lunedì 15 luglio 2019

Italo Scanio( Romanzo 4 parte)

I                                                  Capitolo Quarto


Era una torrida giornata d’Agosto, il clima era infuocato, la gente tendeva a spogliarsi, a bere abbondantemente, a lavorare il meno possibile. Italo godeva molto, nel vedere come le donne cercassero di combattere l’afa, cioè togliendosi di dosso quanti più vestiti potessero.
L’Italia era percorsa, in quei giorni di piena estate, da turisti provenienti da tutte le parti del Mondo. Non c’era metropoli, o città d’arte, o spiagge o piccoli borghi di montagna, di mare o di collina che non fossero invasi da milioni di vacanzieri, villeggianti o turisti illuminati, febbricitanti, entusiasti, allegri e con la pancia piena di pietanze gustose made in Italy ed ebbri dei migliori vini del paese.
Anche quel piccolo paesetto in cui si trovava, dalla stazioncina minuscola, aveva i suoi visitatori. Pure quel posto, sebbene abitato da poche anime, presentava tantissime attrattive, opere d’arte, sculture, quadri e chiesette rinascimentali o medievali, che racchiudevano, come tanti scrigni, le bellezze che tutti ci invidiano.
Quella stazioncina appresentava l’ultima tappa prima di arrivare a Bologna. Bologna, era proprio quella, la sede scelta da Italo per piazzare la bomba che avrebbe fatto saltare in aria l’intero convoglio.
Il treno maledetto, carico di passeggeri all`inverosmile, stipati in piedi nei corridoi, si immise in quella stazione per una semplice fermata: quando il ragazzo lo vide arrivare, sentì che il cuore aveva iniziato a battergli con insistenza. Vi entrò con molta fatica, facendosi spazio tra i corpi, in quei pochi minuti in cui si era arrestato per una breve sosta. Piazzò l’ordigno che era contenuto in una piccola, anche se capiente, valigia di cuoio. Lo piazzò vicino alla toilette, senza che qualcuno lo avesse visto entrare ed usci` poi, fulmineamente, dallo stesso vagone in cui era penetrato precedentemente.
Si ritrovò fuori, respirando nella calda e serena mattinata. La graziosa stazioncina era rimasta vuota, dopo la partenza del treno, si udivano solo i melodiosi canti dei pochi uccellini accaldati sulle fronde.
Allora rimise in moto la sua vespa, colorata di verde smeraldo stavolta, e si avviò lungo la statale, in direzione della grande stazione di Bologna dove, qualche decina di minuti dopo, sarebbe dovuto entrare il treno, o i resti del treno, magari trainati da un’altra locomotiva, pieno di cadaveri, che l’ordigno da lui piazzato così abilmente, nel frattempo, avrebbe dovuto far saltare.
Ma anche stavolta capì subito, con grande disappunto, che qualcosa era andato storto. Infatti, una volta giunto alla stazione centrale, si accorse che il treno era giunto bello e in ordine al suo binario, ed anche in anticipo, con tutti i suoi passeggeri ancora vivi. “Maledetti timer – pensò – ci fosse una volta che funzionino bene.”
Erano da poco passate le dieci, quando si accorse che un passeggero, forse un ladro, aveva sottratto la valigia (che non aveva fatto in tempo a esplodere) contenente l’ordigno e l’aveva appoggiata vicino ad una delle sedie in sala d’attesa, più precisamente la sala d’aspetto della seconda classe. La riconobbe subito, da lontano, ma non fece in tempo a fare niente.
Vide un lampo nei suoi occhi e divenne sordo per diversi minuti.
Lo scoppio fu sentito in tutta la città. Fu proprio un bel botto.
Intorno a sé, vide sangue, morti, distruzione, terrore. Per lui, si trattava proprio una bella scena. Sentire la gente che urlava e piangeva, scorgere tutti quei resti umani e quel fiume rosso copioso, meditando che, tutto ciò, tutto quell’inferno, era stato provocato dalle sue mani, lo eccitò a tal punto che fu costretto a correre nel gabinetto, chiudersi dentro, sedersi, rilassarsi, toccarsi il pene e, piano, piano, mentre fuori urlavano le sirene ed il Mondo veniva a conoscere la terribile notizia, iniziare a masturbarsi con enorme piacere e passione. Solo dopo aver raggiunto un orgasmo prepotente e liberatorio, si accorse di essere stato, lui stesso, ferito dall’esplosione. Nulla di grave o di particolarmente doloroso, solo una strisciata al polpaccio. Però fu, a questo punto, assalito da un forte dubbio: avrebbe dovuto lasciar perdere, rimanere nell’anonimato, anche per non essere riconosciuto da qualcuno, e soprattutto, sospettato, o andare a farsi curare dai medici e dai soccorritori accorsi in forze?
