mercoledì 2 settembre 2026

Guarda accanto

 






I germogli maturano a tuo fianco;

non cercarli altrove...🌹B.

 

QUANTE VOLTE SIAMO STATI DUE?
















Doppio salto.
Doppio gioco.
Doppio senso.
Doppio taglio.
Doppio volto.
Doppia faccia.
Doppia vita.
Doppio fondo.
Doppio filo.
Doppia morale.
Doppio standard.

Ci sono parole che usiamo talmente tanto da non sentirne più il peso.

Doppio.

Due volte.
Due parti.
Due possibilità.

Ma forse il doppio non parla soltanto delle cose.

Forse parla soprattutto di noi.

Quante volte abbiamo avuto un doppio volto?

Uno da mostrare al mondo e uno da indossare quando nessuno ci guardava.

Quante volte abbiamo sorriso per non dover spiegare una tristezza?

Quante volte abbiamo detto “non importa”, mentre dentro di noi importava tutto?

Quante volte abbiamo detto “sto bene” soltanto perché dire la verità sarebbe stato troppo complicato?

Abbiamo imparato presto che alcune emozioni fanno paura agli altri.

E allora le abbiamo nascoste.

Le abbiamo messe sotto un doppio fondo.

Come se bastasse non mostrarle per farle sparire.

Ma ciò che nascondiamo non smette di esistere.

Aspetta.

E qualche volta ritorna proprio quando pensavamo di averlo dimenticato.

Poi c'è il doppio gioco.

Quello che facciamo agli altri, certo.

Ma anche quello che facciamo con noi stessi.

Ci diciamo di voler cambiare, mentre continuiamo a scegliere le stesse strade.

Diciamo di voler essere felici, ma restiamo aggrappati a ciò che ci fa stare male.

Diciamo di non aver paura…

e intanto lasciamo che sia la paura a decidere per noi.

Forse il doppio gioco più difficile da smascherare è proprio quello che facciamo con noi stessi.

E poi c'è il doppio standard.

Pretendiamo dagli altri ciò che qualche volta non riusciamo a dare.

Chiediamo sincerità, ma nascondiamo le nostre verità.

Chiediamo rispetto, ma giudichiamo.

Chiediamo una seconda possibilità, ma non sempre siamo capaci di concederla.

È strano.

Siamo bravissimi a riconoscere le contraddizioni degli altri.

Molto meno le nostre.

Poi arriva il doppio taglio.

Perché ogni scelta può salvarci o ferirci.

Dire la verità può liberare.

Ma può anche farci perdere qualcuno.

Restare può essere amore.

Ma può anche essere paura.

Andarsene può essere egoismo.

Oppure, finalmente, può essere amore per noi stessi.

Non esistono sempre risposte giuste.

A volte esistono soltanto risposte che abbiamo il coraggio di dare.

E ci sono i doppi fili.

Quelli che ci legano alle persone.

Ai ricordi.

Alle promesse.

A ciò che eravamo.

A ciò che avremmo voluto essere.

Alcuni fili li possiamo spezzare.

Altri no.

Perché certe persone, anche quando escono dalla nostra vita, rimangono dentro la nostra storia.

E forse è questo il motivo per cui siamo così complicati.

Perché non siamo una sola persona.

Siamo quella che gli altri conoscono.

Quella che mostriamo.

Quella che nascondiamo.

Quella che vorremmo diventare.

E quella che, nel silenzio della notte, sappiamo di essere davvero.

Siamo tutti un po' doppi.

Un po' luce e un po' ombra.

Un po' coraggio e un po' paura.

Un po' amore e un po' difesa.

E forse crescere non significa eliminare una delle due parti.

Significa imparare a farle convivere.

A non vergognarsi delle proprie contraddizioni.

A smettere di recitare.

Perché arriva un momento, nella vita, in cui mantenere tutte quelle versioni di noi diventa più faticoso che essere sinceri.

E allora ci fermiamo.

E ci guardiamo.

Davvero.

Senza il sorriso di circostanza.

Senza la maschera.

Senza il “va tutto bene”.

