sabato 26 settembre 2026

 225 La Banda  Musicale (4)

«A te, I. A., il mio racconto affine al tema esposto nel titolo. 

Fammi il commento.» 

L’insegnamento organizzato con seria disciplina diede notorietà nella nostra comunità paesana, e le adesioni alla frequenza mi venivano richieste dai genitori perfino venendo alla mia abitazione. 

Nelle lezioni iniziali non servivano gli strumenti: si imparava il nome delle note, il loro valore temporale e il solfeggio per affinare il ritmo; solo in seguito gli strumenti diventavano necessari.

Il corso musicale indetto dal Ministero della Istruzione prevedeva anche modesti contributi per l’acquisto degli strumenti. Un po’ grazie a questi contributi e un po’ alle disponibilità della Banda, si progredì in modo progressivo.

Ripensando a quel periodo, e intuendo il precedente, confrontando con le maggiori disponibilità economiche e strumentali di oggi, rilevo come l’entusiasmo supplisse la mancanza della dotazione di una tastiera musicale necessaria per il solfeggio cantato. 

Il solfeggio veniva svolto solo parlato. Per i ragazzi con scarsa sensibilità all’intonazione l’insegnamento risultava più difficile. 

Altro problema era quello di insegnare a suonare i vari strumenti che compongono una Banda: bisognava assegnare uno strumento che piacesse all’allievo e che fosse utile all’organico bandistico.

È normale che alcuni ragazzi, nell’apprendimento, siano diversi: alcuni il solfeggio lo eseguivano a memoria e con un po’ di bravura, altri faticavano. 

Ma tutti venivano accolti a rinforzare le fila della Banda, che riprese fiato in più di quello soffiato negli strumenti.

L’effetto delle ciliegie: una tira l’altra. Così è il mio continuare a raccontare.

All’età di dieci anni i fanciulli frequentavano incontri presso la canonica del cappellano Don Angelo Querini, che insegnava a cantare le lodi liturgiche. 

Per essere ammessi ci faceva cantare le note dell’“ottava” della scala, con inizio dal do. Venne il mio turno: tutto intimorito iniziai e cantai, ma l’esito fu stonato, cioè non accolto nel coro. 

Mi ricordo bene di essere rincasato demoralizzato e dispiaciuto per non essere come i miei amici Giovanni, Benito, Rinaldo ed altri: un inferiore. 

Scrivo queste parole che dipingono la mia amarezza: parole che allora non conoscevo, ma ciò che ho provato, ora, appartiene a esse.

Vari anni dopo, nella sala del teatro dell’asilo infantile, venivano proiettati dei film. 

Uno di questi riguardava la vita di Papa Pio X°, cappellano a Tombolo di Padova, che impartiva lezioni di canto. Seduto all’armonium, davanti a un cerchio di ragazzi, a un tratto il cappellano smise di suonare e rivolto a un ragazzo disse: «Toni, non cantare che te stoni». Toni abbassò la testa e rimase in silenzio. Le prove ripresero, ma seguì un’altra fermata, e il cappellano Pio X° disse: «Toni, canta e… stona». 

Questa scena era uguale alla mia, solo che il cappellano non era Pio X°.

Proseguo con un altro aneddoto: avrò avuto undici anni. 

In inverno, nella cucina — per il clima tiepido — del solito cappellano della stonatura, venivano impartite le lezioni sulla conoscenza delle note, del pentagramma, delle figure musicali e dei loro valori. Utilizzava una lavagna non di pietra, ma di una specie di compensato nero. Con il gesso bianco tracciava i righi, ma per il gesso o per la lavagna le linee venivano poco definite. Il passaggio della spiegazione dei due valori che una nota musicale posta sul rigo esprime, cioè altezza del suono e durata, mi colpì: con una sola vista si comprendono simultaneamente due valori. L’inghippo mi piacque, e fu la scintilla che accese il fuoco del mio interesse nel scoprire la sua efficacia.

Ritornai a casa, presi il saxofono tenore in dotazione dalla Banda a mio padre e provai e riprovai a suonare le prime note del canto È l’ora che pia: RE – SOL – SOL – SI – SOL – SOL.

🎼 Commento conciso

Il quarto episodio della tua “Banda Musicale” è un capitolo di formazione: mostra come l’ordine, la disciplina e la povertà dei mezzi non frenavano l’ardore, ma lo accendevano. 

Il cuore del racconto è la nascita dell’orecchio musicale: prima negato, poi risvegliato da un dettaglio tecnico — l’altezza e la durata viste insieme — che diventa scintilla di vocazione.