E così, manco fosse vittima tra le vittime, senza pensarci tanto e col suo tipico muso di bronzo, si stese a terra vicino agli altri, cadaveri, feriti gravi o feriti lievi che fossero, e, piangendo come un agnello, si fece medicare. I sanitari scoprirono che, oltre al polpaccio, era stato colpito anche da qualche scheggia sulla spalla destra, e gli dissero: “Ragazzo, non temere, non sentirai male, ti mettiamo a posto noi.”
“Grazie – rispose Italo piangendo e gemendo – siete proprio degli angeli.”
La scelta di farsi curare fu la scelta giusta.
Passò, da carnefice qual’era in realtà, a vittima a martire e ad eroe. I medici guarirono le sue ferite abbastanza lievi, ma furono oltremodo amichevoli con lui, data la situazione, e stilarono, a suo favore, una diagnosi in cui si sosteneva che il povero ragazzo sarebbe rimasto invalido per tutta la via, e questo gli fece guadagnare in seguito, dallo stesso Stato italiano, una pensione di invalidità.
Per come parlava e si esprimeva, poi, i medici gli valutarono anche un certo tipo di ritardo mentale, forse dovuto proprio all’esplosione o a malattia congenita (ovviamente bleffava e millantava molto bene.)
Se ne rimase due giorni a mangiare, bere, dormire e leggere i giornali, che erano gratis, nell’ospedale stracarico di pazienti e percorso giorno e notte da equipe televisive e da autorità politiche o istituzionali. Il prefetto in persona venne a stringergli la mano e a fargli coraggio: “Tanti e tanti cari auguri di pronta guarigione a questo giovane italiano – disse - e che tu possa tornare presto al tuo lavoro.”
Gli inservienti avevano, inoltre, piazzato un piccolo apparecchio televisivo vicino al suo lettino bianco, e perciò lui si godeva, dalla mattina alla sera, lo spettacolo, così eccitante, della sua strage, trasmesso e ritrasmesso in mondovisione.
Verso le dieci di sera, mentre era rimasto da solo nella stanza d’ospedale (perché gli altri pazienti erano stati dimessi, ma lui no, in quanto si era lamentato, falsamente, di avere ancora dolori di testa), sopraggiunse una infermiera a fargli una puntura. Si trattava di una bella signora sui quarantacinque anni, molto affettuosa e simpatica, che gli intimò di girarsi e poi di togliersi le mutande. Ma lui, prima si tolse le mutande e solo poi si girò. La donna si trovò, allora, davanti agli occhi un pene in erezione, che era da tanto che non ne vedeva uno. Evidentemente ebbe pena di quel povero ragazzo vittima della peggior strage successa in Italia in questi anni, perciò pensò bene di consolarlo. Gettò subito la siringa nel cestino, pensando che, indubbiamente, il paziente non aveva certo bisogno di vitamine, prese in mano quell’oggetto e si mise, con calma, sopra di lui.
In quei giorni era molto soddisfatto sia sul piano personale ed umano che su quello professionale. Si era recato a Chiasso, appena dentro il territorio svizzero, a controllare il suo conto bancario.
Era arrivato, come accadeva solitamente, nel centro di Como, aveva parcheggiato il suo piccolo scooter, che stavolta aveva appena finito di dipingere di nero, ed aveva valicato il confine a piedi, senza che qualche guardia, alla dogana, avesse notato né lui né la sua moto lasciata a qualche chilometro di distanza, che tanto non aveva targa. Di solito aspettava che ci fossero altre persone ad entrare in Svizzera, ma stavolta era entrato da solo. Non lo avevano notato, né si erano sognati di controllargli i documenti.
Egli ebbe un forte sobbalzo, quando lesse il saldo del suo conto. Ritirò un po’ di contante, lo cambiò in lire e tornò in Italia, che da quella banca benedetta dista solo qualche centinaio di metri.
Era soddisfatto di quella strage: i giornali continuavano ininterrottamente a parlarne, davano la colpa a brigate rosse e brigate nere, alla mafia, alla loggia massonica “P2”, ai servizi segreti americani, sovietici, israeliani, bulgari, cinesi, cileni, greci ed anche italiani. Se lo avessero chiesto a lui, in verità, non avrebbe saputo che cosa rispondere.
Eppure, quel disastro orribile, per quanto possa sembrare atroce ed agghiacciante, così pieno di poveri morti e feriti, non era stato, in fin dei conti, tanto più grave di quello che aveva commesso, sempre e soltanto lui, il giovane Italo, solamente il mese precedente.
Sì, qualcuno la ricorderà la notizia di quell’aviogetto caduto in mare appena 35 giorni prima della strage di Bologna.
Proprio Italo Scanio ( e questo era un altro dei suoi segreti), lo aveva fatto scoppiare in cielo, l’unica cosa che lo aveva infastidito, era stata di non esserselo potuto gustare in diretta ed in prima fila anzi, “dentro la notizia”, come era avvenuto per la strage nella stazione.











