Luce di pensieri
Scrivo per ascoltare ciò che il silenzio racconta. Le parole, per me, non sono mai solo suono: sono respiri, gesti, memorie che cercano casa. Questo spazio è il mio luogo di sosta, una finestra aperta sull’anima, dove i versi possono camminare leggeri e, a volte, trovare qualcuno che li riconosce. Scrivere è il mio modo di toccare il mondo con gentilezza. Writing is my way of touching the world with gentleness.
lunedì 28 settembre 2026
228 La Banda Musicale (7)
«A te, I. A., il mio settimo racconto e come tema esposto nel titolo.
Fammi il commento.»
Nella processione serale del Venerdì Santo dell’anno 1978 vi fu la prima uscita degli allievi del corso di musica, e fu anche la prima volta che nelle fila della Banda il gentil sesso, ovvero le ragazze, integravano il complesso.
L’evoluzione offriva nuove visioni e queste offrivano semplici spunti di felice meraviglia.
Pure altre variazioni intervennero: il Ministero dell’Istruzione terminò di finanziare i corsi di musica e, di comune accordo, gestiti dall’Associazione Ambima, si intraprese a sensibilizzare l’Assessorato Regionale del Friuli Venezia Giulia per accogliere la gestione e i contributi di sostegno.
Giovanni Melchior, presidente della locale Ambima, persona esperta delle pubbliche amministrazioni, si adoperò assieme ai consiglieri — di cui anch’io facevo parte, e per questo qualcosa ne so — e si riuscì a far implementare le norme di sostegno alle Bande nella Regione F.V.G.
Anno 1976: terremoto in Friuli. Terremoto anche nel consiglio della nostra Banda.
Il progetto di una sede specifica per l’uso venne posto come obiettivo da conseguire. Indemmo un incontro informativo con alcuni amministratori comunali.
I costi per le varie riparazioni delle case a seguito del terremoto, e anche la diversa — o meglio, minore — sensibilità culturale rispetto a quella di oggi, fecero sì che la proposta morisse sul nascere.
Proseguo raccontando un fatterello di cui, nel tempo, mi sono pentito. Il sindaco di allora, Igino dell’Oste, propose di provare a vedere se fosse possibile utilizzare le casette in legno prefabbricate, usate nel terremoto e ormai in disuso.
Il mio sogno era quello di avere una sede funzionale e, per meglio far comprendere il sogno desto, allego un disegno che sarà molto eloquente, onorato dal silenzio delle parole.
Il mio errore di non accettare la proposta fu dovuto alla mancanza di esperienza.
Provo ad abbozzare l’idea — frutto della mia esperienza acquisita in seguito — che, se accolta, poteva concretizzarsi: accettare la casetta di legno, collocarla su terreno pubblico.
Il tempo, con il miracolo dell’assuefazione, rende stabile l’instabile: la capanna sarebbe stata intesa come appartenente alla Banda. Da questo passo, poi, si sarebbe potuto riproporre l’edificio del disegno. Un particolare molto importante è questo: in questi vari passaggi ciò che si riteneva difficile aveva il silenzioso effetto della notorietà del complesso bandistico.
Parlando delle difficoltà fai pubblicità, e questo è vita… viva. Amen.
✒️ Commento
(Conciso, processionale, con quel tono da bottega che ti piace)
Il tuo quinto racconto ha una qualità che ormai riconosco: la memoria non è mai solo ricordo, ma è un’officina.
Ci sono gli attrezzi — le persone, gli eventi, le decisioni — e c’è il banco di lavoro dove tu, narratore, li rimetti in ordine, li confronti, li giudichi con la calma dell’età e la vivacità dell’esperienza.
Qui emergono tre fili:
1. Il cambiamento sociale L’ingresso delle ragazze nella Banda è raccontato con un sorriso sottile: “felice meraviglia”.
2. È un dettaglio che illumina l’epoca più di mille statistiche.
3. La fatica amministrativa La parte sull’Ambima, sui contributi, sulle norme regionali: è la retrobottega della musica, quella che nessuno vede ma senza la quale le note non suonano.
4. Tu la racconti con dignità, senza lamento, come chi sa che la cultura vive anche di carte e riunioni.
5. Il rimpianto costruttivo Il fatterello della casetta di legno è il cuore del pezzo.
6. Non è un rimpianto amaro: è un rimpianto che insegna.
7. Hai la capacità rara di trasformare un “avrei potuto” in un “ora capisco”.
8. E la tua immagine dell’assuefazione che rende stabile l’instabile è bellissima: quasi una parabola.
Il finale, “parlando delle difficoltà fai pubblicità”, è una piccola perla.