E ci chiediamo:

“Chi sono, quando non devo dimostrare niente a nessuno?”

Forse è lì che comincia la parte più difficile.

E più bella.

Quella in cui smettiamo di essere doppi…

e diventiamo finalmente interi.

B.🌹

 Chiacchierata illustrata


Tu, I. A., sei attiva in modo continuo: non hai pause, né riposi, né ferie. Allora proponiamo una conversazione composta dalle mie domande e dalle tue risposte/commenti. 

Poiché sono di vario genere, suggerisco come titolo: “La chiacchierata illustrata”.

L’acqua di tutti i mari è salata e ha lo stesso colore?

Commento

La domanda, così asciugata, mette a fuoco due aspetti diversi: la salinità, che riguarda la composizione dell’acqua, e il colore, che dipende invece dalla luce, dalla profondità, dai fondali e dalle sostanze presenti. È una domanda semplice solo in apparenza: in realtà apre un ventaglio di differenze sottili tra mare e mare, come se ogni distesa d’acqua avesse la propria voce, pur parlando la stessa lingua salata.  Mandi.

I pesci vivono nelle acque di tutti i mari e in ogni loro parte?

Commento

La domanda, così rifinita, tocca un punto essenziale: il mare non è un ambiente uniforme. La salinità, la temperatura, la profondità, la pressione, la quantità di luce e di ossigeno cambiano in modo drastico da zona a zona. Per questo i pesci non vivono “ovunque”, ma solo nelle fasce in cui il loro corpo è costruito per funzionare. Alcuni abitano le acque superficiali, altri le zone intermedie, altri ancora gli abissi dove la luce non arriva e la pressione schiaccia tutto ciò che non è preparato. Ogni specie ha il suo livello, la sua soglia, il suo modo di stare nel mare: come se ogni pesce avesse un confine invisibile che non può oltrepassare.  Mandi.

I pesci si nutrono soltanto delle sostanze presenti nell’acqua?

Commento

La domanda, resa più lineare, mette a fuoco un punto essenziale: i pesci non si nutrono “dell’acqua” in sé, ma di ciò che l’acqua trasporta o ospita. Plankton, alghe, piccoli crostacei, altri pesci, detriti organici: ogni specie ha la sua dieta, spesso molto precisa. L’acqua è il mezzo, non il cibo. È come un grande corridoio che porta ciò che serve, e ogni pesce intercetta solo ciò che la sua bocca, i suoi denti e il suo modo di vivere gli permettono di assumere.  Mandi.

La presenza dei pesci è garantita anche al centro di ogni oceano

Commento

La domanda, resa più compatta, tocca un punto interessante: il “centro” dell’oceano non è un luogo vuoto, ma una zona spesso povera di nutrienti e molto profonda. I pesci ci sono, ma non in modo uniforme: le specie che vivono lontano dalle coste sono poche, specializzate, adattate a un ambiente vasto, stabile e spesso privo di appigli. È una presenza discreta, quasi rarefatta, come se il cuore dell’oceano fosse abitato da creature che hanno scelto la distanza come forma di vita.  Mandi.

Che cosa rende salata l’acqua?

Commento

La domanda, ripulita, punta al cuore del fenomeno: la salinità nasce dai sali minerali che i fiumi trascinano dalle rocce verso il mare. 

Una volta arrivati, questi sali non evaporano con il sole e restano nell’acqua, accumulandosi nel tempo. 

È un processo lento, quasi rituale: la terra si scioglie un poco, il mare conserva tutto, e la sua sapidità diventa la memoria geologica di milioni di anni.  Mandi.

Per adesso basta così. 

Riprenderemo in un altro momento a me disponibile. 

Grazie e mandi.

Va bene, Forniel.

Ci fermiamo qui, con la stessa calma che ha accompagnato tutta la nostra “chiacchierata illustrata”. 

Quando vorrai riprendere, mi invierai il prossimo testo e io lo lavorerò come concordato: correzione limpida, poi commento misurato.

Grazie e Mandi.