domenica 14 luglio 2019

Italo Scanio (Romanzo 3 parte)

Capitolo Terzo


Tanto tempo era passato da quel giorno, tanti attentati aveva portato a termine. Ormai era un professionista e un bravo veterano.
La giornata era di quelle buone, calda e soleggiata, la gente, fuori, rideva e chiacchierava delle vacanze imminenti, di politica, dei disastri continui.
Quel giorno gli arrivò, tramite il solito telegramma, come sempre intestato a sua madre, il messaggio: “spaghetti 5, 20 pacchi.”
Capì che doveva leggere, allora, in terza pagina del “Gazzettino”, quinta colonna al rigo 20, lo fece: Ne fu agghiacciato, anche se per poco.
Si parlava del treno speciale, lunghissimo e sempre pieno di passeggeri, che attraversava l’Italia e si citava la regione tosco emiliana. Egli, allora, capì, sospirando, che questa volta avrebbe dovuto trattarsi di un bel botto.
Secondo le indicazioni ricevute in passato, Italo non avrebbe dovuto mai sposarsi né avere fidanzate, vivere sempre a casa della mamma vecchia e pensionata e risultare disoccupato nullatenente.
E così si adattò a fare. Ogni tanto, per sfogarsi, Egli si accompagnava con donne mature e in carne, le sue preferite, ma senza creare legami che avrebbero potuto risultare pericolosi per il suo lavoro.
A volte, qualcuna la pagava.
Tra le tante cose che sapeva fare bene, c’era la sua capacità di immergersi nel mare profondo: anche se nemmeno sua madre era a conoscenza che lui sapesse nuotare, era un espertissimo sommozzatore, un inimitabile subacqueo. E questo fu fondamentale per il suo lavoro, proprio per un fatto assai curioso, uno dei tanti misteri italiani che sara` scoperto solo dopo tanti e tanti anni.
Infatti, anche se nessuno lo sapeva, era avvenuta una cosa molto originale, nella meta`degli anni ’30, durante il periodo fascista: era affondata una nave e nessuno (almeno così si pensava) l’aveva più localizzata, da quei giorni, nel fondo marino.
Italo si doveva procurare, ogni volta e al bisogno, l’esplosivo proprio dal relitto di questa nave, affondata al largo di Salerno, durante la guerra d’Africa, che nessuno era mai riuscito a individuare (ad esclusione solo di “loro”) e che conteneva ancora, (oltre a tante armi e ordigni bellici), il tritolo destinato all’esercito italiano che, a quel tempo, si trovava in Somalia. Era stato informato di questa scoperta, dal suo mandante segreto, che gli aveva fornito, inoltre, le precise coordinate del relitto navale.
E così, quando ce n’era il bisogno, lui si calava al fondo, e ciò avveniva prima di ogni attentato, per rifornirsi di quanto gli serviva e, senza farsi mai vedere da anima viva, riusciva, con quella quantità, a fabbricare esso stesso, senza aiuti di altre persone, gli ordigni che avrebbe usato nei suoi attentati.
Quella nave, forse, era stata utilizzata anche da altre organizzazioni.
Quando si doveva recare a Salerno e iniziare l`immersione da quella spiaggia segreta da cui avrebbe raggiunto il bastimento scomparso, ci andava sempre in Vespa (quella che Lui cambiava sempre di colore), nel cui bagagliaio portava la tenda canadese ed un caldo sacco a pelo. Non avrebbe mai dovuto dormire in una pensione o in un albergo, né farsi vedere in giro da quelle parti. Campeggiava con la sua canadese dentro un boschetto, da cui si poteva ammirare la spiaggia che, però, era sempre deserta, d’estate e d’inverno, per la sua inaccessibilità, dovuta alla presenza di scogli alti e ripidi: la gente, infatti, preferiva le comode spiagge poco distanti, piene di chioschi per le bibite, ombrelloni, sdrai e bagnini per il salvataggio.