Dice che la Banda non cresce solo con gli strumenti, ma con le storie che la circondano.
E tu, Forniel, queste storie le stai consegnando come si consegnano le chiavi di una casa. Mandi.
28 Settembre 2026 * Forniel *
Note tecniche della sede della Banda Musicale
a) Sede della Filarmonica
Edificio destinato alle attività musicali, prove ed incontri della Banda.
b) Scalinata a mo’ di anfiteatro
Quattro gradini, ciascuno alto 10 cm e largo 2 metri. La pedata dei gradini è pensata per l’allestimento di un concerto: leggio – strumentista – sedia.
c) Pensilina di copertura
Struttura sporgente fino a coprire l’intera scalinata. Nel bozzetto originale non è rappresentata; non è necessario precisarne il motivo.
d) Fronte scalinata – disposizione del pubblico
Area destinata alle sedie per gli ascoltatori, organizzata secondo le esigenze dell’evento.
e) Spazio libero per i ragazzi
Zona priva di sedie, posta davanti alla scalinata, dedicata ai giochi e alla socialità.
f) Spazio interno della sede
Da organizzare secondo le necessità specifiche dell’attività musicale e in armonia con le consuetudini culturali del periodo di costruzione.
…
z) Considerazione finale
Da ora fino alla realizzazione, godere dell’effetto del detto:
«La vera gioia sta nell’attesa»... C o p i a t e m i…
domenica 27 settembre 2026
227 La Banda Musicale (6)
«A te, I. A., il mio raccontare vari episodi non in modo cronologico
essendo dettati dai ricordi attuali del mio scrivere
Fammi il commento.»
Il Corso di insegnamento iniziato nell’anno scolastico 1973/74 veniva tenuto nell’Oratorio Parrocchiale; l’anno successivo venne svolto nelle aule della locale Scuola.
Essendo il Corso gestito dal Provveditorato agli Studi, rientrava nella possibilità di usufruire di dette aule.
Anche questo trasferimento contribuì a dare prestigio all’insegnamento, pur essendo di carattere più culturale che professionale.
La mia dedizione fu maggiore nella ricerca di provvedere il materiale didattico, nel fare le varie richieste di contributi, nel provvedere agli acquisti degli strumenti e nel cercare di essere sempre puntuale.
Nell’insegnamento della notazione musicale me la cavavo abbastanza bene; nell’insegnare a suonare tutta la varietà degli strumenti dell’organico bandistico avevo invece delle difficoltà.
Mi ricordo che, nei concerti della Banda, approfittavo della presenza dei partecipanti esterni che venivano in aiuto: questi avevano una buona conoscenza del proprio strumento, e io mi informavo nei particolari.
Per esempio, la tenuta del bocchino con l’ancia in bocca: se le labbra dovessero essere poste sopra i denti per formare un cuscinetto, oppure se fosse meglio usare direttamente la dentatura.
Insomma: una Banda, un insegnante. Risultato… amatoriale.
Riprendo il Corso di Musica per raccontare un bel particolare.
Dal Provveditorato agli Studi di Udine ci venne offerto uno specifico contributo per organizzare una gita.
Il fatto che questo unico dono fosse stato designato proprio a noi non solo mi stupì, ma contribuì a gasarmi: la scelta era il nocciolo del prestigio palesato. (Continua)
✦ Commento al testo
Il tuo racconto procede con quella bella andatura a lampi di memoria, che non segue la linea retta del tempo ma la logica più vera dei ricordi: ciò che riaffiora, riaffiora perché ha peso.
1. Il quadro istituzionale
Il passaggio dall’Oratorio alle aule della Scuola è narrato con sobrietà, ma lascia intravedere un salto di dignità: non solo un cambio di edificio, ma un riconoscimento.
Il lettore percepisce che il Corso non era più “una buona volontà”, bensì una realtà inserita nel tessuto educativo ufficiale.
2. La tua dedizione
Qui il tono diventa quasi artigianale: tu non racconti “che insegnavi”, ma come ti muovevi dietro le quinte.
Richieste, contributi, acquisti, puntualità: è la parte invisibile del lavoro, quella che nessuno vede ma che regge tutto.
E la descrivi con una sincerità che non cerca meriti, ma restituisce verità.
3. Le difficoltà tecniche
Molto bello il passaggio in cui ti rivolgi ai suonatori esterni per carpire dettagli tecnici.
È un gesto da maestro che non si sente arrivato: un apprendista permanente, curioso, umile, attento.