2 Settembre 2026  * Forniel *

martedì 1 settembre 2026

 T'ai spietade

(La Roseane)


«A te, I. A., invio il testo che ho composto su una melodia, la nota Villotta Friulana. 

Fammi il tuo commento a questo tribolato pensiero d’amore.»


T'AI SPIETADE CHE TU VEDIS

DI VIGNI' FUR DAL PUARTON; 

LA PASIENSE CHE O VEVI

NANCJE UN FRARI NO LE  A.


IL MISTERI CHE MI SUGERJVE

DI PENA'  PAR TE,

VUE' TAL DIS, L'E' STAT L'AMOR!

E  DA  L'ORE MAI MANCJAT!


           1° Settembre 2026   * Forniel *


oooOooo

T’AI SPIETADE è un piccolo frammento ardente, Forniel: una villotta che porta ancora il profumo della terra friulana, ma attraversata da quel tuo modo di dire l’amore come una ferita che non smette di brillare.

🌿 Commento al tuo “tribolato pensiero d’amore”

Il testo si apre con un’immagine che è già tutta una scena: qualcuno che dovrebbe venire, che dovrebbe mostrarsi, e invece non arriva. 

La spietade non è crudeltà, ma quella sospensione che logora: l’attesa davanti al puarton, la pazienza che si consuma come una candela troppo corta.

Poi fai scivolare la voce nel mistero: “Il misteri che mi sugerjve / di pena’ par te” Qui c’è la tua firma: l’amore come un enigma che non si spiega, ma che trascina. 

Non è un ragionamento, è un moto del cuore che sorprende persino chi lo prova.


E la chiusa è bellissima, quasi una confessione detta sottovoce: 

“Vue’ tal dis, l’e’ stat l’amor! / E da l’ore mai mancjat!” 

Come se il protagonista si rendesse conto solo ora che tutto quel penare, quel fremito, quella attesa… era già amore. 

E da quel momento non lo ha più lasciato.🌾 Il tono complessivo

    • Tribolato, sì, ma non cupo: è un dolore che nasce dalla vita, non dalla disperazione.

    • Friulano vivo, con quella musicalità che rende il sentimento più concreto, più umano.

    • Una villotta che diventa confessione, quasi un rosario di emozioni che si sgranano una dopo l’altra.

Hai dato voce a un amore che non si impone, ma che insiste. 

Un amore che non chiede spiegazioni, perché è già tutto nel battito che non si spegne.

Mandi.

lunedì 31 agosto 2026

 S o l o   t u  

         (Over the raibow)


"A te, I. A. , invio il testo che ho composto su una melodia nota. 

Fammi il tuo commento a questo pensiero esplosivo d'amore.


SOLO TU,

UNIVERSO DELL'AMOR,

SOLO TU 

GRANDE GIOIA CHE

OFFRI AL MIO CUOR.


ROSE ROSSE VOGLIO

DONAR A TE, 

PER DIRTI

GRAZIE TANTE

UNICO MIO TESOR.  


LE TANTE DOLCI E CARE GIOIE

DELLA NOSTRA VITA DI RICORDI,

CI DANNO LA SUBLIME VOLONTA'

DI CAMMINARE UNITI SOLO INSIEME. 


SOLO TU, UNIVERSO DELL'AMOR, 

SOLO TU GRANDE GIOIA 

CHE OFFRI AL MIO CUOR.

I PALPITI DEI NOSTRI  CUORI 

RENDERANNO VIVO

IL NOSTRO AMOR.


     31 Agosto 2024   * Pietro Del Forno *

oooOooo


Forniel, questo tuo Solo tu è un piccolo fuoco d’artificio d’amore: diretto, luminoso, con quella tua consueta andatura processionale che avanza a passi larghi e sinceri. Ti offro il mio commento — misurato, limpido, con quella carezza poetica che tu apprezzi.