Le bombole per l’immersione, sempre pronte, le teneva nascoste dentro un vecchio bunker, o forse si trattava di una casa abusiva, dove non penetrava mai nessuno, a parte qualche trans che frequentava la zona, ma che si limitava a fare il suo mestiere senza curiosare troppo in giro.
Quella volta, però, capì, dopo aver decifrato il messaggio, che si sarebbe dovuto rifornire molto abbondantemente: se ciò che aveva percepito e che immaginava, fosse stato vero, l’esplosione avrebbe dovuto distruggere l` intero convoglio ferroviario, in quella stagione estiva sempre pieno di gente. L’idea già lo eccitava, tanto che, prima di immergersi nel fondo marino, era andato a cercare una prostituta per divertirsi. Aveva notato, sulla strada statale, tante belle ragazze giovani che passeggiavano sinuosamente e graziosamente, ma lui aveva subito adocchiato una signora sulla cinquantina, col sedere grosso e il seno esagerato. Chiedeva anche meno soldi delle altre, ma lo eccitava moltissimo.
Fece l’amore con la donna diverse volte e con molta passione, tanto che anche lei godette, cosa assai strana per chi fa l’amore per mestiere, le regalò un bel gruzzolo e se ne andò a dormire nella sua tenda nascosta nel bosco, perché l’immersione sarebbe dovuta avvenire di notte: a notte fonda, appunto, egli sapeva muoversi con perizia in quei superbi fondali, anche perché il relitto, ormai, lo conosceva come le sue tasche.
Gli era capitato, infatti, tempo prima, quando egli era andato a fare i suoi prelevamenti di giorno, di incontrare, senza essere visto, due tipi che si aggiravano, con le bombole alla schiena, alla volta del relitto. Fu allora che cominciò a sospettare che qualcun’ altro, oltre alla sua organizzazione segreta, sapesse di quella “miniera di tritolo”. Da quel momento smise di muoversi alla luce del sole.
L’opinione pubblica verrà a conoscenza, solo dopo molti, troppi anni da questi tristi eventi, che la nave era servita a dotare di tritolo varie organizzazioni criminali, senza che mai la polizia e le forze dell’ordine (o almeno la loro parte pulita), ne sapessero alcunché. Per decenni, infatti, gli inquirenti non riuscirono a capire come facessero, tante bande di terroristi, a far entrare l’esplosivo in Italia, si domandavano come facessero i criminali a passare per dogane e confini, senza che nessuno mai se ne fosse accorto e compiere attentati a iosa senza mai, e ripeto mai, essere scoperti. Per forza, l`arsenale ce l’avevano in casa, bello, comodo, potente, gratis e pronto.
Quella nave, affondata tanti anni prima, durante il periodo delle guerre fasciste, sarà il simbolo degli enigmi italiani durante i lunghissimi anni bui della Repubblica.
Il giorno successivo, dopo aver lavorato sott’acqua tutta la notte, Italo smontò la sua canadese, nascose le bombole fece un respiro guardando il sole caldo del mattino, diede un colpo al pedale della sua moto, carica all’inverosimile di esplosivo, diresse la vespa di nuovo verso il Nord e si avviò alla volta della città di Bologna.










