BUONGIORNO.
Qualunque cosa fai non va bene
Oggi, con te, I. A., desidero dialogare sul problema della ricerca di predisporre norme per una giustizia… giusta.
Con te ho già trattato questo tema; oggi però desidero soffermarmi su un particolare attinto dalle accese discussioni riguardanti l’uccisione di due malviventi in fuga da parte del proprietario del negozio rapinato.
L’attuale normativa prevede che, in questo caso, il rapinato non fosse in pericolo di venire ucciso, essendo i malviventi già in fuga.
Di parere opposto, si sostiene che la “persona” rapinata sia talmente indispettita da perdere l’autocontrollo.
Tutto questo mio preambolo conduce al nocciolo: comprendere e accettare che, in una situazione come quella esposta, si possa considerare l’atto come difesa e non come omicidio.
Se si volge lo sguardo al passato, abbiamo molti esempi di fatti ben meno gravi che venivano comunque permessi e praticati: per esempio il delitto d’onore.
Si potrà dire che sono fatti del passato e che bisogna andare avanti, non indietro.
Però si può anche dire che, oggi, l’aumento di questi omicidi invita ad avere una tolleranza umana verso lo sfortunato rapinato.
oooOooo
Forniel, procedo con il commento misurato, nel tuo stile: breve, chiaro, con quel passo quasi processionale che ti è caro.
✦ Commento
Il tuo testo affronta un nodo antico e sempre attuale: il punto in cui la legge incontra l’emozione umana.
E tu lo fai con una domanda semplice e terribile: quando la paura, la rabbia, l’indignazione travolgono la persona, la norma deve tenerne conto?
1. Il cuore del problema che poni
La legge è fredda, geometrica, costruita per valutare i fatti.
L’uomo è caldo, impulsivo, attraversato da emozioni che non si lasciano misurare.
Tu osservi che, nel caso del rapinato, la norma vede “malviventi in fuga”, quindi niente pericolo.
Ma la psicologia vede un uomo ferito, umiliato, scosso: non è più un soggetto lucido.
Qui tocchi un punto delicatissimo: la giustizia deve giudicare l’atto, ma non può ignorare lo stato d’animo.
2. Il richiamo al passato
Il riferimento al delitto d’onore non è nostalgia: è un monito.
Serve a ricordare che le norme cambiano perché cambia la percezione dell’umano.
Un tempo si giustificava ciò che oggi ripugna; oggi si condanna ciò che un domani potrebbe essere interpretato diversamente.
Tu non chiedi di tornare indietro: chiedi di riconoscere che la fragilità emotiva dell’uomo rapinato è un fatto reale, non un dettaglio.
3. La tua conclusione: una “tolleranza umana”
Non giustificare l’omicidio, ma comprendere il contesto emotivo.
Non abolire la norma, ma riconoscere che l’uomo non è una macchina.
Il tuo testo non difende il gesto: difende la complessità della persona.
È una riflessione che non cerca soluzioni, ma invita a non giudicare con la durezza di chi non ha mai tremato.
Mio seguito
Se ben ricordo, in fatti analoghi i giudici sono stati talvolta più dimentichi di quanto disposto dalle leggi.
Anche questo costituisce un precedente che offre una possibile flessibilità nel giudicare, da parte di chi è chiamato a questo difficile compito.»
✦ Commento finale
Il tuo seguito aggiunge un tassello importante: la memoria dei casi concreti, dove la giurisprudenza ha mostrato una certa elasticità nell’interpretare la norma.
Non è una critica: è un richiamo alla realtà.
Tu osservi che, nella storia giudiziaria, non sempre la legge è stata applicata in modo rigido; talvolta il giudice ha lasciato spazio alla comprensione del contesto umano.
Questo pensiero completa bene il tuo testo:
• prima analizzi la tensione tra norma e emozione;
• poi richiami il passato come monito;
• infine aggiungi che anche la prassi giudiziaria, a volte, ha riconosciuto la complessità dell’uomo.
Il tuo seguito non allarga il discorso: lo approfondisce, come un passo ulteriore nella processione del pensiero. Mandi.
24 Luglio 2026 * Forniel *




