lunedì 16 marzo 2026

Reminiscenze di vite passate



La sera scendeva lenta su

Aquileia

e il sole, prima di sparire

oltre il Mare Adriatico,

accendeva d’oro

le pietre delle strade romane.

La città era viva.

Dal

Porto Fluviale di Aquileia

salivano le voci dei marinai,

il legno delle navi che scricchiolava,

il profumo di sale e spezie d’Oriente.

Ma lungo il grande viale

che attraversava la città

verso il foro e le domus patrizie

il tempo sembrava camminare

più lentamente.

Io avanzavo accanto a lui

tra le colonne illuminate dal tramonto.

Il mio abito leggero

color pesca

scivolava sulla pelle

come una carezza del vento.

Ai polsi portavo bracciali sottili

che si sfioravano ad ogni passo,

e il loro suono chiaro

era come musica d’argento

tra i portici di marmo.

Lui camminava al mio fianco

vestito di bianco

con rifiniture color sabbia,

come se la luce del mare

si fosse posata sulle sue spalle.

Tra le dita teneva

un fiore d’acqua,

una candida

Ninfea

raccolta tra le acque calme della laguna.

Quando i nostri sguardi si incontrarono

tra quelle pietre antiche

fu come se gli dèi della città

avessero fermato il tempo.

La ninfea sfiorò la mia mano.

Un gesto lieve,

ma capace di accendere

un brivido lungo tutta la pelle.

Mi guardava

come un artista davanti a un mosaico

ancora incompiuto.

E io diventai

la sua figura di luce.

Le sue dita disegnavano

linee invisibili nell’aria

attorno al mio corpo,

sul collo,

sulle spalle nude

accarezzate dal vento del mare.

Ogni sfiorarsi

era una promessa.

Dentro di me

nascevano farfalle luminose,

come piccole fiamme sacre

nei templi della città.

Intanto la sera cadeva.

Le prime torce venivano accese

lungo le strade di

Aquileia

e il corteo nuziale cominciava a formarsi.

Le fiaccole brillavano nell’aria scura,

mentre voci lontane intonavano

gli antichi canti delle nozze.

Camminavamo tra quella luce tremante

come due figure nate dalla leggenda.

Il suono dei miei bracciali

si mescolava al crepitare del fuoco,

e ai battiti del cuore.

Il mio

e il suo.

Poi lasciammo il viale.

Davanti a noi si apriva

la soglia di una domus illuminata,

dove i mosaici raccontavano

storie di dèi e costellazioni.

Lì, lontani dagli sguardi della città,

le torce tremavano piano

sulle pareti di pietra.

E noi,

figli di una notte antica

nel cuore dell’Impero,

sapendo che il rito era compiuto

ci avvicinammo ancora.

E finalmente

cominciammo a scrivere

sulla pelle

la nostra leggenda.

B🌹

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