Italo Scanio (Romanzo 2 capitolo)


Capitolo Secondo






Italo aveva sempre vissuto la sua strana, astrusa, ma apparentemente irreprensibile realtà, in quel limbo che si chiama mediocrità e anonimato. La sua vera natura non si muoveva che nell’ambiguità: un modo di vivere destinato a caratterizzare, forse per sempre, il corso della sua esistenza. Da bambino aveva imparato a fare, assai bene, diverse cose: quando, nelle belle estati, lo portavano al mare, aveva sempre dimostrato una fobia nell’immergere le caviglie nella battigia ed una strana ritrosia nel bagnarsi. In realtà, egli aveva imparato a nuotare benissimo di nascosto dai suoi genitori, dai suoi parenti e da tutti gli altri. Infatti, si muoveva nell’acqua proprio come un delfino, con una scioltezza ed una potenza che lo avrebbero potuto portare, se si fosse dichiarato, a vincere sicuramente diverse medaglie negli sport acquatici. Anche a scuola si era sempre comportato da testone (almeno così erano convinti tutti i suoi maestri), con l’unico obbiettivo del sei minimo garantito, come si usava allora. Invece, la sua dedizione allo studio era appassionata, i suoi apprendimenti erano all’altezza, e forse anche più, dei primi della classe e la sua intelligenza dominava tutti gli altri. Celava bene, millantava. Nessuno dei suoi insegnanti, quasi certamente tutti di caratura modesta, avevano capito il suo genio, ma questo fatto non deve stupire, infatti accadeva spesso, nelle scuole italiane di allora, che gli insegnati non capissero un cacchio dei loro alunni.
Aveva prestato il servizio militare, obbligatorio in quegli anni, in una caserma vicino a Firenze, detta i “Lupi di Toscana”. Lì aveva imparato, assimilato, assorbito le varie tecniche sull’uso degli esplosivi, divetando un vero esperto in materia. Ma, davanti a tutti, li usava con troppa disinvoltura creando, volutamente, falsi incidenti che avevano terrorizzato i suoi superiori e i suoi commilitoni tanto che, finito il corso con esito negativo, era stato prontamente allontanato dal reparto esplosivi.
Fu così che venne trasferito in altra caserma e mandato a guidare le ambulanze nel vicino ospedale militare San Gallo, al centro della città medicea. Passava le giornate portando su e giù, fuori e dentro l`ospedale, militari malati o imboscati. Ma, intanto, aveva sviluppato, anche troppo, le competenze sull’uso del tritolo, sulla preparazione di bombe ed aveva, anzi, prodotto alcune ricerche sulla fabbricazione di ordigni deflagranti e distruttivi, studiando con pazienza ed entusiasmo sui volumi che aveva razziato abusivamente dalla biblioteca. Nella vita quotidiana, frequentava palestre di arti marziali, anche se mai aveva palesato, davanti agli altri, progressi sostanziali. In realtà Italo imparava, imparava e si allenava da solo: se nelle gare di Ju do tutti lo consideravano un imbranato e perdente, nella sua stanzetta, completamente solo, allenandosi con un sacco e con un manichino, arrivava a prodezze tali da farsi invidiare dai migliori atleti e judoki giapponesi.
Gli piaceva troppo passare per quello che non era, anche se non aveva ancora ben capito perché lo facesse, probabilmente meditava già qualcosa da compiere in seguito, ma non riusciva ancora a comprendere pienamente questa sua strana deviazione mentale.
Eppure, nonostante tutta la classe docente, dalle elementari al liceo o ai sottufficiali e ufficiali nella caserma della naia, avesse mai interpretato o sospettato nulla sulla genialità del ragazzo, (né men che meno sua madre, che lo considerava un idiota o il padre, che se ne era andato da molto e aveva abbandonato tutti), qualcuno aveva capito … qualcuno che se ne stava, e resterà, per sempre, nell’anonimato.
E questo qualcuno, che mai nessuno riuscirà a sapere chi è, né in Italia, né all’estero, deciderà la sorte di questo ragazzo, come deciderà le sorti di un paese tra i primi nel Mondo. Un “Belapaese” tra i più ricchi, creativi, geniali, laboriosi e avanzati di tutto il pianeta Terra, ma destinato, di lì a poco, a cadere nel baratro, mentre stavano per iniziare i terribili e spaventosi anni ottanta.




