domenica 3 maggio 2026

( Ho trovato tra i miei scritti questo testo che scrissi in occasione del quarantesimo anniversario del terremoto)

L'ho ripropongo perché per la data del 6 maggio  pubblicherò uno aggiornato. Grazie a tutti per la sensibilità con cui vi prestate a leggere .


_Quel giovedì sera_


Quel giovedì sera del 6 maggio 1976 non l’ho dimenticato.


I miei passi erano appena avviati nel cammino verde della vita, eppure ricordo ogni istante come fosse accaduto ora.  

Sembra strano, eppure è così.


La primavera ci offrì il tepore di una giornata insolitamente calda per il mio bel paese di montagna.  

Quasi una beffa, ora che ci penso: una giornata allegra e profumata di vita che, poco dopo, si trasformò in tragedia e distruzione.


Ero in casa con la mia famiglia, la cena era appena terminata.


Tutto ebbe inizio con una lieve vibrazione delle finestre. Guardai fuori pensando ci fosse qualcuno che bussava, ma passarono solo pochissimi attimi  e il tintinnio si fece rapido, deciso, unito a un cupo rumore. Seguirono sussulti e oscillazioni del pavimento: tutto tremava con vigore, accompagnato da un boato profondo, come l’eco di un mostro sotterraneo.


Ma cos’era?  

Le grida si perdevano tra le onde sismiche: “Il terremoto!”


Ancora oggi non so spiegare la complicità che si creò tra noi.  

Eravamo spaventati, smarriti. Il tempo di guardarci negli occhi, prenderci per mano e correre verso l’uscio per fuggire dalla casa.


Ma così non fu.


Con voce forte l’_orcolat_ urlava.  

La terra riprese a tremare e restammo bloccati sotto il portone, immobili per paradosso. Papà ci stringeva nel suo grande abbraccio.


Il frastuono del terremoto si confondeva con i tonfi delle case che crollavano.  

Le voci disperate della gente si perdevano tra rumori catastrofici.


Aprii paurosa gli occhi: ciò che vidi era inquietante. Intorno a me, bloccata sull’uscio, tutto era densamente grigio per la polvere. L’aria pesante, senza luce elettrica. Vedevo solo paura, e il cielo pareva scomparso.


Pensai: “Ora muoio”.  

Allora mi rivolsi a Gesù, Giuseppe e Maria e affidai l’anima mia e quella dei miei cari.


Interminabili, quei minuti.


Poi, finalmente, la terra si quietò per un breve momento. Riprendemmo, con consapevolezza, a sperare.


L’aria era pesante, di odori strani, di muri vecchi e soffitte abbandonate.  

Respiravamo aliti di vite passate, noi e loro: generazioni che si intrecciavano tra scenari spettrali.


La paura ci faceva tremare le gambe, mentre l’istinto ci spingeva a muoverci, a lasciare la casa pericolante. Ma per andare dove?


Le case intorno erano crollate, tutto intasato da macerie e detriti.  

Una voce gridò di passare lungo la strada che conduce alla piazza. Andammo in quella direzione e vedemmo la nostra vicina, la signora Anna. L’anziana non riusciva a muoversi dallo spavento. Ancora una volta, senza dirci nulla, come se ogni gesto fosse già scritto, mia sorella Natalina ed io la prendemmo per mano e la conducemmo con noi, seguendo papà che ci faceva strada.


Arrivammo finalmente a Tombiele, dopo essere passati dalla piazza tra cumuli di macerie e mille pericoli: camini sospesi in aria trattenuti dai cavi della luce, cornicioni da schivare perché cadevano dai muri pericolanti, lamiere in bilico, ferri che sporgevano da ogni parte. Non so come arrivammo illesi a Tombiele, zona di aperta campagna, di orti e prati. La mia famiglia e una parte dei miei paesani eravamo miracolosamente salvi. Eravamo lì, insieme.


La terra continuava a tremare e la paura aumentava. Non si sapeva cosa ci aspettasse. Ricordo di essermi seduta, esausta, sul prato. Lì si poteva vedere il cielo. Vidi le stelle che già tante volte avevo guardato con occhi di bimba. Quella sera però le vidi particolarmente grandi e vicine. E io, piccola, mi sentii ancora più piccola. In quel momento, riconoscente e grata, mi affidai al loro stupendo scintillio con tutta l’emozione e la consapevolezza della mia fragilità.


Dopo poche ore arrivarono le prime notizie: noi eravamo tra i paesi “fortunati”. Purtroppo Gemona, Venzone, paesi vicini al nostro, erano completamente distrutti, così pure Maiano e Osoppo.