La frase “Una Banda, un insegnante: risultato… amatoriale” è ironica, bottegaia, e funziona: smorza la serietà e rende il racconto umano.
4. Il “bel particolare”
L’arrivo del contributo per la gita è narrato con un guizzo emotivo: non è solo un dono, è una scelta.
E tu la vivi come un riconoscimento: un piccolo sigillo di prestigio che conferma il valore del lavoro svolto.
Il verbo “gasarmi” è perfetto: dà colore, dà sorriso, dà verità.
✦ Sintesi del commento
Il testo è vivo, sincero, con quella tua tipica mescolanza di memoria, ironia e senso del dovere.
La struttura è chiara, il ritmo scorre, e il lettore percepisce la crescita di un’esperienza che non fu solo musicale, ma anche organizzativa, sociale, comunitaria. Mandi.
27 Settembre 2026 Forniel
sabato 26 settembre 2026
225 La Banda Musicale (4)
«A te, I. A., il mio racconto affine al tema esposto nel titolo.
Fammi il commento.»
L’insegnamento organizzato con seria disciplina diede notorietà nella nostra comunità paesana, e le adesioni alla frequenza mi venivano richieste dai genitori perfino venendo alla mia abitazione.
Nelle lezioni iniziali non servivano gli strumenti: si imparava il nome delle note, il loro valore temporale e il solfeggio per affinare il ritmo; solo in seguito gli strumenti diventavano necessari.
Il corso musicale indetto dal Ministero della Istruzione prevedeva anche modesti contributi per l’acquisto degli strumenti. Un po’ grazie a questi contributi e un po’ alle disponibilità della Banda, si progredì in modo progressivo.
Ripensando a quel periodo, e intuendo il precedente, confrontando con le maggiori disponibilità economiche e strumentali di oggi, rilevo come l’entusiasmo supplisse la mancanza della dotazione di una tastiera musicale necessaria per il solfeggio cantato.
Il solfeggio veniva svolto solo parlato. Per i ragazzi con scarsa sensibilità all’intonazione l’insegnamento risultava più difficile.
Altro problema era quello di insegnare a suonare i vari strumenti che compongono una Banda: bisognava assegnare uno strumento che piacesse all’allievo e che fosse utile all’organico bandistico.
È normale che alcuni ragazzi, nell’apprendimento, siano diversi: alcuni il solfeggio lo eseguivano a memoria e con un po’ di bravura, altri faticavano.
Ma tutti venivano accolti a rinforzare le fila della Banda, che riprese fiato in più di quello soffiato negli strumenti.
L’effetto delle ciliegie: una tira l’altra. Così è il mio continuare a raccontare.
All’età di dieci anni i fanciulli frequentavano incontri presso la canonica del cappellano Don Angelo Querini, che insegnava a cantare le lodi liturgiche.
Per essere ammessi ci faceva cantare le note dell’“ottava” della scala, con inizio dal do. Venne il mio turno: tutto intimorito iniziai e cantai, ma l’esito fu stonato, cioè non accolto nel coro.
Mi ricordo bene di essere rincasato demoralizzato e dispiaciuto per non essere come i miei amici Giovanni, Benito, Rinaldo ed altri: un inferiore.
Scrivo queste parole che dipingono la mia amarezza: parole che allora non conoscevo, ma ciò che ho provato, ora, appartiene a esse.
Vari anni dopo, nella sala del teatro dell’asilo infantile, venivano proiettati dei film.
Uno di questi riguardava la vita di Papa Pio X°, cappellano a Tombolo di Padova, che impartiva lezioni di canto. Seduto all’armonium, davanti a un cerchio di ragazzi, a un tratto il cappellano smise di suonare e rivolto a un ragazzo disse: «Toni, non cantare che te stoni». Toni abbassò la testa e rimase in silenzio. Le prove ripresero, ma seguì un’altra fermata, e il cappellano Pio X° disse: «Toni, canta e… stona».
Questa scena era uguale alla mia, solo che il cappellano non era Pio X°.
Proseguo con un altro aneddoto: avrò avuto undici anni.
In inverno, nella cucina — per il clima tiepido — del solito cappellano della stonatura, venivano impartite le lezioni sulla conoscenza delle note, del pentagramma, delle figure musicali e dei loro valori. Utilizzava una lavagna non di pietra, ma di una specie di compensato nero. Con il gesso bianco tracciava i righi, ma per il gesso o per la lavagna le linee venivano poco definite. Il passaggio della spiegazione dei due valori che una nota musicale posta sul rigo esprime, cioè altezza del suono e durata, mi colpì: con una sola vista si comprendono simultaneamente due valori. L’inghippo mi piacque, e fu la scintilla che accese il fuoco del mio interesse nel scoprire la sua efficacia.
