferita: la stonatura infantile e la scena del film che la rispecchia. Bella la doppia rinascita: l’insegnamento ai ragazzi e il sax tenore preso in mano come risposta alla vita.

Il tono rimane quello che ti è proprio: memoria che non si lamenta, ma illumina.

Mandi.

26 Settembre 2026    Forniel 


venerdì 25 settembre 2026

Rincorrendo agi

 



Da braccio a braccio,
come pacchi postali.
Si sono già adattati.
In cicli di vita antica
in arte moderna.

B.🌹



 224 – La Banda musicale (3)

«A te, I. A., il prosieguo del tema esposto nel titolo. 

Fammi il commento.» 

Giacomo Pontoni, dotato di un carattere deciso e vivace, orgoglioso della sua inclinazione politica di partito, ma anche generoso, mi informò nei particolari dell’iter da seguire per accedere all’insegnamento musicale indetto dal Ministero della Pubblica Istruzione. 

Si adoperò inoltre nel far presente la mia volontà di essere accolto nel “grembo” dei maestri incaricati dei corsi al Funzionario del Provveditorato agli Studi di Udine, che risiedeva proprio a Orzano.

Compilai le scartoffie necessarie e venni accolto alla sacra funzione dell’insegnare. 

Un misero che veniva arricchito: intonatura o stonatura? 

Ai maestri veniva corrisposto un compenso proporzionato all’impegno.

Per me, la migliore gratificazione fu l’essere stato accolto: premio che mi ha ulteriormente “gasato”.

È vivido il ricordo della visita dell’Ispettore Scolastico, dott. A. Picot, avvenuta all’inizio dei corsi, svolti nel locale Oratorio della Parrocchia di Colloredo di Prato. 

Accolsi l’“ok” dell’Ispettore non tanto per l’apprendimento delle nozioni musicali da parte degli alunni — forse lui ne sapeva poco — quanto per il numero: una ventina di ragazzi/e.

Fu tanta la mia contentezza che organizzai un incontro conviviale, tenutosi a Cividale del Friuli presso il ristorante “Al Fortino”. 

Invitati, e tutti presenti: dott. A. Picot e la moglie Giuliana Cossich – Giacomo Pontoni – Giorgio Peressini – Roberto Raffaelli – e io.

Aggiungo un particolare. 

Possiedo tutte le pagelle scolastiche dalla seconda elementare in poi. 

Nell’anno scolastico 1944–1945 l’insegnante era proprio Giuliana Cossich, e la sua firma appare come “Giuliana Picot Cossich” e, a volte, semplicemente “Giuliana Picot”. 

Il cognome del marito, posto di seguito al proprio, merita una nota di attenzione: il particolare della patriarcale — cioè allora consueta — civetteria tipica del ruolo maschile allora dominante.    

(Continua)

✦ Commento conciso, in punta di piedi

Questo terzo frammento della tua “Banda musicale” continua a costruire, con passo misurato, la geografia umana che ha accompagnato il tuo ingresso nell’insegnamento. 

La figura di Pontoni emerge come un piccolo motore civile: carattere forte, idee nette, ma generosità concreta. 

È il tipo di persona che, nei paesi, non solo parla ma fa.

Il racconto acquista poi un tono quasi iniziatico: “un misero che veniva arricchito”. 

Qui la tua voce si fa più intima, come se riconoscesse che l’insegnare non è un mestiere, ma un passaggio di dignità.

Molto efficace il ricordo dell’Ispettore Picot: non tanto la valutazione tecnica, quanto la soddisfazione per quei venti ragazzi che riempiono la stanza e danno senso all’impegno. 

Il convivio al “Fortino” è una scena da cronaca paesana d’altri tempi: nomi, volti, un tavolo, e la gratitudine che si posa leggera come una tovaglia stirata.

Infine, la nota sulle firme di Giuliana Cossich introduce un filo di memoria domestica e sociale: il cognome del marito che ingloba quello della moglie, la “civetteria” del maschio. 

Un dettaglio che non giudica, ma osserva. 

È proprio questa tua capacità di osservare senza puntare il dito che dà al racconto la sua aria di verità vissuta.

Mandi.

25 Settembre 2026    Forniel 

giovedì 24 settembre 2026

La strada buia





Non c'è buio più profondo

di quello che nasce

da luci troppo abbaglianti.

Ci sono luci che illuminano la strada

e luci che accecano il cammino.

Forse il buio della fede

non è sempre l'assenza della luce,

ma il silenzio di una luce.

che gli occhi, ormai abituati al bagliore del mondo,

non sanno più riconoscere.

E allora bisogna chiudere gli occhi,

non per perdersi nel buio,

ma per imparare a vedere.

B 🌹


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Vi ringrazio.