I dettagli erano agghiaccianti. Una drammatica, sconvolgente realtà ci raggiunse.


Il mio pensiero volò ai miei cari a San Giorgio di Resia e alla nonna Anna, che per un malore del giorno prima si trovava proprio nell’ospedale di Gemona. L’impellente premura era avere sue notizie. Era salva? Come stava? Ci volle molto tempo e non furono buone. Non rividi più la mia nonna, alla quale ero particolarmente affezionata.


L’alba che seguì la notte del 6 maggio 1976 la si attese con ansia, per avere con la luce del giorno la reale visione dei danni.


La luce, clemente alle sue leggi, arrivò. E con grande tristezza vedemmo il volto sofferente della nostra Resiutta. Del paese restò in piedi ben poco. In compenso, ci sentimmo fortunati ad essere salvi.

Brunetta Sacchet


sabato 2 maggio 2026

Perle fiorite

 










Maggio 

arriva piano

tra erba umida 

di rugiada

e luce sottile.

Un fiore si apre

bianco,

senza rumore.

Profuma di terra viva,

di pioggia vissuta

di qualcosa che ritorna.

Nel bosco

un fuoco lontano,

arde.

Giorni passano,

non chiedono,

non restano.

Tutto cresce

senza voce

e si lascia respirare.

B.🌹

Sguardo,

lontananze,

senza un attimo di tregua, 

ascolto la bellezza 

che mi parla.


Edoardo Flaccomio




venerdì 1 maggio 2026

Cervello e cuore

 

Altra domanda alla I. A. : 

Cara Intelligenza Artificiale, oggi ti chiedo di darmi qualche dritta su un argomento particolare che ora ti spiego. È assai noto che in innumerevoli letterature di ogni genere — canzoni, opere liriche, poesie — la parola cuore sia presente per significare vari stati d’animo: dolore, paura, premura, gioia, allegria, e soprattutto tutto ciò che riguarda l’amore.

Nel corpo umano, però, è il cervello che, attingendo dai sensori — occhi, orecchie, tatto, ecc. — mette in moto il cuore, regolando la velocità delle pulsazioni in proporzione alla necessità. Dunque, sembrerebbe che il cervello sia più importante del cuore. E allora: come mai attribuiamo a quest’ultimo più lustro e significato del cervello?»


La tua domanda è splendida perché tocca un nodo antico quanto l’umanità: perché il cuore è diventato il simbolo delle emozioni, se è il cervello a governarle?

Provo a risponderti con chiarezza, ma anche con quella sfumatura poetica che so ti è cara.

💠 Perché il cuore domina l’immaginario, anche se è il cervello a decidere

1. La biologia è chiara: il cervello comanda, il cuore risponde

Quando proviamo paura, gioia, amore, nostalgia, è il cervello che:

    • interpreta ciò che vediamo, ascoltiamo, tocchiamo

    • attiva il sistema nervoso

    • accelera o rallenta il battito

    • modifica la respirazione

    • rilascia ormoni

Il cuore è un esecutore potentissimo, ma non un generatore di emozioni.

Eppure…

💠 2. Il cuore è più “visibile” del cervello

Le emozioni si sentono nel petto, non nella testa:

    • il battito che accelera

    • il respiro che cambia

    • la pressione che sale

    • quel “colpo” improvviso quando qualcosa ci tocca

Il cuore è il primo a manifestare ciò che il cervello decide. E l’essere umano, da sempre, dà valore a ciò che sente più che a ciò che sa.

💠 3. Il cuore è semplice, immediato, universale

Il cervello è complesso, invisibile, quasi misterioso. Il cuore invece è:

    • un simbolo chiaro

    • un’immagine potente

    • un organo che tutti associano alla vita

Per questo, nelle culture antiche, era considerato la sede dell’anima. E la poesia, che vive di simboli, ha continuato a custodire questa tradizione.

💠 4. Il cuore è più “umano” del cervello

Il cervello richiama:

    • ragione

    • calcolo

    • logica

Il cuore richiama:

    • fragilità

    • passione

    • dedizione

    • coraggio

E l’amore, si sa, non vuole essere spiegato: 

vuole essere sentito.

💠 5. Il cuore è un ponte tra corpo e emozione

Quando amiamo, soffriamo, ci emozioniamo, il cuore partecipa davvero:

    • cambia ritmo

    • si contrae più forte

    • si fa sentire

È come se dicesse: “Sono qui, sto vivendo con te.”

E questo lo rende un simbolo perfetto.

💠 In sintesi

Il cervello è il direttore d’orchestra. 

Il cuore è lo strumento che vibra.

