Potere proletario
Il racconto di Roberto e di
quanto male portino le ideologie, i pregiudizi, i partiti presi ecc.
ecc.
“Il potere politico nasce
dalla canna del fucile”
Mao Tse Tung, leader cinese
del secolo scorso.
In
quei tempi io ero, certamente, il più convinto e fanatico tra i
cattolcomunisti del nostro bel paese, quando ancora era di moda
esserlo.
Cantavo a
squarciagola inni come: “Avanti popolo, alla riscossa, bandiera
rossa ... trionferà – oppur Compagni avanti icolgran partito …“
leggevo avidamente
l’Unità, fondato da Gramsci, come se fosse stato il Vangelo,
sventolavo in aria, assieme ai miei compagni scemi, il libretto rosso
di Mao. Un cinese comunista.
I consueti punti di
riferimento nella mia città, Milano, erano stati sia il parroco che
il dirigente di sezione.
Tutta la mia
fiducia, la mia ammirazione ed il mio rispetto erano rivolti a loro,
ai rappresentanti della Chiesa e dell’apparato burocratico del
Partito Comunista, invece che al mio povero e grande padre,
lavoratore instancabile ed autonomo, che non perdeva tempo con le
sterili utopie e che io, stupidamente, definivo borghese,
conformista, liberale e piccolo capitalista, con tutto il disprezzo
che si dava, allora, a questi termini.
Col tempo, mi accorsi
che i preti erano quasi tutti pedofili e i dirigenti comunisti ladri
come i dirigenti degli altri partiti (i quali, almeno, non si
atteggiavano tanto ( falsi) moralisti).
Però me ne accorsi
troppo tardi, quando era comodo per tutti rinsavire dalla follia
delle ideologie: quando il Mondo aveva iniziato a cambiare rotta e la
Storia, stavolta, faceva sul serio, ricordandoci che la ricreazione
del cervello era inesorabilmente finita e bisognava diventare seri.
L’anno che rievoco
con più angoscia, e che resterà sempre a disturbare i miei sonni e
a torturare la mia mente, anche se vivessi più e più ancora di
cent’anni, è il 1978.
Allora, il
Partito Comunista Italiano (e non solo italiano) aveva da poco e di
poco superato, mediante regolari elezioni democratiche, l’odiato
partito dei padroni chiamato Democrazia Cristiana.
Tutta la sinistra
aveva preso forza, anche le schiere dei cosiddetti
“extraparlamentari”, molti dei quali erano intellettuali e in
buona fede, altri invece formavano gruppuscoli, vere e proprie bande
di infami assassini.
Non che lo stesso
non accadesse a destra, ma là, i fascisti non si erano mai stancati
di definirsi fascisti e non negavano la violenza come, ipocritamente,
facevano molti dei nostri dirigenti. Quell’anno, che Dio ci
perdoni ancora, fu proprio un anno di inferno.
Non passava Sabato
sera, senza che il centro di ogni città d’Italia fosse invaso da
giovani, molti dei quali figli di buona famiglia, che bloccavano il
traffico, nel migliore dei casi, oppure spaccavano vetrine e teste
degli avversari, nel peggiore.
Non passava
settimana senza che qualche imprenditore o poliziotto o giornalista
politico o magistrato o comune cittadino venisse “gambizzato”,
se non gli andava peggio. E la caccia ad un nuovo adepto
brigatista(cosi’ si chiamavano i terroristi), era sempre aperta.
Negli altri paesi
europei e negli States,
il favoloso 1968, anno della rivoluzione, era terminato da un bel
po’. Da noi era vivissimo e imperversavano lotte continue,
scioperi, contestazioni, ribellioni boicottaggi, sit – in, marce
di protesta con urla e pianti anche quando non erano organizzati per
difendere qualche diritto sacrosanto. E questo modo di agire persiste
tuttora e sotto altre forme, nel nuovo millennio, anche se non serve
ormai più a niente ed a nessuno, ma è solo un’ arma vecchia e
spuntata.
Fu nell’anno del
Signore millenovecento settantotto, che i capi sezione accettarono di
farmi entrare nella colonna milanese e veneta delle Brigate Rosse,
dopo un rito di iniziazione.