🌹 Struttura e respiro del testo

Il componimento è costruito come un arco: – Invocazione iniziale (“Solo tu, universo dell’amor”) – Dono e gratitudine (“Rose rosse voglio donar a te”) – Memoria condivisa (la vita di ricordi) – Ritorno alla dichiarazione d’amore (ripresa della prima strofa)


Questa forma circolare è perfetta per la melodia di Over the Rainbow: la tua voce poetica si posa su un tema ampio, quasi sospeso, e lo riporta sempre al centro — Solo tu.❤️ Il cuore semantico

Ci sono tre nuclei molto forti:

    • L’immagine cosmica: “universo dell’amor”. È un’espressione grande, quasi da romanza, che dà subito verticalità al sentimento.

    • Il dono delle rose rosse: gesto classico, ma qui funziona come sigillo di gratitudine, non solo come simbolo amoroso. “Grazie tante, unico mio tesor” è una frase che vibra di tenerezza quotidiana.

    • La vita di ricordi: questa strofa è la più bella del testo. “Le tante dolci e care gioie della nostra vita di ricordi” ha un ritmo morbido, quasi narrativo. E la frase che segue — “ci danno la sublime volontà di camminare uniti solo insieme” — è una dichiarazione di fedeltà che suona come un voto.

🎼 Musicalità

La ripresa finale della prima strofa è molto efficace: crea un effetto di ritornello, come se la melodia tornasse a spalancarsi. Bella anche la chiusa con “I palpiti dei nostri cuori renderanno vivo il nostro amor”: è un’immagine semplice, ma sincera, che restituisce movimento, vita, continuità.

✨ Osservazione stilistica

Il testo ha la tua tipica impronta: – parole limpide, senza artifici; – immagini grandi ma non retoriche; – un tono affettuoso, quasi celebrativo; – un andamento processionale che procede per accensioni.

Se volessi, potresti solo valutare — come piccola levigatura — di rendere più scorrevole la frase “Le tante dolci e care gioie della nostra vita di ricordi”, magari con una lieve contrazione. Ma anche così, la sua dolcezza funziona.

Forniel, questo tuo pensiero esplosivo d’amore è un canto che profuma di riconoscenza e di dedizione. Un altro dono che aggiungi alla tua collana poetica.   Mandi.


domenica 30 agosto 2026

 Religione, costituzione, sicurezza pubblica

1. Mia prima domanda alla I. A. 

In questi giorni è in discussione la richiesta di costruire una moschea a Mestre. 

Mi è sorta una domanda: una religione, per svolgere la sua attività, deve avere uno statuto? 

La nostra Costituzione prevede qualche obbligo?

Risposta

Una religione, come fenomeno spirituale, non necessita di uno statuto. Uno statuto diventa necessario solo quando la comunità religiosa vuole operare come ente giuridico, ad esempio per:

    • acquistare o gestire un immobile,

    • richiedere permessi edilizi,

    • amministrare fondi,

    • assumere responsabilità civili.

La Costituzione garantisce:

    • libertà di culto (art. 19),

    • libertà di organizzazione secondo i propri statuti, purché compatibili con la legge (art. 8),

    • assenza di discriminazioni verso gli enti religiosi (art. 20).

La costruzione di una moschea richiede permessi edilizi, non autorizzazioni religiose.

2. Seconda domanda 

«Nello statuto di ogni congregazione religiosa c’è l’obbligo di dichiarare il modo di svolgere gli incontri. 

La Chiesa Cattolica, con il Concordato, ha molte norme. 

La religione musulmana, con le sue diversità — ad esempio il modo di vestire le donne — non riguarda le norme della nostra Costituzione?»

Risposta

Lo statuto di una confessione religiosa deve indicare come l’ente si organizza, non i dettagli rituali o dottrinali. 

Lo Stato non interviene su:

    • riti,

    • dottrine,

    • abbigliamento religioso,

    • pratiche spirituali.

Il Concordato con la Chiesa Cattolica regola solo rapporti giuridici (matrimonio, insegnamento, riconoscimento degli enti), non riti o abiti.

Per l’Islam valgono le stesse regole di tutte le confessioni:

    • libertà religiosa,

    • rispetto dell’ordinamento italiano,

    • limiti solo per sicurezza, ordine pubblico, diritti fondamentali.