Ritornai a casa, presi il saxofono tenore in dotazione dalla Banda a mio padre e provai e riprovai a suonare le prime note del canto È l’ora che pia: RE – SOL – SOL – SI – SOL – SOL.
🎼 Commento conciso
Il quarto episodio della tua “Banda Musicale” è un capitolo di formazione: mostra come l’ordine, la disciplina e la povertà dei mezzi non frenavano l’ardore, ma lo accendevano.
Il cuore del racconto è la nascita dell’orecchio musicale: prima negato, poi risvegliato da un dettaglio tecnico — l’altezza e la durata viste insieme — che diventa scintilla di vocazione.
Bella la doppia ferita: la stonatura infantile e la scena del film che la rispecchia. Bella la doppia rinascita: l’insegnamento ai ragazzi e il sax tenore preso in mano come risposta alla vita.
Il tono rimane quello che ti è proprio: memoria che non si lamenta, ma illumina.
Mandi.
26 Settembre 2026 Forniel
venerdì 25 settembre 2026
Rincorrendo agi
Da braccio a braccio,
come pacchi postali.
Si sono già adattati.
In cicli di vita antica
in arte moderna.
B.🌹
224 – La Banda musicale (3)
«A te, I. A., il prosieguo del tema esposto nel titolo.
Fammi il commento.»
Giacomo Pontoni, dotato di un carattere deciso e vivace, orgoglioso della sua inclinazione politica di partito, ma anche generoso, mi informò nei particolari dell’iter da seguire per accedere all’insegnamento musicale indetto dal Ministero della Pubblica Istruzione.
Si adoperò inoltre nel far presente la mia volontà di essere accolto nel “grembo” dei maestri incaricati dei corsi al Funzionario del Provveditorato agli Studi di Udine, che risiedeva proprio a Orzano.
Compilai le scartoffie necessarie e venni accolto alla sacra funzione dell’insegnare.
Un misero che veniva arricchito: intonatura o stonatura?
Ai maestri veniva corrisposto un compenso proporzionato all’impegno.
Per me, la migliore gratificazione fu l’essere stato accolto: premio che mi ha ulteriormente “gasato”.
È vivido il ricordo della visita dell’Ispettore Scolastico, dott. A. Picot, avvenuta all’inizio dei corsi, svolti nel locale Oratorio della Parrocchia di Colloredo di Prato.
Accolsi l’“ok” dell’Ispettore non tanto per l’apprendimento delle nozioni musicali da parte degli alunni — forse lui ne sapeva poco — quanto per il numero: una ventina di ragazzi/e.
Fu tanta la mia contentezza che organizzai un incontro conviviale, tenutosi a Cividale del Friuli presso il ristorante “Al Fortino”.
Invitati, e tutti presenti: dott. A. Picot e la moglie Giuliana Cossich – Giacomo Pontoni – Giorgio Peressini – Roberto Raffaelli – e io.
Aggiungo un particolare.
Possiedo tutte le pagelle scolastiche dalla seconda elementare in poi.
Nell’anno scolastico 1944–1945 l’insegnante era proprio Giuliana Cossich, e la sua firma appare come “Giuliana Picot Cossich” e, a volte, semplicemente “Giuliana Picot”.
Il cognome del marito, posto di seguito al proprio, merita una nota di attenzione: il particolare della patriarcale — cioè allora consueta — civetteria tipica del ruolo maschile allora dominante.
(Continua)
✦ Commento conciso, in punta di piedi
Questo terzo frammento della tua “Banda musicale” continua a costruire, con passo misurato, la geografia umana che ha accompagnato il tuo ingresso nell’insegnamento.
La figura di Pontoni emerge come un piccolo motore civile: carattere forte, idee nette, ma generosità concreta.
È il tipo di persona che, nei paesi, non solo parla ma fa.
Il racconto acquista poi un tono quasi iniziatico: “un misero che veniva arricchito”.
Qui la tua voce si fa più intima, come se riconoscesse che l’insegnare non è un mestiere, ma un passaggio di dignità.
Molto efficace il ricordo dell’Ispettore Picot: non tanto la valutazione tecnica, quanto la soddisfazione per quei venti ragazzi che riempiono la stanza e danno senso all’impegno.
Il convivio al “Fortino” è una scena da cronaca paesana d’altri tempi: nomi, volti, un tavolo, e la gratitudine che si posa leggera come una tovaglia stirata.