Esso consistette
nello sprangare a tradimento, con una barra di acciaio, un ragazzo,
considerato fascista carogna, solo e soltanto perché iscritto al
Movimento Sociale Italiano, mentre se ne usciva dal cinema
“Progresso” con la fidanzata, mano nella mano.
Il film che davano,
allora, era intitolato “La febbre del Sabato sera”, con un
giovane aitante e bello John Travolta. Io quasi lo ammazzai e ricordo
ancora il terrore sugli occhi della ragazza sua.
Ma il primo
incarico vero e proprio, fu quello di rapire il bambino di un
onorevole democristiano, il sottosegretario Lazzari, per chiedere un
forte riscatto allo Stato, con cui poter acquistare dai siriani molte
armi.
Purtroppo il
bambino ci morì tra le mani. Nel terribile 1978.
A questa
orribile rivelazione Ugo e Angelo sobbalzarono.
Riuscimmo a far
ricadere il delitto - proseguì Roberto - sulla mafia siculo
calabrese, la ‘ndrangheta. Uccidere un piccolo è una cosa che ti
segna per sempre, ma se la tua ideologia è forte, dentro di te
riesci a giustificare tutto, ed eliminare in un lampo di oblio tutti
i tuoi sensi di colpa.
Il 1978 contò
tre Papi.
E la Chiesa era
la nostra grande amica, perché noi lottavamo per l’eguaglianza e
per i poveri, come insegnava la religione, anche se i cattolici ci
biasimavano. Papa Paolo VI, il cardinal Montini, lasciò, alla sua
morte, il trono papale ad Albino Luciani, uno amico dei poveri, come
lo eravamo noi, che volle chiamarsi Giovanni Paolo primo.
Dopo
trentatré giorni il buon pastore morì e la sua stravagante e
misteriosa morte, dato anche il periodo, suscitò, e suscita ancora
oggi, grandi perplessità e terribili sospetti. Dall’Est Europa
arrivò Karol, ferocemente anti comunista, e da allora la Chiesa non
ci piacque più.
In quell’anno i
fascisti erano soliti sistemare bombe e altri ordigni sui treni e
nelle banche, facendo stragi a caso, massacrando innocenti, mentre
noi continuavamo a sparare a tradimento sì, ma contro bersagli ben
definiti.
Fu io ad
uccidere, quella volta, un piccolissimo e insignificante magistrato,
il giudice Polentini, con tre colpi di pistola. Allora, le mie mani
furono volontariamente sporche di sangue. Mi giustificai con la mia
coscienza, dicendomi che avevo, semplicemente, sparato ad una toga,
null’altro: non era colpa mia, pensai credendoci, se dentro
quella toga c’era un povero essere umano, con ancora tanta voglia
di vivere.
Ma poi, sempre in
quell’anno maledetto, successe il grande evento. Io prestavo
servizio militare in una caserma di Firenze, proprio in centro città,
dove facevo l’autista di camion.
La città medicea
era tra le più belle del mondo, ma, di ciò, mi accorsi solo tanto
tempo dopo: prima, avevo considerato quegli splendori urbanistici,
quegli scrigni di bellezze artistiche come meri campi di battaglia.
Uscii dalla caserma col mio pesante automezzo militare assieme a
Rico, un ciccione padovano, anche lui fanaticamente di estrema
sinistra, ma che mai avrebbe sospettato della mia militanza
brigatista rossa
Fermammo
il mezzo pesante davanti al magazzino provviste e ricambi auto
dell’Esercito, che si trovava vicino allo stadio della Fiorentina
calcio, quando Rico, dopo esser sceso ed entrato nell’emporio
militare, dove doveva ritirare dei pezzi di ricambio, ne uscì e
tornò di corsa in camion, sudatissimo.
“Il Presidente …
Il Presidente …” farneticava, ed aveva lo sguardo angosciato.
“Cos’è successo?”
Gli chiesi.
“Alcuni terroristi
hanno rapito, stamane, il Presidente del Consiglio dei Ministri …
onorevole Aldo Moro.”
Aveva ripetuto
pedissequamente le parole pronunciate dai giornalisti della tivù,
una tivù che era rimasta accesa di mattina, cosa strana che capitava
raramente, nel 1978 delle televisioni quasi tutte in bianco e nero.