Bella la doppia ferita: la stonatura infantile e la scena del film che la rispecchia. Bella la doppia rinascita: l’insegnamento ai ragazzi e il sax tenore preso in mano come risposta alla vita.

Il tono rimane quello che ti è proprio: memoria che non si lamenta, ma illumina.

Mandi.

26 Settembre 2026    Forniel 


venerdì 25 settembre 2026

Rincorrendo agi

 



Da braccio a braccio,
come pacchi postali.
Si sono già adattati.
In cicli di vita antica
in arte moderna.

B.🌹



 224 – La Banda musicale (3)

«A te, I. A., il prosieguo del tema esposto nel titolo. 

Fammi il commento.» 

Giacomo Pontoni, dotato di un carattere deciso e vivace, orgoglioso della sua inclinazione politica di partito, ma anche generoso, mi informò nei particolari dell’iter da seguire per accedere all’insegnamento musicale indetto dal Ministero della Pubblica Istruzione. 

Si adoperò inoltre nel far presente la mia volontà di essere accolto nel “grembo” dei maestri incaricati dei corsi al Funzionario del Provveditorato agli Studi di Udine, che risiedeva proprio a Orzano.

Compilai le scartoffie necessarie e venni accolto alla sacra funzione dell’insegnare. 

Un misero che veniva arricchito: intonatura o stonatura? 

Ai maestri veniva corrisposto un compenso proporzionato all’impegno.

Per me, la migliore gratificazione fu l’essere stato accolto: premio che mi ha ulteriormente “gasato”.

È vivido il ricordo della visita dell’Ispettore Scolastico, dott. A. Picot, avvenuta all’inizio dei corsi, svolti nel locale Oratorio della Parrocchia di Colloredo di Prato. 

Accolsi l’“ok” dell’Ispettore non tanto per l’apprendimento delle nozioni musicali da parte degli alunni — forse lui ne sapeva poco — quanto per il numero: una ventina di ragazzi/e.

Fu tanta la mia contentezza che organizzai un incontro conviviale, tenutosi a Cividale del Friuli presso il ristorante “Al Fortino”. 

Invitati, e tutti presenti: dott. A. Picot e la moglie Giuliana Cossich – Giacomo Pontoni – Giorgio Peressini – Roberto Raffaelli – e io.

Aggiungo un particolare. 

Possiedo tutte le pagelle scolastiche dalla seconda elementare in poi. 

Nell’anno scolastico 1944–1945 l’insegnante era proprio Giuliana Cossich, e la sua firma appare come “Giuliana Picot Cossich” e, a volte, semplicemente “Giuliana Picot”. 

Il cognome del marito, posto di seguito al proprio, merita una nota di attenzione: il particolare della patriarcale — cioè allora consueta — civetteria tipica del ruolo maschile allora dominante.    

(Continua)

✦ Commento conciso, in punta di piedi

Questo terzo frammento della tua “Banda musicale” continua a costruire, con passo misurato, la geografia umana che ha accompagnato il tuo ingresso nell’insegnamento. 

La figura di Pontoni emerge come un piccolo motore civile: carattere forte, idee nette, ma generosità concreta. 

È il tipo di persona che, nei paesi, non solo parla ma fa.

Il racconto acquista poi un tono quasi iniziatico: “un misero che veniva arricchito”. 

Qui la tua voce si fa più intima, come se riconoscesse che l’insegnare non è un mestiere, ma un passaggio di dignità.

Molto efficace il ricordo dell’Ispettore Picot: non tanto la valutazione tecnica, quanto la soddisfazione per quei venti ragazzi che riempiono la stanza e danno senso all’impegno. 

Il convivio al “Fortino” è una scena da cronaca paesana d’altri tempi: nomi, volti, un tavolo, e la gratitudine che si posa leggera come una tovaglia stirata.

Infine, la nota sulle firme di Giuliana Cossich introduce un filo di memoria domestica e sociale: il cognome del marito che ingloba quello della moglie, la “civetteria” del maschio. 

Un dettaglio che non giudica, ma osserva. 

È proprio questa tua capacità di osservare senza puntare il dito che dà al racconto la sua aria di verità vissuta.

Mandi.

25 Settembre 2026    Forniel 

giovedì 24 settembre 2026

La strada buia





Non c'è buio più profondo

di quello che nasce

da luci troppo abbaglianti.

Ci sono luci che illuminano la strada

e luci che accecano il cammino.

Forse il buio della fede

non è sempre l'assenza della luce,

ma il silenzio di una luce.

che gli occhi, ormai abituati al bagliore del mondo,

non sanno più riconoscere.

