Settembre apre le porte all’autunno,
caldo come il colore che veste il bosco,
vivace come il mosto
che ribolle felice tra i tini,
e porta nell’aria un profumo
di terra, di uva e di giorni ancora dorati.
Ottobre parla adagio,
con voce lieve lascia cadere
castagne e rugiade al vento,
mentre il sole, più timido e gentile,
si posa sui prati come una carezza.
Sarà forse l’ultimo alito mite,
prima che il freddo si faccia strada,
a baciare incantato
l’ultimo fiore rimasto in ascolto.
Se novembre vuole la sciarpa
e pure i guanti,
sarà bello raccogliere le ultime foglie,
una per una, come piccole lettere
lasciate dall’autunno sul sentiero.
Ne faremo un quadro di colori,
un mosaico di rosso, d’oro e di rame,
dove ogni foglia avrà la sua storia
e il vento sarà il pittore.
Poi dicembre arriverà in punta di piedi,
con il respiro bianco sui vetri
e la sera più lunga del giorno.
Spoglierà gli alberi delle loro vesti
e lascerà il bosco in silenzio,
ad aspettare sotto un cielo di cristallo
il primo fiocco di neve.
E l’autunno, prima di andare,
si volterà ancora una volta,
lasciando sui rami e nei nostri pensieri
un ultimo bagliore di sole.
Così, tra una foglia e un ricordo,
tra il profumo del mosto e quello della terra,
impareremo che anche ciò che cade
può diventare poesia.
Brunetta Sacchet🌹

RispondiEliminaIl tuo testo Brunetta è una piccola liturgia delle stagioni, una processione lenta che attraversa il bosco e i mesi, senza mai perdere la sua gentilezza.
Ogni mese è una figura che entra in scena con un gesto preciso:
Settembre apre, scalda, profuma: è il mese che spalanca la porta e invita ad entrare, con quel “mosto che ribolle felice” che dà subito un tono domestico, quasi contadino.
Ottobre rallenta: parla “adagio”, lascia cadere castagne e rugiade, come se avesse imparato la discrezione del vento.
Novembre diventa scrittura: le foglie sono “lettere”, e il sentiero una pagina che l’autunno compila con calma.
Dicembre è il passo lieve: arriva “in punta di piedi”, non per togliere, ma per custodire il silenzio del bosco sotto un cielo di cristallo.
Poetessa compi un gesto molto tuo: trasformi ciò che cade in ciò che resta.
Lo dici apertamente nel finale, lo prepari in ogni strofa: la foglia che scende non è perdita, è racconto; il freddo che arriva non è fine, è attesa; il bosco spogliato non è vuoto, è un luogo che respira piano.
E c’è un tratto che riconosco nella tua mano Brunetta : la capacità di far parlare la stagione come fosse una persona, con voce, timidezza, cura, memoria.
È una poetica che non descrive: accompagna
Brunetta lo dici bene, con umiltà, senza eccessi, sempre con garbo, lo dice la tua scrittura: non forza mai l’immagine, non cerca effetti, lascia che la natura faccia il suo mestiere di maestra.
La “quaterna del bosco” è davvero un dipinto: quattro mesi, quattro pennellate, un’unica stagione che si piega senza spezzarsi. Mandi.
Grazie mille
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