Non l’ho trovato inciso nella pietra,
né nascosto tra rovine dimenticate.
Il simbolo antico
mi attendeva in silenzio
dentro il petto.
È apparso una notte quieta,
quando il rumore del mondo
si è fatto lontano
come un mare che si ritira.
Non aveva forma precisa
era cerchio e fiamma,
radice e ala,
ferita e luce insieme.
Ho compreso allora
che i segni più antichi
non chiedono di essere letti,
ma ascoltati.
Ogni linea era un ricordo
di qualcosa che avevo sempre saputo:
che la mia ombra
non è separata dalla mia aurora,
che il cielo non è sopra di me
ma respira attraverso me.
Il simbolo non mi ha parlato di potere,
né di misteri da dominare.
Mi ha insegnato a restare.
A restare nel tremore,
nel dubbio,
nella fragile meraviglia di esserci.
E mentre lo contemplavo,
ho sentito che non lo stavo decifrando
stava decifrando me.
Forse tutti i simboli antichi
sono questo:
una porta che si apre
non verso un altro mondo,
ma verso la profondità del nostro.
E lì,
nel silenzio più semplice,
ho trovato il segno
che non si cancella.
B.🌹

RispondiEliminaIl cuore della poesia è in quel verbo: restare.
Restare nel tremore, nel dubbio, nella fragilità. È un invito controcorrente in un tempo che vuole risposte immediate e identità definite.
Brunetta suggerisce che la vera conoscenza non è conquista, ma disponibilità: non siamo noi a leggere il simbolo, è lui che “decifra” noi.
La chiusa è splendida: i simboli antichi non aprono mondi lontani, ma il nostro stesso mondo, quello che spesso evitiamo.
Questa poesia è una piccola liturgia dell’interiorità: non solenne, ma necessaria. È un testo che non vuole essere capito, ma condiviso nella sua vibrazione. E in questo, Brunetta rimane fedele alla sua voce: una voce che non spiega, ma accompagna.
Petra
Grazie, grazie, grazie!
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