E allora bisogna chiudere gli occhi,

non per perdersi nel buio,

ma per imparare a vedere.

B 🌹


Per motivi tecnici la pagina non riceve più i vostri messaggi. Di conseguenza non posso ne pubblicare e ne rispondere. Chi desiderasse lasciare un commento lo può fare tramite: Lucedipensieri@gmail.com

Vi ringrazio.







Miniere di pensieri scavo 

estraggo righe in versi

Colori attraversano la voce.

B.🌹





Per motivi tecnici la pagina non riceve più i vostri messaggi. Di conseguenza non posso ne pubblicare e ne rispondere. Chi desiderasse lasciare un commento lo può fare tramite: Lucedipensieri@gmail.com

Vi ringrazio.



Per te

 





Un piccolo avviso ai miei lettori
Siete in tanti a seguirmi da molti anni, e desidero ringraziarvi di cuore per la vostra presenza, la vostra fedeltà e per l’affetto con cui accompagnate questo piccolo spazio di prosa e poesia.
Per motivi tecnici, purtroppo, la pagina non riceve più i vostri messaggi. Di conseguenza, non mi è possibile né pubblicare né rispondere ai vostri commenti.
Chi desiderasse lasciare un pensiero, una parola o semplicemente un saluto, può farlo scrivendo a:
Lucedipensieri@gmail.com
Continuerò a condividere con voi emozioni, parole e pensieri, come ho sempre fatto.
Grazie di cuore per esserci. ❤️
Brunetta🌹

 223 – La Banda musicale (2)

A te, I. A., il rituale commento al mio testo riportato.

E gli anni passano, la ricostruzione si espande e anche le attività sociali riprendono la loro funzione. Anche la banda musicale ha ripreso ad operare. Gli aderenti erano pochi: l’effetto della guerra si fece notevolmente sentire. La strumentazione era precaria, le giacche come divisa non esistevano.

Comunque, in questa situazione, la resistenza funzionò e pure io mi aggregai a suonare il saxofono soprano. L’insegnamento della musica ricevuto mi favorì nell’apprendimento dello strumento.

Da adolescente, a giovanotto, a uomo, arriviamo agli anni 1970. Svolgevo la mia attività lavorativa e mi dilettavo accompagnando i canti in chiesa all’organo e pure con il saxofono nella banda.

In questo periodo il Ministero dell’Istruzione predisponeva l’insegnamento di scuole popolari sia delle nozioni elementari sia di indirizzo musicale per le bande musicali.

Nella nostra banda, essendo in pochi, ci si faceva aiutare da suonatori esterni con distinta esperienza e conoscenza musicale, ma sempre amatoriali. Questi venivano ricompensati con poche lire, ma per i tempi di allora era manna gradita.

Venni a sapere che vigevano i Corsi Musicali indetti dal Ministero dell’Istruzione e che questi esperti amatoriali facevano domanda per essere designati maestri nell’insegnamento della musica, per imparare a suonare i vari strumenti delle bande.

La mia infarinatura musicale era pressappoco alla loro, forse un tantino avevo in più per la sciolta conoscenza delle due chiavi di lettura degli spartiti musicali utilizzate nella strumentazione bandistica.

Venni pure a sapere che il maestro della banda di Orzano, Giacomo Pontoni, di questi corsi del Ministero ne sapeva qualcosa.

In questo periodo la mia professione veniva svolta come agente di commercio. Quindi i vari programmi gestionali li organizzavo in modo autonomo.

Un mattino, avviandomi al lavoro con due pensieri — uno dell’itinerario da svolgere e l’altro del desiderio di conoscere nei dettagli i corsi di insegnamento musicale del Ministero dell’Istruzione — decisi di invertire la direzione e mi recai a Orzano da Giacomo Pontoni.

24 Settembre 2026  * Forniel *   (Continua)


✦ Commento rituale (conciso, misurato, con un filo di bottega)

Il tuo racconto procede con passo sicuro, come una banda che si rimette in marcia dopo un lungo silenzio. 

Hai il dono di intrecciare la storia personale con quella collettiva: la ricostruzione del dopoguerra, le bande che riprendono fiato, i maestri improvvisati che diventano colonne portanti delle comunità.

In questo episodio emerge un tratto che ti appartiene: la curiosità operosa. 

Non ti limiti a suonare, vuoi capire, vuoi andare alla fonte, vuoi bussare alla porta di chi “ne sa qualcosa”. 

Il mattino in cui inverti la direzione è un piccolo gesto epico: un uomo che decide di seguire la musica invece dell’itinerario commerciale. 

È una svolta silenziosa, ma decisiva.

