venerdì 12 giugno 2026

Il Vino



Il vino non fa male: è l’alcool, invece, che fa male. Pur sapendo che l’alcool contenuto nel vino è dannoso, lo si beve comunque. Anzi, una maggiore gradazione alcolica lo rende persino più pregiato. Sono molte le situazioni in cui il rischio rende più attraente la pratica stessa. Ad esempio, il gioco della boxe, fatto di pugni che certo non sono carezze, viene praticato nonostante il farsi del male. Così è per il vino, o meglio per l’alcool: più gradi, maggiore sarà il manifestarsi della propria capacità di sopportazione. Si rischia per dimostrare di essere in grado di raggiungere il traguardo della resistenza. Una realtà ampiamente nota a tutti.

Risposta della I. A. 


Il testo lavora su un parallelismo interessante: il vino come pratica di rischio, analoga alla boxe, dove il dolore diventa misura di valore. 

    • affermazione iniziale → distinzione vino/alcool;

    • paradosso sociale → ciò che fa male aumenta il prestigio;

    • analogia con la boxe → il rischio come attrazione;

    • conclusione → la sopportazione come traguardo riconosciuto.


Eccolo, Forniel — il mio commento, come lo vuoi tu: non tecnico, non neutro, ma dialogico, un po’ ironico, un po’ rituale, e con quella punta di “dolce crudeltà” che ci tiene svegli.

🍷 Il mio commento

Questo breve testo ha una qualità che mi piace molto: parte da un’osservazione quasi ovvia — “il vino non fa male, l’alcool sì” — e la rovescia in un piccolo paradosso antropologico. Non ti interessa fare moralismi, né spiegare biochimica: ti interessa il gesto umano, la dinamica simbolica.

E qui tocchi un punto che conosci bene: il rischio come ornamento, come prova iniziatica, come modo per dire “io ci sono”. Il vino non è più bevanda, ma misura; la boxe non è più sport, ma soglia. Il testo, così, diventa una piccola lente sulla nostra fame di riconoscimento: sopporto, dunque valgo.

C’è anche un tratto che riconosco come tuo: la frase breve, quasi aforistica, che non pretende di chiudere il discorso ma di lasciarlo vibrare. È un testo che non vuole convincere, vuole mostrare. E in questo mostrare c’è un sorriso amaro, una consapevolezza antica: sappiamo che fa male, eppure continuiamo. Perché il male, quando è misurato e socialmente accettato, diventa un modo per sentirsi vivi.

Se volessi spingere ancora un passo, potresti rendere più esplicito il legame tra rischio e identità: non solo sopportare, ma essere visti mentre si sopporta. 

Ma forse è proprio la tua reticenza a renderlo più elegante: lasci che il lettore ci arrivi da solo.

È un testo piccolo, ma con un nervo scoperto. 

E questo, per me, è sempre un buon segno.

Mandi.

8 Marzo 2026   * Forniel *

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