*La Carnia che conoscevo non esiste più*
In questo momento il monte Amariana brucia, più che mai. Brucia davanti ai nostri occhi e, a parte la coltre di fumo denso che la nasconde e che spande il suo odore acre per chilometri attorno alla nostra “piramide”, il cielo è completamente sereno. La Carnia, la nostra meravigliosa Alpe Verde, oggi è una terra assetata e stanca. Perfino nel sottobosco le piante, sfinite, chinano la testa.
L’incendio è una tragedia di proporzioni gigantesche e con conseguenze che saranno altrettanto enormi per flora, fauna, l’ambiente dell’Amariana e circostante.
Ma stiamo assistendo agli effetti di qualcosa di molto più grande di un incendio. I fiumi sono in secca, i laghi hanno livelli minimi e i boschi hanno già assunto colori autunnali, ma senza la magia del foliage.
Vediamo Canadair, elicotteri e gli operatori lottare senza sosta, aiutati anche dai vicini di Austria e Slovenia, contro un esercito incandescente che non sembra accusare colpo.
Ci vorrebbero piogge abbondanti e prolungate, quelle che davamo per scontate: la ploe di avost ch’a rinfrescje il bosc a cui eravamo abituati.
Ma non arrivano. Non più come una volta.
Io sono nata e cresciuta qui. Ho meno di cinquant'anni, eppure non ricordo estati simili. Qualcuno dirà che è sempre successo, ma non è vero, non si tratta della singola giornata torrida: è la trasformazione complessiva del clima. Quando ero bambina a Tolmezzo la neve faceva parte della normalità: arrivava a novembre e restava lì, accumulandosi strato su strato.
Oggi, vedere nevicare a valle è diventato un evento raro.
E questo non è soltanto un ricordo mio, che sarebbe del tutto ininfluente. Non confondo la mia memoria personale con la storia oggettiva.
Sono i dati di ARPA FVG a confermare che il clima e quindi la nostra montagna stanno cambiando rapidamente. L'aumento delle temperature è evidente, i ghiacciai sono quasi scomparsi e il regime delle piogge è stravolto. Quando il territorio è caldo e disseccato, quando il suolo trattiene meno acqua e la vegetazione è arida e assetata, il fuoco trova condizioni estremamente favorevoli alla propagazione, e contenerlo diventa più difficile.
Nella Carnia verde di un tempo, boschi, sottobosco e prati avevano condizioni di umidità differenti. Non significa che gli incendi non potessero verificarsi, ma che il terreno e l’ambiente sul quale il fuoco si muoveva erano diversi.
Non è una constatazione funesta di "gretini" o allarmisti: è la realtà che bussa alla porta.
Ora. Oggi.
"Non ci sono più le stagioni di una volta" non è più un modo di dire banale: è l'evidenza dei fatti. I fiumi vuoti, il termometro che non scende, i prati arsi, le piante che non riescono più a vivere ce lo dimostrano. Una signora mi ha detto: «I ai simpri vût ortensis tant bielis, e cumò no regnin pui». No. Regnin.pui.
Sento ripetere continuamente che il clima della Terra è sempre cambiato.
Ma è proprio questo il punto. Il cambiamento attuale non è qualcosa che possiamo liquidare semplicemente dicendo: “È sempre successo”. Sulla terra ci sono già stati cambiamenti climatici, sì, ma avvenivano su scale temporali geologiche. Ciò che oggi ci deve preoccupare è invece la rapidità con cui sta cambiando.
Siamo famosi per essere gente pratica. E allora smettiamo di discutere se il cambiamento esista e iniziamo a chiederci come faremo ad adattarci e conviverci. Non possiamo più affrontare il futuro dicendo: si fâs cemût ch'a si è simpri fat. Le vecchie strategie erano pensate per un clima che non c'è più.
Se le nevicate diminuiscono e la neve si accumula sempre meno in montagna, non possiamo più dare per scontato che fiumi e laghi siano gonfi e pieni d'acqua come lo erano decenni fa.
L'aridità e la siccità stanno diventando una componente della nostra nuova realtà climatica.
E con questa realtà dobbiamo fare i conti.
Dovremo ripensare la gestione dell'acqua, dei boschi, del territorio, investire nella prevenzione, prepararci a incendi che potrebbero non essere più emergenze sporadiche, ma un rischio ricorrente in un territorio più caldo e più secco.
E capire che adattarsi non significa rassegnarsi: significa guardare in faccia la realtà e prepararsi prima che sia la realtà a costringerci a farlo.
Non possiamo più permetterci di negare il cambiamento e continuare a comportarsi come se non fosse già avvenuto.
Perché la Carnia che conoscevo da bambina — quella delle estati in cui pioveva spesso anche in agosto, degli inverni pieni di neve, dei prati verdi e dei boschi rigogliosi — forse non tornerà più.
E questa, più ancora del fuoco dell'Amariana, è la cosa che mi fa paura.
E no, non parlo solo di Carnia.
Vivien.
(Foto di Paola Pillinini)

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