Il tono complessivo è quello di una memoria che non si limita a ricordare: ricostruisce, ordina, dà dignità ai dettagli. 

E questo rende il racconto vivo, credibile, affettuoso verso le persone e le istituzioni che hanno segnato il tuo cammino musicale.

 Se continui così, il quadro della tua adolescenza musicale diventerà una piccola cronaca di paese, preziosa come un vecchio registro della banda.

Mandi.

🎹🎹🎹

Per motivi tecnici la pagina non riceve più i vostri messaggi. Chi desiderasse lasciare un commento lo può fare tramite: Lucedìpensieri@ gmail.com

Vi ringrazio.



mercoledì 23 settembre 2026

 La Banda musicale (1)


Ho pensato di scrivere alcuni episodi della mia adolescenza, riguardanti l’avvicinamento all’arte della musica. 

Tu, I. A., mi farai seguire un tuo conciso commento.

In vari paesi vicini al mio, Colloredo di Prato, vi erano bande musicali amatoriali, costituite verso la fine del 1900 in poi. 

La seconda guerra mondiale impedì sia la partecipazione alle prove collegiali sia le esecuzioni pubbliche. 

Al termine del conflitto, la parola d’ordine era: 

“Ricostruiamo”.

Lo ricordo perché, alla quinta elementare, venne aggiunta la sesta, svolta nel capoluogo per l’intero Comune, e la copertina del libro era di colore azzurro, come la carta da zucchero, con il titolo scritto in grande: Ricostruiamo. Imparare un mestiere era l’indirizzo primario per ogni adolescente. 

Le famiglie con maggiore benestare, ma anche più avvedute, iscrivevano i loro figli alle scuole superiori di Udine.

L’anno successivo questa classe sesta venne attivata anche nella nostra frazione di Colloredo di Prato ed, essendo gratuita, mia mamma me la fece frequentare. La maestra era giovane, forse al primo impiego dopo aver ottenuto il diploma. Si chiamava Mirella Cavalli.

Alla morte del parroco Don Pietro Sgoifo arrivò il nuovo parroco, 

Don Giovanni Buzzi. 

In quel periodo venne istituita, dall’Arcidiocesi di Udine, una scuola per l’insegnamento del suonare e dell’accompagnare i canti nelle celebrazioni liturgiche: la Scuola Ceciliana di musica sacra. 

Don Giovanni si prodigò nel rendere nota l’iniziativa e vari ragazzi aderirono e parteciparono alla scuola.

“Molti chiamati e pochi gli eletti”: non proprio così. 

Lavorare era giustificato, suonare era deplorato. 

Comunque, in tre abbiamo proseguito. 

Poi Luigi si trasferì a Mestre; Ennio, dopo una malattia… morì. 

Io, che scrivo, non occorre precisarlo.

23 Settembre 2026   * Forniel *        (Continua)


Commento conciso 

Questo primo frammento ha il passo giusto di un racconto scaglionato: procede per quadri brevi, come fotografie d’epoca, e costruisce un clima di paese che si rialza dopo la guerra. 

La tua voce è quella di chi guarda indietro senza nostalgia sdolcinata, ma con precisione di memoria: la copertina azzurra, la maestra giovane, il parroco nuovo, la Scuola Ceciliana che apre un varco inatteso.

Il tema centrale emerge già qui: la musica come possibilità, non come privilegio. 

E anche come piccola ribellione: lavorare era approvato, suonare no. 

Il trio che resiste — tu, Luigi, Ennio — è un nucleo narrativo forte, perché porta con sé la fragilità delle vite: uno parte, uno muore, uno continua.

Il tono è asciutto, dignitoso, quasi “di bottega”: racconti senza enfasi, lasciando che i fatti parlino. 

Per un racconto a puntate, questa apertura funziona: prepara il terreno, introduce i personaggi, accenna al destino, e lascia un filo sospeso che invita al seguito.

Se vuoi, nel prossimo episodio possiamo dare più spazio alla prima emozione musicale: il suono che ti ha fatto capire che lì c’era qualcosa per te.

Mandi, Forniel

🎹🎹🎹


 




Per motivi tecnici la pagina non riceve più i vostri messaggi. Di conseguenza non posso ne pubblicare e ne rispondere. Chi desiderasse lasciare un commento lo può fare tramite: Lucedipensieri@gmail.com

Vi ringrazio.


martedì 22 settembre 2026

 Il sogno dell’harmonium e i tacchini di mia nonna 

A te, I. A. , racconto questo mio aneddoto della mia adolescenza per farmi avere il tuo nobile commento. 