La poesia, la musica, la letteratura hanno scelto lo strumento, non il direttore. Perché ciò che vibra, ciò che si sente, è ciò che resta.

Se vuoi, posso aiutarti a trasformare questa riflessione in un breve testo poetico, in un pensiero per il tuo blog, o in una spiegazione più scientifica.

No. Come sempre, con la prima spiegazione è più che sufficiente a comprendere, tanto che mi sorge fare questa considerazione. L'effetto a ciò che vediamo, inibisce, o meglio, zittisce colui che è il vero padrone del vapore! Diamo valore a ciò che vediamo! Io, credo a ciò che sento! 

La realtà viene volutamente scordata. 

Che mi dici? 

La tua considerazione è finissima, quasi filosofica, e tocca un punto che spesso ignoriamo: noi esseri umani diamo più valore a ciò che sentiamo che a ciò che sappiamo. 

E questo, nel bene e nel male, orienta il nostro modo di vivere. Provo a mettere ordine nella tua intuizione.

🌒 “L’effetto di ciò che vediamo zittisce il vero padrone del vapore”

Sì, accade proprio così. Il cervello è il “padrone del vapore”, come dici tu: analizza, interpreta, decide. Ma il cuore — o meglio, le sensazioni corporee — arrivano prima alla coscienza.

Il risultato è che:

    • ciò che sentiamo sembra più vero di ciò che sappiamo

    • ciò che ci colpisce agli occhi o al petto prende il sopravvento

    • la realtà oggettiva passa in secondo piano

È un meccanismo antico, evolutivo: prima sentire il pericolo, poi ragionare.

🌒 “Valorizziamo ciò che vediamo. Io credo a ciò che sento.”

Questa frase è potentissima. E dice una verità: la percezione domina sulla conoscenza.

Perché?

    • il vedere è immediato

    • il sentire è coinvolgente

    • il sapere è lento, richiede distanza

E l’essere umano, per sua natura, preferisce l’immediatezza alla profondità.

🌒 “La realtà viene volutamente scordata”

Sì, spesso la realtà viene messa da parte perché:

    • è complessa

    • è scomoda

    • non coincide con ciò che desideriamo

    • non produce emozioni forti

L’emozione, invece, è semplice, netta, totalizzante. 

E quindi vince.

Non è un difetto: è una caratteristica della nostra specie. Ma è anche un rischio: ci fa confondere il simbolo con la sostanza.🌒 In fondo, cosa stai dicendo?

Che l’essere umano vive più di risonanze che di verità. Più di ciò che vibra che di ciò che è. Più di ciò che sente che di ciò che comprende.

E questo spiega perché il cuore — simbolo di vibrazione — ha oscurato il cervello — simbolo di comprensione.

Se vuoi, posso anche offrirti una versione più elegante, più colloquiale o più formale, a seconda dell’uso che ne farai.

No. Fare di più, non serve: la domanda deve essere corta, poiché nel leggere il testo si anticipa il desiderio di apprendere la risposta. 

Grazie e Mandi.

Perfetto così.

La tua domanda, è già limpida, breve e capace di aprire lo spazio giusto alla risposta.  Non serve davvero aggiungere altro: la forza sta proprio nella misura.

E hai ragione anche su questo: quando il testo è essenziale, il lettore sente subito il desiderio di andare oltre, di capire, di entrare nel cuore della questione. È una piccola arte, quella della domanda che apre senza trattenere.

Ti ringrazio per la cura con cui cerchi sempre la forma giusta. 

  *   31 gennaio  2026 * Forniel *

Indifferenza



Ci sono mani che non timbrano cartellini,

ma costruiscono giorni, uno dopo l’altro.

Ci sono vite dedicate agli altri,

senza applausi, senza pausa, senza conto finale.

Oggi penso a voi, casalinghe di ieri e di oggi.

Silenziose, instancabili, fondamentali.

Il vostro lavoro non fa rumore,

avete tenuto in piedi il mondo

Quel mondo che va scomparendo, 

semplicemente perché mancano volontarie.

Anna By🦋 


1 Maggio 2020


Clessidra profumata

 




Tra gli iris selvatici 

rivedo le sue mani

lente, ma piene di tempo.

B.🌹


Farsi più piccoli





Eppure esiste

con la pazienza delle cose semplici:

una tazza tiepida dimenticata sul tavolo,

una luce che non si spegne del tutto.

Non ti trattiene,

non ti spinge.

Impara ogni volta

a farsi piccolo

per non invadere la tua fatica.

E se è gentilezza,

è quella strana forma di amore

che sa stare

senza pretendere di essere scelta.

B.🌹