La mia gioia fu incontenibile. “E’ fatta, stiamo vincendo la
nostra guerra”, pensai tra me e me. Me ne fregai di molto che
avessero assassinato mezza dozzina di guardie del corpo, quasi tutti
ragazzi della mia età: “tanto erano fascisti!” Pensai.
Era, quello di
considerare tutti fascisti e nemici cattivi e indegni, un altro modo
di lavarsi la coscienza. Un meccanismo di difesa psicologico che
molti esseri della nostra razza utilizzano in tempo di guerra, cioè
in quasi tutti i momenti della storia umana.
La faccia
dell’Italia cambiò in quei giorni: non si parlò d’altro per
circa due mesi, fino a quando il corpo del presidente venne rinvenuto
- dopo mille peripezie quotidiane , fiumi di inchiostro da parte dei
giornalisti ed estenuanti ricerche compiute da esercito e polizia
italiana (anche di altri paesi) in ogni parte del bel paese - proprio
all’incrocio.
L’incrocio tra
l’ufficio dell’odiata Democrazia Cristiana e la sede centrale del
Partito Comunista Italiano a Roma. Non vidi l’ora di tornare in
caserma dove prestavo il servizio militare a dare la notizia (in
quel tempo, senza l’aiuto di internet, cellulari e televisioni
sempre aperte, bisognava aspettare qualche ora per avere le
informazioni, anche quelle più sconvolgenti ed epocali), ma molti,
conoscendo la mia indole, pensarono ad uno scherzo, fino all’ascolto
dell’Edizione Straordinaria. Con molti compagni, in caserma,
brindammo quella sera.
Attentati e stragi
si ripeterono, quell’anno. Ma non fu un atto terroristico quello in
cui rischiai di morire mentre, tornando a casa in licenza, ero salito
in un treno che attraversava gli Appennini tra Firenze e Bologna.
Conoscete quella linea ferroviaria piena di gallerie e funestata
molte volte da incidenti? Bé quella volta fu una frana, una delle
tante frane del belpaese, che travolse i binari subito dopo il
passaggio del nostro convoglio diretto a Venezia. Il treno che
incrociammo e che scendeva verso Firenze, quella frana, dodici minuti
dopo, se la sarebbe presa in pieno. Ci furono molti morti e feriti.
Qualche amico e parente, non sapendo dov’ero finito, pensò che su
quel treno ci fossi stato anch’io.
Un urlo
proveniente dall’esterno, la voce di una donna, raggelò tutti.
Fuori dalla porta del maniero stava la figura di una ragazza bionda e
bellissima, pareva un angelo. Angelo, il capo, uscì, solo con la
punta del naso dalla finestra, , si fermò un istante, poi le fece
cenno di salire a quella nuova ospite arrivata in ritardo tra di
loro. La bella entrò nello stanzone del caminetto. “Buon giorno a
tutti - disse con entusiasmo e sicurezza di sè- grazie di cuore per
avermi fatta entrare.”
Ugo
le porse un po’ di olive ed un aperitivo. “Benvenuta tra noi, in
questa ultima notte ognuno sta raccontando la propria storia e, visto
il poco tempo a disposizione, non occorre dirti altro. Scaldati,
mangia quello che vuoi e che trovi sul buffet, come vedrai qui non
manca nulla. La tua storia ce la racconterai subito dopo – affermò
Angelo – ora siediti e ascolta”. Tutti gli altri la salutarono e
la abbracciarono, Pedro la guardò intensamente. Il racconto di
Roberto, terrorista confesso e pentito, proseguì con molta
intensita’. Egli
riprese il filo con una certa fatica.
La mia divisa da
militare suscitava molto rispetto (all’epoca era ancora
obbligatorio indossarla, così come era imposto prestare il servizio
di leva) e mi dava la possibilità di agire senza destare sospetti.
