Ci sono persone che attraversano il mondo inseguendo religioni, dottrine, maestri, rivelazioni. Cambiano sentiero con una certa facilità, purché all’orizzonte compaia una promessa di senso. Hanno, nello spirito, qualcosa degli adolescenti: una febbre dell’assoluto, un bisogno quasi carnale di credere. Si accendono come candeline sulla torta davanti a ogni nuova verità.
Mi fanno tenerezza.
Forse perché in quella loro inquietudine riconosco una delle più antiche solitudini dell’uomo: quella di chi non sopporta che l’universo possa essere muto.
E poi ci sono gli altri. Quelli che davanti a Dio, agli dèi, agli angeli, alle energie, alle reincarnazioni e a ogni possibile architettura dell’invisibile rimangono immobili. Non credono, ma nemmeno combattono. Semplicemente, non sentono il bisogno di cercare oltre il confine del visibile.
A volte mi domando cosa li abbia condotti fin lì.
Superbia?
Può darsi. L’intelligenza, quando diventa troppo sicura di sé, può trasformarsi in una piccola divinità privata.
Ma non sempre è superbia.
Forse alcuni hanno pregato troppo a lungo. Hanno piegato le ginocchia, unito le mani, affidato al cielo le proprie paure, e hanno aspettato una risposta che non è mai arrivata. Dopo un certo numero di silenzi, anche la preghiera può diventare una lingua morta.
Altri, invece, forse non hanno mai avuto motivo di pregare.
Ci sono vite che non spalancano abissi. Vite sufficientemente benevole da permettere all’uomo di attraversarle senza incontrare quella necessità estrema che costringe a domandarsi se, oltre ciò che appare, esista qualcosa.
E poi ci sono quelli che non cercano e non negano.
Camminano.
Seguono una strada che non hanno bisogno di proclamare vera, perché la sentono propria. Non hanno l’ansia del convertito né l’orgoglio del miscredente. Non devono convincere nessuno. In loro c’è una quiete difficile da definire, quasi una memoria che precede le parole.
La pace degli albori.
Forse la forma più autentica della spiritualità non consiste nel possedere una risposta, ma nel riuscire a stare davanti al mistero senza volerlo necessariamente risolvere.
Perché il bisogno di Dio e il bisogno di negarlo potrebbero avere la stessa radice: la difficoltà di sopportare l’incertezza.
L’uno dice: «Deve esserci qualcosa».
L’altro risponde: «Non c’è nulla».
Ma entrambi, in qualche modo, stanno ancora parlando al silenzio.
Forse soltanto chi riesce a rimanere in silenzio davanti al silenzio ha smesso davvero di chiedere all’universo di rassicurarlo.
E allora la fede non è più una certezza, il dubbio non è più una ribellione e l’assenza di fede non è più una condanna.
Sono soltanto modi diversi di stare davanti alla stessa immensità.
E forse quella immensità non ci chiede di comprenderla.
Forse ci chiede soltanto di attraversarla.
B.🌹

RispondiEliminaLa composizione si apre con il primo movimento dell’onda: le persone che inseguono religioni e rivelazioni, animate da una “febbre dell’assoluto” qui guardi con tenerezza chi accende candeline davanti a ogni nuova verità, come se la ricerca spirituale fosse un continuo compleanno dell’anima. È un tratto che tu osservi senza giudicare, con quella tua gentilezza di sguardo che riconosce la solitudine antica di chi non sopporta un universo muto.
Il testo si chiude con un gesto largo, quasi un’ultima oscillazione: fede, dubbio e non‑fede diventano semplici modi diversi di sostare davanti alla stessa immensità. Non c’è più contrapposizione, solo un attraversamento. E la sinusoide è la linea emotiva che li unisce: tenerezza, gravità, quiete. E lascia che il mistero resti mistero, ma abitabile.
Mandi Petra.
Grazie Petra 🦋
Elimina