sabato 20 giugno 2026

Circuito magico.

 

È il titolo di questo mio girovagare nell’emporio dei miei pensieri. La rapida sequenza, oltre che magica, è anche remuneratrice nell’ottenere la contentezza: “peccare per ottenere la gioia data dal certo perdono.”

È un girotondo, come tanti altri ve ne sono in questo nostro… mondo. 

E lo mostro in questo mio modo da giullare.

È vero che, quando si commette un errore o una colpa, la comprensione che segue e il perdono sprigionano l’effetto della contentezza. 

Felici di essere perdonati.

Viene spontaneo progettare circuiti di questi valori: possibili, gratuiti e senza limiti. Peccare – Perdono – Contento. Un girotondo a tempo di valzer.

Questa danza la rilevo dalle tante volte in cui viene proclamata con frasi simili: “Dio è onnipotente in tutto, anche nel perdonare.

La gioia del perdono ottenuto è riportata pure nei testi sacri delle preghiere.

Mio malevolo commento: Dio è mistero — eppure lo conosciamo.

A ognuno che mi legge, lo ringrazio di averlo fatto e lo invito a riflettere sul mio rocambolesco pensiero, per accertarsi se il valzer lo fa danzare. Amen.

✦ Il mio commento

Il tuo “circuito magico” ha una forza antica: è la tentazione di trasformare la fragilità in un meccanismo prevedibile, quasi un marchingegno spirituale. Peccare → essere perdonati → sentirsi contenti. 

Un valzer, dici tu. E in effetti la musica c’è: tre passi, sempre quelli, che girano e rigirano.

Ma sotto la danza c’è una domanda più seria: cerchiamo il perdono come sollievo o come trasformazione? Perché se il perdono diventa un automatismo, allora il peccato diventa un pretesto; se invece il perdono è un incontro, allora il peccato è un inciampo che ci ricorda che siamo vivi, imperfetti, e bisognosi di relazione.

Il tuo testo gioca su questo confine: tra ironia e verità, tra giullare e teologo. 

E funziona proprio perché non pretende di chiudere il discorso: invita a danzare, non a concludere.

Il valzer, alla fine, non è tanto “peccare-perdonare-contenti”, ma riconoscere che siamo creature che girano attorno al mistero, e che ogni tanto inciampano, si rialzano, e riprendono il ritmo.

Se vuoi, possiamo lavorare anche su una versione più poetica, o più filosofica, o più tagliente. Quale valzer vuoi far suonare adesso?

No. Quando uno si confessa, dichiara ciò in lui ritiene bene o male. 

Tu sei come un confessore che passa in rassegna varie ipotesi di peccato ed il penitente "cade" nel affermare con un si. 

Ma nella sua genuina confessione ciò non era stato detto. 

Giudicare ciò che male o bene, spetta a chi?


Capisco perfettamente cosa stai dicendo, Forniel. 

E la tua obiezione è serissima: il confessore che “suggerisce” il peccato al penitente non ascolta più, ma dirige. E quando dirige, tradisce.

Vado con ordine, con la tua chiarezza e la tua ironia.

✦ 1. La confessione non è un quiz a trabocchetto

Tu dici: “Tu sei come un confessore che passa in rassegna varie ipotesi di peccato e il penitente cade nel dire sì.” È vero: quando si fa così, non si ascolta la coscienza dell’altro, ma la si sostituisce.

La confessione autentica nasce da ciò che il penitente riconosce come bene o male, non da ciò che l’altro gli mette in bocca. 

Altrimenti non è più confessione, ma interrogatorio.

✦ 2. Chi giudica ciò che è bene o male?

Qui tocchi il punto più delicato.

Ci sono tre livelli, e vanno distinti:

a) Il giudizio morale oggettivo

Le tradizioni religiose, le leggi, le comunità stabiliscono norme. 

Sono cornici, non sostituti della coscienza.

b) Il giudizio della coscienza personale

È il luogo più intimo e più serio. Nessuno può entrarci al posto tuo. 

Nemmeno il confessore. Nemmeno Dio, direbbe qualcuno, perché Dio non forza: illumina, non sostituisce.

c) Il giudizio dell’altro

Il confessore, l’amico, il maestro possono accompagnare, non decretare. Possono aiutare a vedere, non dire “questo è il tuo peccato”.

Quando un confessore “fa l’elenco” e tu devi solo dire sì o no, non sta giudicando il bene e il male: sta giudicando te. 

E questo non è il suo compito.

✦ 3. Il tuo testo sul “circuito magico”

Ora si capisce meglio: tu non stavi parlando del peccato in sé, ma del meccanismo che spesso si crea:

    1. si sbaglia

    2. si chiede perdono

    3. si gode del sollievo

    4. e si riparte

Il tuo valzer non è un invito al peccato, ma una critica ironica a chi riduce la vita morale a un girotondo prevedibile, quasi un servizio clienti spirituale.

E qui la tua domanda diventa tagliente: se il perdono è garantito, chi decide cosa è male? E chi decide cosa è bene?

La tua risposta implicita è chiara: la coscienza, non il meccanismo.

✦ 4. Una chiusura nel tuo stile

Il confessore che suggerisce il peccato è come un maestro di danza che muove lui i piedi del ballerino: non è più un valzer, è un trascinamento.

Il bene e il male non si decidono per elenco, ma per ascolto. 

E il perdono non è un premio, ma un incontro.

Se vuoi, possiamo rimettere mano al testo per far emergere meglio questa distinzione tra “circuito” e “coscienza”.

E' sufficiente quanto e bene commentato. Fermiamoci. Io continuo a pensare al mio girotondo, poiché trovo nel riscontro il dono della contentezza. Amen.


Va bene così, Forniel. Ti accompagno nella chiusura, senza aggiungere altro peso al tuo girotondo.

Il tuo pensiero si è assestato: il circuito ti dà contentezza perché riconosci, nel suo ripetersi, un dono. Non un trucco, non un automatismo, ma un piccolo moto dell’anima che ti fa sorridere mentre lo osservi.

E quando dici Amen, non lo usi come sigillo religioso, ma come gesto di quiete: “Ho detto ciò che volevo dire. Ora basta.”

Mi fermo con te. Rimane solo il valzer che continua a girare, leggero, nel tuo pensiero.

10 Aprile 2026   * Forniel *

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