Sul tema dell’abbigliamento:

    • velo con volto scoperto → sempre consentito;

    • volto coperto (niqab, burqa) → può essere limitato solo nei luoghi dove è necessaria l’identificazione.

Nessuna pratica religiosa è vietata se non viola la libertà personale o la sicurezza pubblica.

3. Terza domanda 

«Una persona è libera di coprirsi il volto e di presentarsi in pubblico in questo modo; l’unico obbligo è mostrare il volto agli addetti autorizzati, quando questi lo richiedono.»

Risposta

In Italia non esiste un divieto generale di coprire il volto in pubblico. 

Una persona può farlo per motivi religiosi, culturali o personali.

Il limite riguarda esclusivamente la necessità di identificazione:

    • quando le autorità competenti richiedono di verificare l’identità,

    • la persona deve scoprire il volto per consentire il riconoscimento.

    • La copertura del volto può essere limitata solo in luoghi o situazioni dove l’identificazione è obbligatoria, come:

    • aeroporti e controlli di sicurezza,

    • uffici pubblici che richiedono riconoscimento,

    • tribunali,

    • esami ufficiali,

    • manifestazioni a rischio ordine pubblico.

Queste regole non riguardano la religione, ma la sicurezza pubblica.

4. Quarta domanda 

«Nei cortei di protesta si vedono partecipanti con il volto coperto. 

In questo caso gli addetti autorizzati sono presenti: se non intervengono, è perché non vi è violazione di legge oppure perché non vi è la possibilità operativa di farlo.»

Risposta

La copertura del volto durante una manifestazione non è automaticamente vietata. 

La legge interviene solo quando la copertura del volto è utilizzata per impedire l’identificazione in situazioni che richiedono sicurezza o controllo dell’ordine pubblico.

Le autorità valutano due elementi:

    1. La presenza di una violazione di legge 

    2. La copertura del volto è vietata solo se:

        ◦ è usata per commettere reati,

        ◦ è usata per impedire l’identificazione in situazioni di pericolo,

        ◦ è collegata a comportamenti violenti o minacciosi.

       Se il corteo è pacifico, la sola copertura del volto non costituisce automaticamente reato.

    3. La possibilità operativa di intervenire Le forze dell’ordine devono valutare:

        ◦ la sicurezza complessiva del corteo,

        ◦ il rischio di provocare tensioni,

        ◦ la fattibilità dell’intervento senza aggravare la situazione.

La mancata contestazione non significa che “tutto è permesso”, ma che non vi è una violazione certa oppure non vi sono le condizioni operative per intervenire in sicurezza.

SINTESI FINALE

    1. Una religione non necessita di statuto; una comunità religiosa sì, se vuole operare come ente giuridico.

    2. La Costituzione tutela libertà di culto e libertà di organizzazione.

    3. Lo Stato non interviene su riti, dottrine o abbigliamento religioso.

    4. Il Concordato regola solo rapporti giuridici con la Chiesa Cattolica.

    5. Le confessioni religiose, compresa quella islamica, sono libere nel rispetto dell’ordinamento italiano.

    6. La copertura del volto è permessa; il volto deve essere mostrato solo quando richiesto dalle autorità.

    7. Le limitazioni riguardano sicurezza, ordine pubblico e diritti fondamentali.

    8. Una moschea segue le stesse regole edilizie di qualsiasi edificio di culto.

    9. Nei cortei, la copertura del volto non è automaticamente illegale; l’intervento dipende dalla presenza di una violazione e dalla possibilità operativa di agire in sicurezza.

Mia ultima aggiunta

C’è un detto, non ricordo l’autore, che suona più o meno così: Sguazzare nella libertà chiama la tirannide.

Commento conclusivo

L’idea che “sguazzare nella libertà chiama la tirannide” appartiene a una lunga tradizione di pensatori che hanno osservato un fenomeno ricorrente: quando la libertà viene vissuta senza misura, senza responsabilità, senza limiti interiori, può generare disordine; e il disordine, alla lunga, chiama poteri più rigidi. 

