domenica 10 maggio 2026

Alda Merini

 



Domani è la festa della mamma. Ci ho pianto tutta la notte e piangerò tutto il giorno. Sarà per voi, perché voi non venite mai. Le mie amiche più care mi hanno detto che se in casa mia ci fosse più ordine voi verreste più volentieri. E pensare che voi siete cresciute qui, tra queste poche mura. E pensare che io la casa non l'ho più ritoccata per ritrovare sui muri le impronte delle vostre mani. Nel letto ci sono ancora le figurine e i collages, i topolini con Biancaneve, le immagini dei grandi amatori, eroi delle telenovelas.

Poi la fuga verso i vostri giochi d'amore, questi matrimoni affrettati, spinti un po' dalla curiosità del sesso e dalla voglia di scordare la madre per sempre. Qualcuna di voi è andata in analisi.

Tu, Manuela, per esempio, mi hai detto che volevi dimenticare la mia esistenza. Forse perché ti avrei tenuta al guinzaglio per tutta la vita e tu mi amavi troppo. Ancora adesso, a quarant'anni, aspetti che ti accarezzi e non raccogli certo la mia spazzatura per terra.

Ma le ultime due, le predilette, le più ingenue e le più maldisposte verso il potere, hanno cominciato a dire che era un'epoca nuova, che bisognava iniziare a rinnovare il mondo. E se ne sono andate. Una per una. Lacrima dopo lacrima. Se io un giorno potessi tornare indietro, figli non ne vorrei più.

C' è sempre un'attesa che non si spegne. L'amore per l'amante e l'amore per i figli portato all'ennesima potenza. Se tu non riesci ad amare è per colpa dei figli. Se non riesci ad odiare è per colpa dei figli. Se non riesci a fingere è sempre colpa loro. Allora dovrei dire che Dio li maledica. Ma non posso.

Morirò straziata dalle vostre stesse lacrime e fa quello che mi avete negato: un'ora d'amore, una visita, una telefonata.

Con me tutte le madri aspetteranno una vostra visita. Finché dal mio lobo non cadrà l'ultimo orecchino messo per piacervi. Perché le vere amanti, checché se ne dica, siete sempre state voi figlie. Perchè io sono sempre stata innamorata di voi.

Mio padre aveva capito il mio destino di monaca e l'aveva aiutato. Mia madre lo aveva combattuto, dicendo che una donna che vive nel mondo avrebbe sofferto molto di più di una sciocca carmelitana dietro le sbarre. Lei non sapeva che cosa potessero dire le sbarre per una persona che cerca il silenzio, la solitudine e un dialogo con Dio.

E così mi fece fare una famiglia, quasi mi obbligo' a sposarmi. A mia madre questo non l'ho mai perdonato: scaraventarmi in un mondo che mi è ostile, mentre io volevo pochi centimetri di cella.

Il convento della vita l'ho poi trovato nel manicomio. Lì ho sofferto mentre tutti tacevano, perché a tutti era vietato pensare. Nemmeno in Dio c'è pensiero: in lui c'è solo contemplazione. Anime e occhi che guardano soltanto il flusso e il riflesso della sua luce.

Esistono donne, come santa Teresina, che non hanno fatto niente di bello nella vita. Persone che sono state soltanto caritatevoli. Persone che si sono lavate da sole le lunghe, sanguinanti ferite. Io sono stata una di queste. Paragonano il malato di mente a un cane bastonato, a un cane che non ha la propria ciotola di latte, o gliela si fa avere di straforo, quando gli altri non  vedono. Un cane oltraggiato. Un cane respinto. Ma anche i cani hanno una colpa: quella di assomigliare agli uomini.


Alda Merini

Nessun commento:

Posta un commento