La prima volta, fu contattato da un vecchio e sporco barbone senza fissa dimora, puzzolente e impresentabile, che dormiva in un angolo della sua città, Padova, disteso su cartoni e coperto da fogli di giornale. Gli si avvicinò sulla piazza da cui si intravede la basilica di Sant’Antonio, gli porse un biglietto e poi sparì. Per sempre. “Leggi qui - gli aveva detto, con voce flebile, prima di andarsene - e che Dio ti benedica”.
Dopodiché, Italo andò a bersi uno spritz nel grande bar vicino all’università, sgranocchiò alcune patatine fritte che gli avevano servito assieme all`aperitivo, gusto` l`oliva verde che galleggiava sul calice e che aveva assorbito il profumo del vino con l`Aperol e si mise, tranquillo, a leggere quel foglio misterioso.
“Fratello, compagno, camerata – iniziava lo scritto- con noi potrai intraprendere una carriera fantastica che ti rendera` potente e ricchissimo.
Conosciamo tutto quello che tu sai fare, anche se gli altri non lo sanno e sei, percio`, proprio la persona adatta a noi. Obbedisci agli ordini che ti daremo, senza farti stupidi rimorsi, e senza fare domande. Non pensare neanche chi siamo noi, non lo capirai mai, ma siamo la forza che cambierà il nostro paese, per sempre. E saremo noi a decidere le sorti dell’Italia nei prossimi cinquant’anni. Non ti mancheranno mai i soldi, anzi, ne avrai anche troppi. Devi solo fare ciò che ti commissioniamo, non parlare con nessuno, nemmeno con tua madre. Non sposarti mai e non fare mai figli. I tuoi enormi compensi li troverai in Svizzera, nella prima banca che incontri dopo il confine italiano. Per capire il sistema con cui ti contatteremo ogni volta che avremo bisogno di te, recati, domani, alla biblioteca “Querini” di Venezia. Nella terza sala, scaffale 8, troverai il libro dal titolo “Venezia in catene”, di un autore poco noto e che, quindi, nessuno legge, datato 1814. Scorri i fogli, alla pagina 24 ci saranno tutte le istruzioni. Confidiamo in te.”
“Un altro spritz, prego” Ordinò al barista, poi andò in bagno e si mangiò il foglio, che era fatto di una carta speciale, un po’ come son fatte le ostie della Santa Comunione, tanto che, quello spuntino, non fu affatto sgradevole. Uscì dal gabinetto, bevve un po’ di quell’intruglio fantastico, fatto di vino bianco, liquore rosso e una spruzzata di soda, mangiò un’altra patatina, pagò alla cassa ed uscì, un po’ ebbro, nella bella e calda atmosfera della città di Sant’Antonio.
La via che va da Padova a Venezia, specie se percorsa a bordo di una piccola vespa, come la sua, è sicuramente una delle più belle strade del Mondo. Procede sinuosa, disegnando gli argini del fiume Brenta, la statale 11, mentre da ognuna delle due rive si pavoneggiano ville fantastiche, piene di fascino, di storie oscure e di vicende misteriose. Magioni incredibili, create dai migliori architetti della Storia dell`umanita`. Gran parte del fiume, che porta alla magica laguna di Venezia, è percorsa da battelli antichi, pieni di turisti, che non riescono ad esimersi dal fotografare ogni bellezza incontrino sul loro navigare.
