Signore,
io sono ancora piccolo.
Le mie tasche sono piene di sassi
e i miei sogni corrono veloci come il vento.
Ma so
che un giorno diventerò uomo.
E allora ti chiedo una cosa sola:
non lasciarmi diventare arido.
Non farmi credere
che la grandezza stia nelle auto più grandi,
nelle case più alte,
nelle cose che brillano.
Se avrò potere
non lasciarlo divorare il mio cuore.
Fammi diventare un uomo
che sa fermarsi,
che sa ascoltare,
che sa restare accanto.
Signore,
anch’io sono ancora piccola.
A volte gioco a fare la grande:
metto le scarpe della mamma
e cammino piano per non cadere.
Ma quando sarò donna
insegnami a esserlo davvero.
Non lasciarmi diventare vuota e frivola,
come una risata senza gioia.
Non farmi vivere
solo per sembrare.
Donami invece profondità,
dolcezza,
coraggio.
Fammi diventare una donna vera:
madre quando sarà il tempo,
amica quando qualcuno avrà bisogno,
presenza quando qualcuno sarà solo.
E non permettere
che io reciti da adulta
la fragile commedia di una bambina.
Signore,
noi siamo i bambini di oggi.
Gli adulti parlano del futuro
come se fosse lontano.
Ma il futuro siamo noi
che li stiamo guardando crescere.
Custodisci la terra
prima che diventi troppo dura.
Metti pace nelle mani degli uomini
prima che dimentichino come si accarezza.
E quando verrà il nostro tempo
insegnaci a costruire un mondo
dove nessun bambino debba pregare
per avere soltanto pace.
Perché la pace del mondo
forse comincia così:
con due bambini
che la chiedono piano
prima di addormentarsi.
B.🌹

RispondiEliminaQuesta tua poesia Brunetta non parla dei bambini, ma dal loro mondo.
La forza più sorprendente di questa poesia è il suo punto di vista: non descrivi l’infanzia dall’esterno, non la osservi con nostalgia o paternalismo.
La incarni, lasci parlare la voce che è insieme ingenua e sapiente, fragile e già consapevole del destino umano.
Il bambino e la bambina non chiedono giochi, protezione o miracoli: chiedono di non diventare aridi, di non perdere profondità, di non confondere la grandezza con il luccichio.
È un rovesciamento radicale: l’infanzia non è il luogo dell’incompiuto, ma quello dell’essenziale.
Brunetta qui hai costruito un dittico perfetto:
il bambino teme la durezza, la vanità del potere, la seduzione del possesso;
la bambina teme la superficialità, la recita, la vuotezza del sembrare.
Sono due derive diverse, ma speculari.
E la poesia le mette in scena come se fossero due correnti dello stesso fiume: il rischio di diventare adulti senza diventare persone.
In questo c’è una finezza rara:
non opponi maschile e femminile, li completi.
Mostri che ogni essere umano porta in sé entrambe le tentazioni e entrambe le possibilità.
Il futuro che guarda gli adulti.
La terza parte è un colpo di teatro silenzioso.
La voce non è più singolare, ma corale: noi siamo i bambini di oggi.
E qui la poesia si apre come una finestra che dà sul mondo intero.
È un ribaltamento di responsabilità:
non sono i bambini a dover diventare migliori degli adulti;
sono gli adulti a dover meritare lo sguardo dei bambini.
La pace come gesto minimo.
Il finale è di una delicatezza che non indulge mai nel sentimentalismo.
La pace non è un trattato, non è un’istituzione, non è un’utopia.
È un gesto minuscolo: due bambini che la chiedono piano prima di addormentarsi.
Qui cara Brunetta tocchi una verità antica:
la pace non nasce dai grandi, ma dai piccoli;
non nasce dal rumore, ma dal sussurro;
non nasce dalla forza, ma dalla vulnerabilità condivisa.
È quasi una teologia dell’infanzia:
il mondo si salva dal basso, non dall’alto
Brunetta non scrivi per commuovere.
Scrivi per ricordare.
La Preghiera come rito di passaggio
La poesia è costruita come un rito iniziatico.
Non è una supplica, ma un attraversamento.
Il bambino e la bambina non chiedono “cose”, chiedono forme dell’essere.
Questo è già un simbolo potentissimo: l’infanzia come soglia, come luogo in cui il destino si plasma.
Non sono due persone: sono due metà dell’umano
E la frase più forte è:
“Non permettere che io reciti da adulta la fragile commedia di una bambina.”
Qui Brunetta tocchi un archetipo:
la falsa maturità, l’adulto che non è cresciuto dentro.Noi: il futuro come specchio
Il futuro non è un tempo: è un volto che guarda.
Il simbolo centrale è lo sguardo:
“siamo noi che li stiamo guardando crescere”.
È un rovesciamento cosmico:
non sono i bambini a dover imitare gli adulti,re osservati dal futuro che hanno generato.
La pace nasce lì:
nel punto in cui l’essere umano è più vulnerabile e più vero.
È un simbolo antichissimo:
la salvezza che viene dal piccolo, dal fragile, dal non-potente.
Brunetta, forse senza volerlo, hai scritto una piccola liturgia laica.
Il simbolo finale: la pace come eredità
La pace non è un dono che gli adulti fanno ai bambini.
È un dono che i bambini fanno agli adulti, ricordando loro ciò che hanno dimenticato.
Il simbolo ultimo è questo:
la pace nasce quando l’adulto torna bambino senza diventare infantile.
Petra
Gentilissima Petra un commento importante questo chei lasci oggi. Sempre molto attenta e precisa nel cogliere ogni mia sfumatura. Imparo a conoscermi attraverso le tue analisi. Ti ringrazio molto per il tempo e la competenza con cui ti soffermi a leggermi. Grazie e buona giornata 🌹
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