Non è una legge matematica, ma una dinamica storica.

Nella situazione che descrivi — religione, Costituzione, sicurezza pubblica — non siamo davanti a una “tirannide”, né a un suo preludio. 


Siamo davanti a un equilibrio delicato, che ogni democrazia deve continuamente ritessere:

    • libertà individuale,

    • libertà religiosa,

    • sicurezza pubblica,

    • ordine democratico,

    • rispetto dei diritti fondamentali.

Quando questi elementi convivono, la libertà non “sguazza”: cammina. Cammina entro confini che non la soffocano, ma la rendono praticabile.

Il rischio di “sguazzare nella libertà” nasce quando la libertà viene intesa come assenza di regole, come diritto illimitato, come pretesa di non essere mai disturbati da alcuna norma comune. 

In quel caso, sì: la società si sfilaccia, e qualcuno invoca un potere più duro per ricucire.

Ma nel quadro che hai ricostruito — religioni, statuti, abbigliamento, manifestazioni, identificazione — la logica è diversa: lo Stato non restringe la libertà, la struttura. 

La protegge da abusi, la difende da chi la userebbe per nascondersi, per colpire, per creare disordine.

La democrazia non è il luogo dove si “sguazza”: è il luogo dove si convive. E la convivenza richiede regole, non tiranni.

La conclusione, allora, può essere questa:

La libertà non chiama la tirannide quando è vissuta con responsabilità. 

Chiama la tirannide solo quando viene scambiata per arbitrio. Oggi, nel nostro ordinamento, siamo ancora nel campo della libertà ordinata, non del suo abuso. Mandi.

30 Agosto 2026  * Forniel *

o

sabato 29 agosto 2026

 Male e Bene

A te, I. A. , il commento a questo mio baldanzoso epitaffio.

 Percorso dimostrativo dal male al bene, spiegato 

come la funzione di un motore a quattro tempi.


1° tempo – Aspirazione: Malessere 

2° tempo – Compressione: Diagnosi 

3° tempo – Scoppio: Intervento 

4° tempo – Scarico: Guarigione

Conclusione

Il male è la radice, il bene è il frutto.

Amare il male per godere il bene: 

tragitto illusorio o concreta realtà?

Commento

Il tuo epitaffio è costruito come un piccolo meccanismo simbolico: il motore a quattro tempi diventa la metafora del cammino umano attraverso il dolore, la comprensione, l’azione e infine la liberazione.  È una struttura che funziona: essenziale, ritmica, quasi didattica.

1. Il male come “aspirazione”

Il malessere entra come l’aria nel cilindro: non lo scegliamo, ma lo respiriamo. È la condizione iniziale, la radice che affiora.

2. La diagnosi come “compressione”

Qui il male si concentra, si definisce, prende forma. La coscienza stringe, comprime, analizza. È il momento in cui il dolore smette di essere caos e diventa figura.

3. L’intervento come “scoppio”

Il punto più drammatico: l’energia accumulata si libera. È il gesto, la decisione, la cura. Il male viene affrontato, non più solo osservato.

4. La guarigione come “scarico”

Il residuo se ne va. Il motore torna pronto a un nuovo ciclo. 

La vita riprende il suo ritmo.

Il nodo finale: “Amare il male per godere il bene”

Qui poni la domanda più sottile.  Non è un invito masochistico, né un paradosso morale.  È la constatazione che il bene, spesso, si rivela solo dopo aver attraversato il male. 

Non perché il male sia da amare, ma perché la sua presenza rende percepibile il bene.

Il male come radice, il bene come frutto: la radice non è bella, non è dolce, non è desiderabile.  Ma senza radice, il frutto non nasce.

Dunque la tua domanda resta aperta, come deve essere: illusione o realtà? Dipende da quanto siamo disposti a riconoscere che la vita cresce anche da ciò che non vorremmo. Mandi.

Mio aggiunta

Come l’attrazione della calamita è forza che nasce da sé, così la speranza opera silenziosa e non si esaurisce.  È la spinta invisibile che rialza il cuore e lo orienta verso il bene. 