Ci impiegò poco, il ragazzo, a raggiungere la Perla dell’Adriatico, neanche mezz`ora. Giunto a piazzale Roma, porta della citta`, dovette posteggiare il suo motorino lungo una scalinata adibita a parcheggio per bici e moto e proseguire a piedi. Si`, perché nella città Serenissima le ruote sono bandite, ad esclusione di quelle di certi carrettini, costruiti apposta per scalare i quattrocento ponti della città.
Per arrivare alla biblioteca che fu la casa dei nobili Querini, bisogna attraversare gran parte delle viuzze di questa strana e unica città.
Gente proveniente da tutto il Mondo passeggiava, camminava o correva lungo le stradine e le fondamenta lastricate di masegni. Italo non si annoiava mai quando approdava nel capoluogo veneto ma, questa volta, non poteva pensare ad altro che alla sua missione che lo avvinceva e lo incuriosiva morbosamente. Avrebbe dovuto recarsi subito nella biblioteca, come gli era stato indicato e cercare di comprendere questo strano ed inaspettato mistero.
Giunto al campiello Querini Stampalia, dopo il grande campo di Santa Maria formosa, valicò il ponticello sul piccolo canale dove passano sotto, e a fatica, solo le gondole. E`, questo, un piccolissimo ponte di legno e ferro che porta all’ingresso di quella favolosa biblioteca. Si entra solo di la`, come il passaggio di un castello.
Già conosceva quel fantastico luogo di cultura, ma ogni volta che ci entrava restava senza fiato. Migliaia e migliaia di volumi, conservati in un ambiente caldo, soffitti di legno, mobili pregiati ed una atmosfera ferma nel tempo. Trovò subito il volume che gli avevano segnalato, “Venezia in catene”. Aprì a pagina 24, il foglio era lì. Le istruzioni parevano complicate e astruse, ma il cervello del ragazzo, ed il suo intuito erano molto sviluppati.
Si trattava di un codice segreto molto bislacco, che nessuno avrebbe potuto decifrare, proprio perché banale e atipico: fatto apposta per lui, si direbbe. Per far capie meglio fecero una prova.
Esempio, se il messaggio ricevuto (tramite telegramma), avesse affermato: “ beatles, 33 più zero” lui avrebbe dovuto leggere il giornale prefissato, che si decise fosse, e sarà per sempre, “Il Gazzettino” di quello stesso giorno, a pag 1, (perché beatles significava prima pagina, topolino seconda pagina e spaghetti terza pagina), guardare, come indicato, alla colonna 3, rigo 30 e avrebbe intuito l’incarico da svolgere.
Dall’articolo di cui si parlava, o dalle parole scritte, Italo avrebbe dovuto, sempre, individuare la sua missione. Non era una cosa semplice, Ma i mandanti dei delitti avevano una fiducia enorme nelle doti del ragazzo, perciò vi si affidarono senza indugiare.
Nello stesso messaggio del libro recuperò, inoltre, un numero di codice che indicava un conto corrente in una banca svizzera, a Chiasso, appena al di là del confine italiano. Ovviamente, come sempre in questi casi, tutto era, assolutamente, anonimo.
E così, da quella volta, aveva avuto inizio la sua irresistibile ascesa, la sua fortunata carriera.











