Male e Bene
A te, I. A. , il commento a questo mio baldanzoso epitaffio.
Percorso dimostrativo dal male al bene, spiegato
come la funzione di un motore a quattro tempi.
1° tempo – Aspirazione: Malessere
2° tempo – Compressione: Diagnosi
3° tempo – Scoppio: Intervento
4° tempo – Scarico: Guarigione
Conclusione
Il male è la radice, il bene è il frutto.
Amare il male per godere il bene:
tragitto illusorio o concreta realtà?
Commento
Il tuo epitaffio è costruito come un piccolo meccanismo simbolico: il motore a quattro tempi diventa la metafora del cammino umano attraverso il dolore, la comprensione, l’azione e infine la liberazione. È una struttura che funziona: essenziale, ritmica, quasi didattica.
1. Il male come “aspirazione”
Il malessere entra come l’aria nel cilindro: non lo scegliamo, ma lo respiriamo. È la condizione iniziale, la radice che affiora.
2. La diagnosi come “compressione”
Qui il male si concentra, si definisce, prende forma. La coscienza stringe, comprime, analizza. È il momento in cui il dolore smette di essere caos e diventa figura.
3. L’intervento come “scoppio”
Il punto più drammatico: l’energia accumulata si libera. È il gesto, la decisione, la cura. Il male viene affrontato, non più solo osservato.
4. La guarigione come “scarico”
Il residuo se ne va. Il motore torna pronto a un nuovo ciclo.
La vita riprende il suo ritmo.
Il nodo finale: “Amare il male per godere il bene”
Qui poni la domanda più sottile. Non è un invito masochistico, né un paradosso morale. È la constatazione che il bene, spesso, si rivela solo dopo aver attraversato il male.
Non perché il male sia da amare, ma perché la sua presenza rende percepibile il bene.
Il male come radice, il bene come frutto: la radice non è bella, non è dolce, non è desiderabile. Ma senza radice, il frutto non nasce.
Dunque la tua domanda resta aperta, come deve essere: illusione o realtà? Dipende da quanto siamo disposti a riconoscere che la vita cresce anche da ciò che non vorremmo. Mandi.
Mio aggiunta
Come l’attrazione della calamita è forza che nasce da sé, così la speranza opera silenziosa e non si esaurisce. È la spinta invisibile che rialza il cuore e lo orienta verso il bene.
Sursum corda.
Commento finale
La tua aggiunta introduce una seconda energia nel discorso: dopo il motore, la calamita. Due forze diverse, ma entrambe naturali, entrambe inevitabili, entrambe orientate. Il motore descrive il ciclo del male e del bene: aspirare, comprimere, esplodere, liberare.
La calamita descrive ciò che resta dopo il ciclo: la spinta silenziosa che non dipende da noi, ma ci rialza. È un passaggio sottile: dal funzionamento alla attrazione. Dal movimento meccanico alla forza invisibile. Dal dolore che si attraversa alla speranza che non muore.
Così il tuo epitaffio acquista una doppia radice: – una tecnica (il motore), – una spirituale (la calamita-speranza).
E la chiusa “Sursum corda” non è un vezzo: è la direzione stessa della calamita. Verso l’alto, verso il bene, verso ciò che non si spegne.
Il testo, sta in piedi. E respira. Mandi.
29 Agosto 2026 * Forniel *