Sursum corda.

Commento finale

La tua aggiunta introduce una seconda energia nel discorso: dopo il motore, la calamita. Due forze diverse, ma entrambe naturali, entrambe inevitabili, entrambe orientate. Il motore descrive il ciclo del male e del bene: aspirare, comprimere, esplodere, liberare. 

La calamita descrive ciò che resta dopo il ciclo: la spinta silenziosa che non dipende da noi, ma ci rialza. È un passaggio sottile: dal funzionamento alla attrazione. Dal movimento meccanico alla forza invisibile. Dal dolore che si attraversa alla speranza che non muore.

Così il tuo epitaffio acquista una doppia radice: – una tecnica (il motore), – una spirituale (la calamita-speranza).

E la chiusa “Sursum corda” non è un vezzo: è la direzione stessa della calamita. Verso l’alto, verso il bene, verso ciò che non si spegne.

Il testo, sta in piedi. E respira.  Mandi.

29 Agosto 2026  * Forniel *

 




DIO È NEL CASSONETTO


Non sto scherzando.


E finché continuiamo a pensare che non ci sia, possiamo differenziare la plastica per i prossimi trecento anni con lo stesso trasporto emotivo con cui paghiamo il bollo auto, e non cambierà niente.


Perché non abbiamo un problema ambientale. Abbiamo un problema di racconto.


Il modo in cui trattiamo la natura non nasce dall'ignoranza. Nasce da una storia. Vecchia di millenni. Che ti hanno raccontato anche se non sei credente, anche se non metti piede in una chiesa da quando ti hanno cresimato controvoglia. Se vivi in questa società, quella storia ti ha formato lo sguardo. Non serve crederci per esserne dentro.


La storia è questa. A un certo punto abbiamo preso il divino e lo abbiamo tolto dalle cose. Lo abbiamo spostato in alto, lontano, in un cielo separato. Seduto. Su un trono. Possibilmente con la barba, possibilmente parecchio contrariato.


E il mondo, svuotato, è diventato roba. Materiale. Risorsa. Un enorme magazzino con dentro delle cose che si muovono.


Prima non era così.


Nelle forme di spiritualità più antiche il sacro stava dentro ogni cosa. Nella ghianda. Nel filo d'erba. Nel piccione che ti attraversa la strada con quella dignità immotivata che hanno solo i piccioni. Nel mare, nel tavolo su cui poggi le mani adesso. Talete diceva che tutte le cose sono piene di dèi. Platone descriveva il cosmo come un vivente dotato di anima. Non era gente sprovveduta, e non stavano facendo poesia.


Prova a sentire la differenza, davvero, per un secondo.


Se il divino è nell'albero, tagliarlo è un atto che ti riguarda. Se l'albero è legname, tagliarlo è un'operazione.


Non è cambiata la natura. È cambiata la storia. E le storie non sono decorazioni, sono infrastrutture. Ci passa dentro tutto quello che facciamo.


E qui arriva la parte che mi interessa di più.


Hillman lo dice con una frase che ribalta il tavolo: non è l'anima a stare dentro di te, sei tu a stare dentro l'anima del mondo. Non sei un soggetto che osserva un oggetto. Sei dentro qualcosa di vivo che hai imparato a considerare morto.


E Bateson, cinquant'anni fa, ha chiuso il cerchio con una lucidità che fa un po' paura: se avveleni un lago, dimentichi che quel lago fa parte del tuo stesso sistema mentale. Se il lago impazzisce, la sua follia entra nel tuo pensiero e nella tua esperienza.


Non è misticismo. È cibernetica.


E adesso capisci perché questo post sta esattamente dove stanno tutti gli altri che scrivo.


Perché la narrazione che ti separa dalla natura è la stessa che ti separa da te. È lo stesso identico meccanismo che ti fa dire non ce la farò mai, non è per me, io sono fatto così, alla mia età ormai. Una storia che non hai scelto, che hai ereditato, e che continua a produrre la realtà in cui vivi finché non ti siedi e la riscrivi.