Fu cosi’ che
affiancai la mia colonna brigatista in un delitto, proprio quando mi
trovavo in licenza. Non mi sporcai le mani di sangue, ma feci passare
tantissime armi provenienti dalla Palestina, un paese nostro amico
perché nemico del’odiato Israele. Armi che arrivarono senza
problemi in una tranquillissima isola della laguna, rifugio per cani
abbandonati, proprio di fronte alla magnifica Piazza San Marco. Che
forti che eravamo! Non andavo a pensare, allora, che l’uso di
quelle armi avrebbe sporcato di sangue innocente anche me. A
proposito di Israele … non capii mai perché, da comunisti,
bisognasse odiarlo tanto. Era formato da persone sfuggite ai nazisti
(nostri nemici), che praticavano un vero e proprio socialismo (nei
Kibbutz), si difendevano dagli emiri arabi tirannici e affamatori dei
loro popoli (la parola Democrazia nemmeno esisteva nel loro
vocabolario, mentre Israele ne faceva una bandiera). E mi viene in
mente che, proprio in quel periodo per fatalità, il boia nazista
Kappler fu fatto fuggire dall’ospedale di Roma, dove era stato
portato mentre scontava l’ergastolo per i suoi crimini contro gli
ebrei e contro l’umanità.
Sempre in
quell’anno, in Argentina noi italiani rischiammo di vincere ai
mondiali di calcio, ma si sarebbero dovuti aspettare altri quattro
anni. Protagonista il mio coetaneo Paolo Rossi.
Poi arrivò,
in Estate, qualche giorno dopo, un nuovo presidente della Repubblica.
Sandro Pertini, compagno partigiano. Ci avrebbe portato fortuna
proprio lui, quattro anni dopo.
La Gente
pensava al calcio, al buon Pertini come soluzione dei mali, si
sognava e si sperava nella cosiddetta “ripresina economica” e si
guardavano i film “disimpegnati”, mentre le canzoni “impegnate”,
a volte logorroiche e senza musica, si alternavano a quelle con le
solite rime: “amore – cuore, mare - giocare …”
Morti e stragi
continueranno anche negli anni successivi, negli anni ’80 cadranno
aerei, treni, governi. Qualcuno sparerà a presidenti americani e
Papi anticomunisti (per sua fortuna la Madonna spostò la mano del
killer) le guerre e le guerriglie si ripeteranno e si
moltiplicheranno con tanto di bombe intelligenti, stupri di massa,
lager e poi ancora terremoti, frane, incendi, drammi familiari .
Ma, il punto più
basso lo stiamo toccando adesso, in questi giorni. Forse per questo
Dio (a cui ho imparato nuovamente a credere ed al quale continuo a
chiedere e ad implorare perdono), ci lancia la sua tremenda
punizione. Siamo stati proprio immensamente sciocchi ad essere
arrivati a questo punto.
E adesso sono
indignato, anche se so, data la mia scarsissima verginità morale,
che non posso permettermelo. Sono indignato e sconvolto, perché
questo paese, questo Mondo, ha tanti colpevoli. Tutto ciò che ho
combinato, quell’anno, avrebbe dovuto ispirarsi alla giustizia
divina ed alla giustizia sociale. Ma anch’io, come molti altri,
servivo Satana senza saperlo.
Quel che ci
resta dei nostri assurdi ideali, destra o sinistra, oggi lo vedo in
un filmato che la televisione manda di frequente.
E’ un
pianto, un pianto collettivo, assurdo, ipocrita. E’ il pianto della
povera gente della Corea del Nord, uno dei paesi più illogici di
tutto il Mondo. Un paese governato non da un essere vivente, ma da
una mummia, un uomo morto molti anni fa, i cui discorsi registrati
vengono trasmessi quotidianamente. Ne faceva le veci il figlio ma,
poco fa, morì anche lui. La gente di quel povero paese fu costretta
a forzarsi di singhiozzare davanti alle telecamere del regime: chi
non avesse pianto abbastanza energicamente, con grande versamento di
lacrime salate, sarebbe stato rinchiuso in un campo di
concentramento. Da questi fatti fu coniato il termine, molto usato
nei giornali e nei telegiornali di “Pianto del coreano”, per
indicare chi piange non per dolore, ma per il terrore verso un
regime, una persona crudele, un padrone. Chi piange perché deve
rispondere della sua vita ad una mummia. Era pronto a sostituirlo, il
mummificato, suo nipote, un giovane che basta guardarlo per capire
la degenerazione prossima del genere umano.
