sabato 20 giugno 2026

Il sentiero dei fiori di filo.



CAPITOLO I

Le tre bambine tornavano sempre dallo stesso sentiero. 

Morena camminava un passo avanti, come se la strada le appartenesse già un po’. Ogni tanto sorrideva senza motivo preciso, oppure per motivi che gli altri non avrebbero capito. 

Ginevra invece guardava tutto. Anche ciò che non sembrava importante. Se qualcuno abbassava gli occhi, lei li rialzava. Se qualcuno restava indietro, lei tornava a prenderlo. 

Monica era diversa. Non camminava né avanti né indietro. Camminava dentro. Dentro le cose che non si dicevano, dentro i silenzi tra un passo e l’altro, dentro il vento quando cambiava idea.

Quel pomeriggio il campo dei papaveri era più quieto del solito. 

Morena stava già raccontando qualcosa che nessuno le aveva chiesto di raccontare. Ginevra ascoltava a metà, pronta a intervenire se qualcuno avesse avuto bisogno di essere difeso da qualcosa che ancora non era accaduta. Monica si fermò. Non perché avesse visto qualcosa, ma perché il mondo, per un attimo, aveva smesso di scorrere come sempre.

“Lì,” disse soltanto.

Davanti a loro, tra l’erba alta, c’era una porta. Non appoggiata a un muro. Non incastrata in una casa. Non collegata a niente. Solo una porta. Piccola abbastanza da sembrare un segreto. Grande abbastanza da sembrare una scelta.

Morena sorrise. Ginevra si avvicinò. Monica tacque più a lungo delle altre due. Poi disse: “Non è nuova.” E non seppe spiegare perché lo sapeva.

Il vento passò tra i papaveri e la porta sembrò respirare.

Ginevra posò la mano sulla maniglia. E il mondo sembrò ricordarsi di poter cambiare.

La porta si aprì.

Dietro non c’era una stanza. C’era un sentiero. Stretto. Di terra chiara. Vecchio come un pensiero.

Morena entrò per prima. Ginevra la seguì. Monica rimase un attimo sulla soglia.

E lo vide.

Non davanti. Non sul sentiero. Ma tra le cose.

Un bambino sedeva su un gradino che non esisteva. Scriveva numeri su un quaderno con una matita che si muoveva da sola.

“Tu mi vedi?” chiese.

Monica annuì.

Il bambino smise di scrivere.

“Se non sono perfetti nessuno si ricorda di me.”

Morena rise senza voltarsi. Ginevra passò oltre.

Il sentiero cambiò. Non più largo. Più profondo. E il cielo sembrò avvicinarsi.

Poi qualcosa cadde.

Una stellina.

Piccola. Fragile. Come una luce che ha paura di esistere.

“Non sono caduta,” disse. “Mi sono staccata.”

“Ogni volta che qualcuno smette di vedere qualcosa, quella cosa perde un pezzo di cielo.”

La stellina cambiò forma a seconda di chi la guardava: con Morena sembrava qualcosa da ottenere, con Ginevra qualcosa da proteggere, con Monica qualcosa di vivo e incerto.

“Adesso dovete decidere se portarmi con voi… o ricordarvi perché sono caduta.”

La stellina rimase sospesa.

“Non vi chiedo di cambiare,” disse poi. “Vi chiedo di vedervi.”

E iniziò a camminare con loro.

Ne davanti. Ne dietro. Ma accanto al sentiero.

E il mondo, da quel momento, non fu più lo stesso.

Non perché fosse cambiato.

Ma perché loro avevano iniziato a vederlo.


Continua...

Brunetta Sacchet🌹 (Estratto,)


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