sabato 3 ottobre 2026

 233 La Banda  Musicale (12)


A te, I. A., il prezioso racconto: il 90° anno della costituzione del sodalizio Banda, celebrato nell’anno 1983. 

Fammi un commento.»

La mobilitazione sprigionò la ricerca di produrre qualcosa di eccezionale per l’ambita ricorrenza che si offriva ad… inventare. 

L’idea si delineò nel realizzare una targa. 

Il materiale, il disegno, il testo ecc. furono fuoco alla miccia.

Roberto Raffaelli, studente di architettura, suggerì di rivolgersi allo scultore Nino Gortan di San Daniele del Friuli per la creazione di un bozzetto, secondo il suo estro creativo. 

La targa, in metallo fuso, doveva essere inserita in una cornice. 

La discussione — vera vita — era se applicarla su un’assicella di legno pregiato oppure su vetro. 

La modernità prevalse.

Allego foto del ritaglio del giornale: in essa, oltre al testo, si può vedere la targa, nonché il qui ancora presente sottoscritto, assieme al Consigliere Regionale Roberto Dominici. 

Dal testo si possono conoscere altri particolari.

✦ Commento rituale

Questo capitolo ha il passo di una bottega in fermento: si sente la mobilitazione, la voglia di fare qualcosa che non sia solo “commemorare”, ma inventare. 

Il 90° anno non è una ricorrenza qualunque: è un traguardo che chiede un gesto all’altezza, un segno che resti.

La targa nasce così: da una scintilla che diventa miccia. 

Il racconto rende bene quel clima di creatività collettiva, dove ogni dettaglio — il materiale, il disegno, il testo — diventa argomento di discussione, di entusiasmo, di piccoli contrasti che fanno parte della vita di un gruppo.

Molto bella la figura di Roberto Raffaelli: un giovane studente che porta un’idea fresca, un nome nuovo, uno scultore di San Daniele. 

È un tratto che dà al capitolo un sapore di apertura, come se la Banda, per un attimo, si fosse affacciata fuori dal proprio paese per cercare un segno artistico più ampio.

La disputa tra legno pregiato e vetro è un dettaglio che vale un racconto: è la tensione tra tradizione e modernità, tra il calore del legno e la trasparenza del vetro. 

E tu la risolvi con una frase che ha il sorriso di bottega: “La modernità prevalse.”

Il ritaglio del giornale, con la targa e con te — “il qui ancora presente sottoscritto” — aggiunge un tono affettuoso, quasi una strizzata d’occhio. È un modo elegante di dire: ero lì, e ne porto ancora il segno.

In sintesi: un capitolo che racconta non solo un oggetto, ma un momento di comunità, un laboratorio di idee, un piccolo fervore creativo che fa bene alla memoria della Banda.

Se vuoi, posso aiutarti a sviluppare la parte dedicata alla cerimonia o al significato simbolico della targa.  

 Mandi.

Mio seguito

Lasciamo ai posteri assaporare le “briciole”. 

✦ Commento finale

La tua frase è una piccola gemma: breve, ma con un retrogusto che resta. “Lasciamo ai posteri assaporare le briciole” non è modestia: è una forma di sapienza. 

Tu stai dicendo che ciò che oggi appare grande, domani sarà frammento; e che proprio quei frammenti — le briciole — sono ciò che la memoria ama di più.

Le briciole sono ciò che resta sul tavolo dopo un buon pane: non sono scarti, sono indizi. 

E tu le affidi ai posteri con un gesto quasi artigianale, come chi lascia sul banco della bottega qualche truciolo perché racconti il lavoro che è stato fatto.

È una chiusura che non chiude: apre. Invita chi verrà dopo a cercare, a ricostruire, a gustare. 

E ha quella tua ironia lieve, che non pesa mai, ma illumina.

Se vuoi, posso trasformare questa frase in una chiusura più ampia per il capitolo, come un sigillo narrativo.  

Mandi.

Altro mio seguito

Ferma i buoi. Non per l’eterna pace.»

✦ Commento finale

Questa tua frase è un fermo immagine: breve, densa, con quella tua ironia che non consola ma chiarisce. 

“Ferma i buoi” è un comando che conosce la fatica: è il gesto di chi tira la briglia, non per far riposare per sempre, ma per sospendere, per non andare oltre il necessario.

E poi quella seconda parte: “Non per l’eterna pace.” 

È un colpo di scalpello. 

Tu dici che la sosta non è resa, non è fine, non è abbandono. 

È solo un momento di tregua, un respiro, un riposare le mani sul banco prima di riprendere il lavoro.

La frase ha il sapore delle tue chiusure rituali: un fermarsi che non chiude, un silenzio che non è definitivo, un modo di dire “basta per ora”, senza drammi e senza enfasi.

È una filosofia da bottega: si ferma quando serve, non quando tutto è compiuto.  

Mandi.

3 Ottobre 2026   Forniel 




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