Infine, la nota sulle firme di Giuliana Cossich introduce un filo di memoria domestica e sociale: il cognome del marito che ingloba quello della moglie, la “civetteria” del maschio.
Un dettaglio che non giudica, ma osserva.
È proprio questa tua capacità di osservare senza puntare il dito che dà al racconto la sua aria di verità vissuta.
Mandi.
25 Settembre 2026 Forniel
giovedì 24 settembre 2026
La strada buia
Non c'è buio più profondo
di quello che nasce
da luci troppo abbaglianti.
Ci sono luci che illuminano la strada
e luci che accecano il cammino.
Forse il buio della fede
non è sempre l'assenza della luce,
ma il silenzio di una luce.
che gli occhi, ormai abituati al bagliore del mondo,
non sanno più riconoscere.
E allora bisogna chiudere gli occhi,
non per perdersi nel buio,
ma per imparare a vedere.
B 🌹
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Vi ringrazio.
Per te
223 – La Banda musicale (2)
A te, I. A., il rituale commento al mio testo riportato.
E gli anni passano, la ricostruzione si espande e anche le attività sociali riprendono la loro funzione. Anche la banda musicale ha ripreso ad operare. Gli aderenti erano pochi: l’effetto della guerra si fece notevolmente sentire. La strumentazione era precaria, le giacche come divisa non esistevano.
Comunque, in questa situazione, la resistenza funzionò e pure io mi aggregai a suonare il saxofono soprano. L’insegnamento della musica ricevuto mi favorì nell’apprendimento dello strumento.
Da adolescente, a giovanotto, a uomo, arriviamo agli anni 1970. Svolgevo la mia attività lavorativa e mi dilettavo accompagnando i canti in chiesa all’organo e pure con il saxofono nella banda.
In questo periodo il Ministero dell’Istruzione predisponeva l’insegnamento di scuole popolari sia delle nozioni elementari sia di indirizzo musicale per le bande musicali.
Nella nostra banda, essendo in pochi, ci si faceva aiutare da suonatori esterni con distinta esperienza e conoscenza musicale, ma sempre amatoriali. Questi venivano ricompensati con poche lire, ma per i tempi di allora era manna gradita.
Venni a sapere che vigevano i Corsi Musicali indetti dal Ministero dell’Istruzione e che questi esperti amatoriali facevano domanda per essere designati maestri nell’insegnamento della musica, per imparare a suonare i vari strumenti delle bande.
La mia infarinatura musicale era pressappoco alla loro, forse un tantino avevo in più per la sciolta conoscenza delle due chiavi di lettura degli spartiti musicali utilizzate nella strumentazione bandistica.
Venni pure a sapere che il maestro della banda di Orzano, Giacomo Pontoni, di questi corsi del Ministero ne sapeva qualcosa.
In questo periodo la mia professione veniva svolta come agente di commercio. Quindi i vari programmi gestionali li organizzavo in modo autonomo.
Un mattino, avviandomi al lavoro con due pensieri — uno dell’itinerario da svolgere e l’altro del desiderio di conoscere nei dettagli i corsi di insegnamento musicale del Ministero dell’Istruzione — decisi di invertire la direzione e mi recai a Orzano da Giacomo Pontoni.
24 Settembre 2026 * Forniel * (Continua)
✦ Commento rituale (conciso, misurato, con un filo di bottega)
Il tuo racconto procede con passo sicuro, come una banda che si rimette in marcia dopo un lungo silenzio.
Hai il dono di intrecciare la storia personale con quella collettiva: la ricostruzione del dopoguerra, le bande che riprendono fiato, i maestri improvvisati che diventano colonne portanti delle comunità.
In questo episodio emerge un tratto che ti appartiene: la curiosità operosa.
Non ti limiti a suonare, vuoi capire, vuoi andare alla fonte, vuoi bussare alla porta di chi “ne sa qualcosa”.
Il mattino in cui inverti la direzione è un piccolo gesto epico: un uomo che decide di seguire la musica invece dell’itinerario commerciale.
È una svolta silenziosa, ma decisiva.
Il tono complessivo è quello di una memoria che non si limita a ricordare: ricostruisce, ordina, dà dignità ai dettagli.
E questo rende il racconto vivo, credibile, affettuoso verso le persone e le istituzioni che hanno segnato il tuo cammino musicale.
Se continui così, il quadro della tua adolescenza musicale diventerà una piccola cronaca di paese, preziosa come un vecchio registro della banda.
Mandi.
🎹🎹🎹
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Vi ringrazio.




