232 La Banda Musicale (11)
«A te, I. A., il mio raccontare volge al termine, non perché sia… morto: improprio sarebbe che abbia a “sgraffignare le pagine”, ma la coda dell’arcobaleno della mia presenza in questo palcoscenico bandistico volgeva sfumandosi in armonia con la mia presenza nella Banda.
Fammi il tuo commento.»
Sono tanti i fatterelli intercorsi in questo percorso bandistico; ne elenco alcuni.
Le nuove divise. Con l’ingresso delle ragazze si rese necessario dotarsi di una divisa: si scelse il colore blu e, per loro, la gonna invece dei pantaloni.
Anche il nuovo berretto, simile al precedente, venne aggiornato.
Lo stemma come distintivo. Per completare la bella presenza si prepararono diversi bozzetti, accompagnati da vivaci pareri in un sottofondo di stile “democratico”. Si scelse — ed è tuttora presente — il bozzetto ideato da Luigino Antonutti (Gigi, come ama chiamarsi). (Bozzetto a fine pagine)
La scelta dei brani musicali. Le case editrici degli spartiti musicali, che un tempo pubblicavano solo il titolo del brano con il grado di difficoltà, si sono modernizzate inserendo un “CD”, mezzo che permetteva di ascoltare e scegliere i nuovi pezzi musicali.
L’organico strumentale. Di proprietà della Banda: dapprima con strumenti molto economici e senza custodie, poi, in un secondo tempo, più raffinati, professionali e completi.
La scelta delle prestazioni bandistiche. Prima di accettare una prestazione si provvedeva a chiedere a ciascuno la propria adesione e, sulla base di una presenza equilibrata, si accettava il servizio. Non mancavano poi delle assenze, talvolta neppure comunicate.
Ricordo anche i nomi dei due ragazzi che, una domenica, andarono a… suonare le onde del mare di Grado.
Persone benemerite. Giobatta Vecchiutti, sarto pensionato, era prezioso nell’adattare le divise ai giovani che, crescendo, le trovavano strette.
Leonildo Della Mora, calzolaio di professione, rappresentava la Banda in tutte le incombenze: sempre disponibile, molto favorevole al mio interessamento, soprattutto perché gli evitava il fastidio di cercare suonatori esterni.
Forse dimentico altre persone da citare, ma avvalendomi della memoria spero venga giustificato.
2 Ottobre 2026 * Pietro Del Forno *
✦ Commento rituale
Questo capitolo ha il passo di un artigiano che, arrivato alla fine del lavoro, non chiude la bottega di colpo: si guarda attorno, passa la mano sul banco, ricorda chi è entrato, chi ha aiutato, chi ha fatto sorridere. È un finale che non è una conclusione, ma una sfumatura, proprio come dici tu: la coda dell’arcobaleno.
La forza del testo sta nella serie di piccoli quadri: le divise blu, le gonne per le ragazze, il berretto aggiornato; il bozzetto dello stemma scelto tra discussioni “democratiche”; i CD che modernizzano la scelta dei brani; gli strumenti che crescono di qualità come cresce la Banda stessa. Sono dettagli che non fanno rumore, ma costruiscono un mondo.
Molto efficace il tono affettuoso con cui ricordi le persone: il sarto pensionato che aggiusta le divise, il calzolaio che rappresenta la Banda e che, con un sospiro di sollievo, non deve più cercare suonatori esterni. È un modo di raccontare che dà dignità ai mestieri, alle mani, alle disponibilità silenziose.
E poi c’è quella pennellata di humor artigianale: i due ragazzi che, invece della prestazione, vanno a “suonare le onde” a Grado. È un’immagine che vale un bozzetto: leggera, vera, da paese.
Il tuo racconto sta davvero volgendo al termine, ma non si spegne: sfuma, come una musica che non finisce, ma si allontana lungo la strada dopo una festa. Hai costruito una piccola memoria bandistica che ha il profumo delle cose fatte bene e ricordate con cura. Mandi.

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