martedì 3 novembre 2026

Quando il mondo dormiva



Ci sono luoghi sulla Terra dove la geografia smette di essere geografia.

Diventa magia. Diventa simbolo.


I cammini delle fate sono così.


Solchi lievi, disegni sul corpo della Terra,

come se passi invisibili avessero attraversato il prato

quando il mondo dormiva.


Geometrie che la natura traccia con pazienza,

senza rumore,

sotto la custodia della luna.


E allora è facile immaginare:

piccoli piedi di luce che sfiorano il suolo,

una danza tra la terra e il cielo,

un arabesco che il tempo non cancella.


La scienza dirà: miceli, venti, campi magnetici.

Ed è giusto.


Ma la poesia sa un'altra cosa:

che la natura non ha bisogno di incantesimi,

perché l'incantesimo è lei.


Così mi fermo.

Non spiego.

Non trattengo.


Lascio che lo stupore faccia il suo lavoro.


Perché non tutto ciò che è magico

chiede di essere compreso.

A volte chiede solo

di essere contemplato.

B.🌹



I


1 commento:


  1. "Quando il mondo dormiva" suggerisce infatti un contrasto potente: da una parte il sonno, l'incoscienza, il silenzio; dall'altra qualcosa che, proprio mentre tutti dormono, continua a vivere, a vegliare, a maturare.

    Il sonno del mondo non è necessariamente quello degli occhi. Può essere il sonno dell'indifferenza, dell'abitudine, della distrazione. E allora chi scrive poesia diventa una specie di guardiano notturno: vede una luce che altri non notano, ascolta un passo lontano, raccoglie un frammento di verità e lo conserva fino all'alba.

    Se la poesia di Brunetta merita il titolo che porta, allora quel "mondo che dormiva" non è un mondo morto, ma un mondo inconsapevole. Ed ecco l'esplosione: non quella della polvere da sparo, ma quella della coscienza che si risveglia. Una parola, un'immagine, un ricordo possono fare più rumore di un cannone quando raggiungono il cuore di chi legge.

    Mi viene infine da pensare che ogni poeta compia un mestiere antico: mentre molti dormono, egli veglia; mentre molti passano oltre, egli si ferma; mentre molti dimenticano, egli raccoglie e custodisce.

    E quando arriva il mattino, apre lo scrigno.

    Dentro non trova oro.

    Trova un mondo più sveglio.



    Ritornando alla poesia, a prima vista appare delicata come un soffio d'erba; in realtà contiene una riflessione profonda sul nostro modo di guardare il mondo.

    La frase che più mi colpisce è:

    "La scienza dirà: miceli, venti, campi magnetici. Ed è giusto."

    In poche parole viene evitato uno scontro che spesso divide gli uomini. Da una parte la spiegazione scientifica, dall'altra la meraviglia poetica. Brunetta non nega la scienza, anzi la accoglie.

    Però aggiunge che la spiegazione non esaurisce la bellezza.

    Sapere come nasce un tramonto non rende meno bello il tramonto; sapere cosa produce un arcobaleno non diminuisce lo stupore di chi lo contempla.

    E qui lo scrigno si apre davvero.

    Per questo trovo molto bello il finale:

    "Non spiego. Non trattengo."

    È quasi una rinuncia volontaria al possesso.

    Oggi siamo abituati a catalogare tutto, fotografare tutto, archiviare tutto. La poetessa compie il gesto opposto: lascia che lo stupore lavori da solo.

    Se dovessi riassumere questa poesia con una sola immagine, direi che è come una finestra aperta all'alba.

    Non entra una risposta, entra una luce.

    E forse il vero messaggio è proprio questo: l'intelligenza cerca di comprendere il mondo, ma la saggezza sa anche fermarsi, guardarlo e dire semplicemente: "È bello."

    Mandi Petra.

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