E voi
capite che era per realizzare Mondi come questo che noi, rossi o
neri, ci eravamo battuti? Solo per creare imbecilli tiranni dementi,
regimi irrazionali e antiumani? Per questo noi abbiamo ammazzato
esseri umani, bambini piccoli ed innocenti? Noi odiavamo la
Democrazia e lottavamo per realizzare questi orrori.
Roberto Iniziò a
piangere, peggio di un coreano, ma il suo pianto sembrava sincero.
Solo Dio lo sa se lo fosse stato veramente.
“Caro Roberto –
chiese Ugo – vedo che sei realmente pentito delle tue tragiche
azioni. Ma non pensi che chi ha ucciso una volta può trovare
l’abitudine ad uccidere?”
Roberto
non capiva cosa volesse insinuare, in quel momento.
Si udirono dei sordi rumori
provenire dall’alto, come se ci fosse qualcuno che camminava nei
piani di sopra. Ma tutti pensarono che fosse il frastuono dei
meteoriti ormai vicinissimi. Proseguì il racconto.
Da
quell’anno in poi la mia vita cambiò. Iniziai a dedicarmi al
volontariato, aiutai i ragazzi malati e abbandonati, mi riavvicinai
alla Chiesa. Ho sempre lavorato come cameriere, anche se mi piace
scrivere su vari giornali, specie cattolici e dedicarmi alla
politica, specie quella che parla di liberismo, onestà, giustizia.
Tra un po’, se non ci sara’ la fine del Mondo, potrò andare in
pensione, ma il conto dei miei crimini, con la giustizia umana, non
l’ho mai pagato. Forse andrò diritto all’inferno, oggi o domani,
forse Dio misericordioso mi manderà per un po’ di tempo al
purgatorio. Poi si vedrà.
Ugo e Angelo,
dopo questo racconto, sospettarono assai dell’uomo come l’assassino
del ragazzo. Decisero di porgli, con estrema cautela, alcune domande.
“Quando sei
arrivato al castello, eri sempre con gli altri? Non ti sei mai
staccato da loro?” Chiese Angelo.
“Sì, certo. Siamo
arrivati tutti assieme.”
“Il bambino rapito
dalle brigate rosse, l’hai ucciso tu?”
“No, assolutamente.
E’morto per la negligenza di un mio compagno.”
“Quando sei
entrato nel salone, ho visto che tenevi addosso un coltello, era
tuo?”
“No, me lo aveva
dato Samuele, lui lo teneva sempre vicino per paura di aggressioni.
Io dovevo tenerglielo perché si era chinato per allacciarsi le
scarpe.”
Samuele annuì.
Ugo e Angelo
uscirono assieme, entrarono nella grande cucina e posero nei vassoi
le costine di maiale e la soppressa che avevano preparato in
precedenza. C’era anche della polenta gialla e una grande quantità
di funghi. Si apprestarono a servire gli invitati e si guardarono con
cenni d’intesa.
“Cosa ne pensi, ti pare
che sia stato lui ad uccidere il bambino?” Domandò Angelo, ma si
capiva che non ne era per niente convinto.
In
quel mentre notarono che Gionni si stava lavando le mani e si era
messo a guardare verso di loro.
Ugo
rispose, a voce bassa: “Potrebbe essere stato lui, Roberto, il
brigatista, ma qualcosa non mi convince. Adesso facciamo silenzio –
disse con circospezione – e sentiamo cosa ha da dirci la ragazza
appena entrata. Sono certo che avrà molte cose da rivelarci e che
potremmo riflettere, dopo, con più chiarezza.”
Altri vassoi carichi di
delizie furono deposti sul tavolo suscitando allegria.
“E adesso, dolce
ragazza bionda, presentati, spiegaci pure chi sei, siamo tutti
curiosi di ascoltare il tuo interessante racconto. Non farti alcuna
soggezione, anche se, a prima vista, questo avvertimento, con te e
data la tua prorompenza, può sembrare pleonastico.” La ragazza si
schiarì la voce, assunse una posa molto sexy ed iniziò il suo
curioso racconto.
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