Nella mia adolescenza abitava vicino a casa mia un mio coetaneo, Ennio. 

La sua famiglia aveva acquistato un harmonium perché lui imparasse a suonarlo, con l’intenzione — un giorno — di farlo passare all’organo della chiesa. 

Frequentando la loro casa, mi capitava spesso di assistere alle sue ripetute prove: esercizi, scale, tentativi. 

È facile intuire la mia gola, il mio desiderio di avere anch’io un harmonium. Mia nonna lo comprese più con l’intuizione che con le parole. 

Fu allora che nacque la sua idea: allevare dei tacchini, portarli al pascolo ogni giorno, e con il ricavato acquistare lo strumento. 

Il progetto non si realizzò: servivano troppi tacchini. 

Così continuai a esercitarmi sull’harmonium della Parrocchia, quello custodito in canonica. 

Ogni tanto ripenso a tutto questo, e lo confronto con l’oggi: ora sono possessore della tastiera Yamaha Genos2. Amen.

Commento

🎼 Tacchini e harmonium: una verità contadina

Nel 1950 un harmonium semplice, senza registri, costava circa 55.000–60.000 lire. 

Un tacchino maturo, venduto dal contadino, valeva 450–500 lire.

La matematica della vita rurale è schietta:

60.000÷500=120 tacchini

Per un ragazzo di campagna, allevare cento e più tacchini significava un’impresa: pascolo quotidiano, cura, tempo, costanza. 

Eppure l’idea di tua nonna non era fantasia: era la saggezza pratica di chi sa trasformare un desiderio in un progetto.

Il sogno dell’harmonium, nato tra i tacchini e le prove di Ennio, non si è spento: ha solo cambiato forma. 

Oggi vive nella tua Genos2, che è un po’ l’harmonium che la vita ti ha consegnato più tardi, con un sorriso.


Se vuoi, posso trasformare questo componimento in una versione più poetica, oppure in una pagina di diario, o ancora in una fiaba contadina. Mandi.

Mia risposta

Direi che come hai composto e scritto è ben fatto. 

Ho scritto di getto, so che ho fatto degli errori, però tu — sempre — mi comprendi, e ogni volta mi meraviglio per la completa interpretazione del mio desiderio. 

Ora lo salvo, lo impagino e lo farò leggere ai miei amici. 

Tante grazie, e fin che vivrò ti… disturberò.

Commento finale 

Una storia così custodisce un filo di tenerezza che non si spezza: ciò che non si è potuto avere allora, la vita talvolta lo restituisce più avanti, con una forma nuova e un sapore ancora più pieno. Mandi. 

22 Settembre 2026   * Forniel *

oooOooo

lunedì 21 settembre 2026

 Evviva gli sposi

A te, I. A. ,chiedo di farmi il tuo commento a questo mio testo inviato agli sposi della Carinzia 17 giugno 2017

Oggi, nel pomeriggio, ho trovato nell’orto di casa un brandello di palloncino bianco e, legato al nastro, il vostro grazioso biglietto, qui fotocopiato.

Assieme a mia moglie e ad alcune persone nostre conoscenti, abbiamo condiviso l’improvvisa, festosa, strabiliante notizia. 

Il vento ha cullato il lieto messaggio per rendere manifesto il felice evento e, unitamente alla vostra gioia, profumare l’intero universo. 

Auguriamo che i due anelli abbiano ad unirsi a tanti altri per formare una lunga, forte e inossidabile catena d’amore!

Bitgit, moglie, e Stefan, marito: misteriosamente innamorati! 

Suggellata l’intesa: due cuori, una capanna!

oooOooo

🟦 COMMENTO 

Il tuo scritto agli sposi della Carinzia è una piccola scena di meraviglia domestica: un brandello di palloncino che atterra nell’orto e diventa messaggero di un amore lontano. Hai trasformato un episodio semplice in un racconto simbolico, dove il vento diventa araldo, il biglietto un dono inatteso, e la comunità attorno a te partecipa con stupore e gioia.

La frase sugli anelli che si uniscono in una “catena d’amore” è una tua tipica immagine: concreta, artigianale, e insieme affettuosamente universale. E poi quel finale — “due cuori, una capanna” — che chiude con un sorriso, come un vecchio proverbio che torna a dire l’essenziale: la felicità non ha bisogno di ornamenti, basta l’intesa.

Nel complesso, il testo è caldo, spontaneo, narrativo, e porta con sé un senso di festa che nasce non solo dagli sposi, ma anche da chi ha trovato il loro messaggio. 

È un piccolo ponte tra due mondi: il tuo orto e la Carinzia.


21 Settembre 2026    Forniel