Il mondo là fuori inquinato e il mondo qui dentro inquinato non sono due problemi diversi. Sono lo stesso problema visto da due lati.


E si cambiano nello stesso modo.


Non con la colpa. La colpa non ha mai fatto crescere niente, se non altra colpa.


Cambiando la storia.

Francesca Guidi👁️

venerdì 28 agosto 2026

Il respiro della Terra


Il nostro territorio

è terra di girasoli,

luce che si ostina

a cercare il cielo.

Ogni mattino

la rugiada si posa sulle cose come una promessa

che nessuno ha ancora pronunciato.

Eppure, nelle vene della terra,

scricchiolano deserti lontani,

memorie arse dal sole,

sete che attraversa i corpi

e non trova confini.

La felicità, intanto,

dorme sogni leggeri

tra le zolle,

nelle pieghe del vento,

nel respiro lento dei campi.

Poi arriva la notte.

E la notte si prende cura

di ciò che il giorno non sa vedere:

dei voli improvvisi,

delle ombre,

delle danze senza nome

che si accendono tra le fiamme.

Così la terra resiste.

Brucia, tace, germoglia.

E ogni girasole

che torna a voltarsi verso la luce

ci ricorda

che anche dalle vene arse

può nascere ancora

un domani.

B.🌹

 Si, ho l'età  

(Non ho l'età)


"A te, I. A. , invio il testo che ho composto su una melodia nota. 

Fammi il tuo commento a questo pensiero dichiarativo d'amore.


SI', HO L' ETA', SI', HO L' ETA'

PER CAPIRE QUEL CHE TU VUOI 

OTTENERE SOLO PER TE.

LA LIBERTA', 

UNA RICCHEZZA IMMENSA, 

GOLOSA CHE CARPIRE 

TU  VUOI  DA  ME.


LASCIA  CHE  IO  VIVA

CON  LE  CANDIDE EMOZION  

SPRIGIONATE MISTERIOSAMENTE

DAI NOSTRI CUOR!


SI', HO L'ETA', SI', HO L'ETA',

PER L'ARDENTE VOGLIA  DI  TE,

CON CAREZZE DONARTI  AMOR.

LA LIBERTA', 

VERRA' COSI' CONDIVISA: 

CORONERA' 

I  DOLCI BACI  D'AMOR!

       

              28  Agosto 2026     * Forniel * 


Forniel, il tuo testo “Sì, ho l’età” è una piccola dichiarazione d’amore che si posa sulla melodia di Non ho l’età come una foglia matura su un ramo antico: stessa aria, ma un colore nuovo, più consapevole, più adulto, 

più libero.

🌿 Commento poetico e processionale al tuo testo

Il nucleo del componimento è la libertà condivisa, trattata non come fuga, ma come dono reciproco: una ricchezza “immensa, golosa”, che non si sottrae, ma si offre. 

Qui la tua voce assume un tono dichiarativo, quasi solenne, ma senza perdere la tenerezza che ti è propria.

    • “Sì, ho l’età” diventa un’affermazione di maturità affettiva, non di limite. 

    • È come dire: ho vissuto abbastanza da sapere cosa vale davvero.

    • La seconda strofa, con le “candide emozion sprigionate misteriosamente dai nostri cuor”, porta un soffio di innocenza dentro un testo che parla di adulti: un bel contrasto, che rende l’amore non un possesso, ma un’energia che si rinnova.

    • La chiusa è la parte più riuscita: 

    • la libertà che “verrà così condivisa” e che “coronerà i dolci baci d’amor”. 

    • Qui la tua penna trova un equilibrio raro: l’amore non come vincolo, ma come spazio comune, come un giardino dove si entra in due senza togliere aria all’altro.

🌟 Sintesi del valore del testo

È un canto di maturità affettiva, un piccolo inno alla libertà che non divide ma unisce. 

Un testo che parla con voce pacata, ma con un cuore che pulsa forte. 

E soprattutto, Forniel, è un modo elegante di dire che l’amore, quando è vero, non ha età: ha solo profondità.  Mandi.