Abita stanze che nessuno vede,
costruite dentro la sua testa
con muri sottili di pensiero
e finestre che non si aprono mai.
Lì dentro regna.
Non con forza,
ma con una lenta e studiata fragilità.
Dice di essere poco,
quasi nulla.
Lo ripete come una preghiera storta,
sapendo che qualcuno
la contraddirà.
Ogni negazione è un invito,
ogni sospiro un’esca.
Ha imparato presto
che la compassione
può somigliare all’amore.
Così si piega appena,
quanto basta
per essere sollevata.
Ma nei corridoi più segreti
della sua coscienza
cammina con la schiena dritta,
convinta di essere
la più lucida,
la più rara,
la sola che abbia davvero capito.
Gli altri, all’inizio,
le si siedono accanto.
Le offrono parole,
carezze di voce,
tentativi gentili
di salvarla da un dolore
che lei custodisce
come una reliquia.
Poi lentamente
qualcosa si rompe.
Non è un gesto,
non è una frase.
È il vuoto
che si sente dietro ogni scena.
Gli sguardi cambiano peso,
le mani diventano distanti,
e la stanza si svuota.
Lei resta.
Circondata dagli specchi
che aveva addestrato a mentire.
E per la prima volta
uno di loro
non obbedisce.
Le restituisce
un volto scavato,
solo.
E il silenzio intorno
non la contraddice più.
B.🌹

Nessun commento:
Posta un commento