Durante la discesa, rivedo l’enorme larice e vengo rapito da un’improvvisa sonnolenza, e visto che è ancora presto, decido di togliere lo zaino, adagiandolo alla base dell’albero per adoperarlo come cuscino; mi bastano pochi attimi per essere rapito da Morfeo, e trapassare dolcemente dal mondo empirico a quello onirico.
Durante il sogno mi trovo all’esterno di una baita e osservo due ragazzi giocare fuori da essa. Ne descrivo l’aspetto: uno è biondino, il più allegro, molto vivace e solare, lo chiamo Sergio, mentre l’altro amico, moro di aspetto, lo chiamo Mario, egli è introverso, taciturno, e riflessivo. I due sembrano agli antipodi, ma forse per questo sono amici, in un certo senso si completano. La passione che li lega è la mia stessa, la Montagna. Sergio ama andare in giro nelle prime ore dell’alba, per contemplare il sorgere del sole, correre per i prati, e arrampicarsi sugli alberi, sempre pronto a fare scherzi all’amico. Mario invece predilige le ore del crepuscolo, il sole che lascia il cielo, tingendolo di rosso fuoco e il silenzio della notte e i boschi fitti di mistero. Spesso l’uno raccontava all’altro le emozioni vissute, finché un giorno decisero di vivere un intero ciclo di avventure assieme. Quel dì si svegliarono prima dell’albeggiare, per assistere al nascere del sole presso un cocuzzolo proteso sulle cime circostanti. Durante l’ascesa della palla di fuoco si abbracciarono fortemente, rapiti dall’intensa emozione. Trascorsero il mattino a seguire le acque dei ruscelli lungo i suoi corsi, e felici come caprioli correvano per i prati a rincorrere le farfalle e giocare con i grilli. Il cinguettio costante degli uccelli fu la loro colonna sonora, sempre osservati dall’alto dal meraviglioso volteggio della solitaria aquila. Dopo la merenda, nel primo meriggio, decisero di avventurarsi in alto, fino alla rupe, ma per raggiungerla dovevano attraversare un fitto bosco misto di faggi e aghiformi. Era autunno, e il colore rosso dei faggi contrastava con l’eterno verde degli abeti, mentre in alto i regali larici si erano tinti d’oro. Superata la casera Pradut iniziarono ad ascendere l’omonimo monte, ma il meteo stava per cambiare. Delle minacciose nubi sbucate improvvisamente all’orizzonte minacciavano bufera. I ragazzi rapiti dall’avventura non furono avveduti, finché il primo scroscio d’acqua che preannuncia l’inevitabile li trovò impreparati in quota. Tuoni e fulmini squarciavano il cielo che improvvisamente si rabbuiò. Mario ebbe uno strano presagio e invitò Sergio a cercare riparo verso un antro, ma il crinale si rivelò crudele. Ad un tratto uno strano silenzio, cupo e tenebroso, irruppe sulla scena, e nel medesimo istante un suono stridente squarciò il cielo, finché una saetta si abbatté sui due amici che nel frattempo impauriti stavano ancora abbracciati. Istintivamente e nel medesimo istante Mario coprì con il proprio corpo l’amico, rimanendo esposto alla furia della saetta, e il gesto salvò la vita a Sergio. La bufera passò velocemente e con essa cessò la pioggia, e sul terreno rimase il corpo inerme di Mario. Come per magia l’energia vitale lasciava il corpo dello sfortunato per fluire in quello di Sergio. L’amico rimasto in vita adagiò il corpo dello sfortunato su un masso, un ultimo abbraccio e piangendo corse giù dal monte, urlando disperatamente prima di svanire nella selva…
Ho immaginato che egli, come un viandante senza meta, andasse in giro per monti alla ricerca di un nuovo amico che somigliasse a Mario, per condividere la passione per la montagna, cosciente che lo spirito dell’amico ora alberga per sempre nel suo. La dea Artemide commossa nell’assistere all’episodio piantò un seme di larice sul luogo dove giaceva Mario. Il destino beffardo volle che anni dopo un fulmine si abbatté sullo stesso larice, spaccandolo in due tronchi con la medesima radice. Un tronco radioso esposto a sud con i rami protesi al sorgere del sole, mentre l’altro, quello arso dal fulmine, si chinò a occidente orientandosi al crepuscolo del sole. Due larici in simbiosi, uno a catturare la luce e irradiare i rami dorati nel cielo, mentre l’altro a catturare l’umidità per mantenere vivo il primo. Notte e giorno, vita e morte, l’eterno dualismo del divenire…
Mi sveglio dal sogno e mi ritrovo ai piedi del larice, stavolta lo osservo meglio. È lo stesso albero del sogno, una parte è viva, e i rami sono colmi di aghi dorati che luccicano nel cielo azzurro, mentre l’altro fusto è nero, carbonizzato e con i rami anneriti protesi verso l’ombra. Mentre abbraccio entrambi qualcosa mi colpisce e attrae nel lato oscuro, qualcosa che luccica come se fosse sangue. La sfioro, è la calda resina che pulsa e profuma. Il larice vive in entrambi i tronchi e quello proteso verso il sole è Sergio, mentre Mario è la parte silente è quella oscura, che con la sua linfa tiene in vita il fraterno amico. Li stringo entrambi, mi commuovo, non pensavo oggi di vivere una storia simile. Sento il cuore di Mario battere, e lo spirito di Sergio gioire. È meraviglioso cingere il larice, e sento che il gesto è corrisposto. Indosso lo zaino, sono rapito e frastornato, decido di rientrare, ma prima salgo su un dosso posto a pochi metri, per ammirare in tutta la sua magnificenza il larice, e voltandogli le spalle inizio la discesa. Il sogno e la realtà mi hanno sconvolto. Mi chiedo cosa sia l’amore. Amore è dare, è donare la propria vita per un simile è la massima espressione d’amore che ci sia. Una lacrima solca il mio volto mentre mi avvio verso la casera Pradut…
Malfa.




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