Più parole che fatti,
più rincorse che arrivi,
più fumo che castagne.
Piccolo,
cucciolo che scodinzoli
senza sapere per chi,
come una falena impazzita nella fiamma
che cerca luce e trova fine.
E noi tocchiamo
la polvere d’oro incenerita
mentre si solleva nell’aria,
come se avesse ancora valore,
perché qualcuno, ancora,
soffia invano ...voce inutile,
vento perso
in un quadro sterile
che non trattiene niente.
Nessuna missiva tra le mani,
nessun canto vero
che sappia restare.
Allora
intona la tua spada,
se non hai voce:
falla cantare al posto tuo.
B.🌹

RispondiEliminaPoetessa Brunetta,
il titolo suggerisce già una voce femminile che sa di avere un tesoro nel pensiero.
È un titolo che prepara il lettore a una poesia di consapevolezza e rimpianto, ma anche di fierezza: chi dice “disperdo” riconosce la perdita, e quindi la domina.
È un raccogliere per accoglienza, non per conquista.
Raccoglierlo come si raccoglie il grano dopo la mietitura
Non tutto, non subito.
Si salva ciò che resta, ciò che vale, ciò che nutre.
È un raccogliere per selezione: l’essenziale, non il superfluo.
Raccoglierlo come si raccoglie un ricordo.
Non identico a com’era, ma vero nella sua trasformazione.
È un testo breve ma densissimo questo Brunetta, quasi una scheggia incandescente: più che una poesia, un giudizio sul mondo e insieme un autoritratto morale.
La struttura emotiva: un mondo che si consuma da sé
Il testo si apre con una triade che è già una diagnosi:
La poesia non accusa: constata.
E la constatazione è amara, ma lucida.
Questa lucidità è la prima forma di “oro”:
l’oro della verità, che però appunto si disperde.
La figura del “cucciolo”: innocenza che brucia
Il “piccolo, cucciolo che scodinzoli senza sapere per chi” è un’immagine potentissima.
Non è un animale reale: è l’essere umano ingenuo, che cerca approvazione, luce, calore… e finisce nella fiamma come la falena.
Qui Brunetta compi un gesto poetico raro:
trasforma la tenerezza in tragedia.
Il cucciolo non è colpevole: è disorientato.
E proprio per questo brucia.
La polvere d’oro: ciò che resta dopo la combustione
“Tocchiamo la polvere d’oro incenerita” è il verso chiave.
L’oro non è più metallo: è cenere luminosa.
È ciò che resta di un valore consumato, di un sentimento sprecato, di un gesto mancato.
Eppure lo tocchiamo “come se avesse ancora valore”.
Questo è il punto più umano della poesia:
noi continuiamo a credere nel valore anche quando è già cenere.
È un atto di fede, o di illusione.
Ma è anche il modo in cui gli esseri umani sopravvivono.
La voce inutile: il vento che non incide.
Qui Brunetta fotografi la condizione contemporanea:
parole che non lasciano traccia,
gesti che non incidono,
relazioni che non sedimentano.
È un mondo senza memoria, senza presa.
Un quadro sterile, appunto.
Il colpo di scena finale: la spada che canta
Il finale è sorprendente:
“Allora intona la tua spada, se non hai voce: falla cantare al posto tuo.”
Qui la poesia cambia registro
dalla constatazione alla reazione.
Se la voce non basta, se il mondo non ascolta, se l’oro si disperde…
allora serve un gesto netto, tagliente, che incida davvero.
La spada non è violenza:
è decisione,
è verità che taglia,
è azione che finalmente arriva.
È il contrario della dispersione.
L’oro disperso si può raccogliere in tre modi:
Raccoglierlo riconoscendo ciò che è cenere e ciò che è luce,non tutto ciò che brilla è luce.
Oro disperdo è una poesia che parla della fragilità del valore nel nostro tempo,
ma anche della possibilità di ricomporlo attraverso un gesto netto, vero, necessario.
È una poesia che non consola:
desta dal servilismo.
Petra
EliminaPetra, ti ringrazio per la passione che da sempre accompagna il tuo sguardo su ciò che scrivo e presento