Aprire un varco tra la folla
e raggiungere un angolo silenzioso,
dove la luna arriva adagio
tra il neutro delle cose
e il loro rigoglio.
Seguire una stella
accanto a un pozzo
che ne riflette l'intermittenza tremula
mentre si attenuano i miagolii d'amore
di febbraio.
Perdere la cognizione del tempo
nei passi lenti della memoria,
lungo la ricapitolazione
di giorni andati.
Macchiare una mappa d'inchiostro
sulla longitudine del mattino,
il vezzo di perdere tempo,
poi ricominciare,
come fanno le stagioni.
Senza noia.
B. 🌹

**Commento unico a *Nel vezzo***
RispondiEliminaQuesta poesia è un piccolo rito di sottrazione: Brunetta apri varchi, scosti la folla, cerchi angoli dove il mondo torna respirabile. Ogni verso è un gesto che si libera dal rumore del mondo.
Il “vezzo” non è capriccio, ma un atto di libertà: concedersi il lusso di rallentare, di sbagliare strada, di ricominciare. È un elogio del tempo non produttivo, del tempo che non serve a nulla se non a restituirci a noi stessi. Le stagioni, maestre di ciclicità, insegnano che nulla è spreco se permette un nuovo inizio.
Parola che le attribuisco: Rinascente.
Perché ogni immagine, ogni gesto, ogni indugio porta con sé la promessa di un ricominciare lieve, naturale, necessario.
Mandi Petra.