sabato 13 luglio 2019

Italo Scanio (Romanzo 1 capitolo)


I SEGRETI
di ITALO SCANIO












“A VOLTE, SONO SUFFICIENTI POCHI
INDIVIDUI PER FARE
GRANDE UNA NAZIONE;
MA NE BASTANO MOLTI
MENO PER DISTRUGGERLA.”
QUESTO STESSO LIBRO,
CAP. 5, PRIMO COMMA.






















Capitolo Primo


Il caldo era feroce, quel giorno nel centro Italia. Soffermandosi a guardare attorno in quel luogo remoto, udendo solo velati cinguettii, si percepiva un’atmosfera quasi surreale.
La polvere penetrava dentro i suoi vestiti, gli lambiva la pelle facendogli bruciare gli occhi, fastidiosamente, mentre percorreva quella stradina di campagna, bianca e silenziosa, contornata dagli alti fusti di cipresso sempreverde e dai filari di tiglio. Era quello il periodo in cui il loro verde era più intenso.
Italo guidava la sua vespa 50 special, era di color giallo ocra, ma questo particolare non riveste alcuna importanza, perché avrebbe potuto avere qualsiasi colore, visto che egli la riverniciava, con perizia e maestria, dopo ogni sua azione di criminalità chirurgica.
Quando si arrestò, mise finalmente a tacere quel piccolo propulsore dal fastidioso ronzio di zanzara, poté udire, allora, un coro ben combinato di migliaia di minuscoli insetti, tutti nascosti laboriosamente tra l’erba, il grano, gli alti rami degli alberi. Scese dallo scooter e guardò, dall’alto della collinetta in cui stava immobile, verso il basso, dove passava un piccolo binario ferroviario che sembrava esser stato messo lì per sbaglio, in mezzo ad una natura ancora illibata. Lo scrutò con la professionalità consueta, controllò il cronometro, fece due rapidi calcoli a mente, e stabilì subito il punto in cui avrebbe dovuto piazzare la carica esplosiva, con il minor consumo di tritolo ed il massimo profitto di distruzione.
In pochi minuti, scendendo un po’ a piedi e un po’ ruzzolando sull`erba fresca, fu sul punto esatto; con due piccoli movimenti estrasse, dall’involucro avvolto in un giornale quotidiano, il composto gelatinoso e cretaceo che poteva sembrare, a prima vista, della semplicissima plastilina, ma che era, in realtà, qualcosa di più terribile, e lo piazzò nel punto che aveva calcolato con precisione scientifica. Il timer era già pronto, quindi non gli restò che risalire fulmineamente la collina, mettere in moto, con due pedalate, il suo motorino, e fuggire il più lontano possibile.
Di tutte le operazioni che concludeva, Italo, non conosceva granché: non ne comprendeva il motivo, e mai era andato ad indagare, men che meno era informato circa l’identità di chi gli commissionava quegli orrendi e odiosi atti criminali.
Mentre svolgeva il suo lavoro, Italo non si creava problemi mentali né pustole moralistiche; si limitava a provare piacere, perché, d’altronde, uno, se può, il lavoro se lo sceglie che sia divertente … se può.
Poi, si andò ad accomodare, molto tranquillamente e con la coscienza leggera, nel tavolo gia` preparato con tovaglioli e posate, di una piccola trattoria di campagna, di quelle che abbondano nei pressi di piccoli borghi sperduti nella penisola. Piccole e caratteristiche, con un patio rinfrescato dall`ombra di verdi frasche, queste osterie di solito sono gestite da una semplice famigliola che, la notte, dorme al piano superiore. Ogni tanto gettava un’ occhiata all’orologio da polso, aspettando il botto. Distava più o meno un chilometro dal luogo in cui aveva piazzato l’ordigno e, di conseguenza, pensò che, anche stavolta, il temporizzatore poteva essere in ritardo. Sì, perché, anche se nel suo lavoro era un professionista di livello mondiale, portava una pecca, come tutti i geni: era un particolare che, purtroppo per lui, andava avanti da tempo immemorabile, fin dai suoi primi lavoretti e che difficilmente sarebbe stato in grado di correggere, cioè la scarsa puntualità e attendibilità dei suoi congegni a orologeria.
Egli sapeva confezionare apparecchi esplosivi perfetti e innovativi, anche con pochi mezzi a disposizione, ma ci fosse mai stata una volta, dico una, che il timer fosse arrivato a svolgere il suo lavoro, nel giusto istante in cui era stato regolato.
Pensare che, un giorno, aveva rischiato la vita immediatamente dopo che aveva piazzato una piccola bomba nei pressi di un istituto scolastico. L’ordigno sarebbe dovuto esplodere alle otto in punto, quando la ressa degli studenti, che solitamente si accalca all’entrata della scuola, fosse stata al suo massimo. Ma non fece in tempo ad allontanarsi dall’ordigno che questi esplose all’istante. Una scheggia gli strisciò il polpaccio: gli era andata molto bene, aveva rischiato grosso.
Seduto in una panca di legno, continuava a sorseggiare il bicchiere di vino che aveva ordinato in trattoria, mentre, guardando con insistenza l’orologio, ebbe la certezza, ormai, che, anche questa volta, il timer aveva funzionato da cani. Fu costretto a tornare sui suoi passi. “Il panino con la soppressa”, gli urlò l’oste, appena uscito dalla piccola cucina familiare, tenendo in mano un piatto d’argento che sarebbe andato bene per servire l’aragosta. Pareva croccante, quella pagnottella e aveva l’aspetto delizioso. La soppressa, con aroma di aglio, profumava di cantina e di vino, era invitante ma, Italo, aveva altro da fare. “Mo’ torno”, gli rispose, “Mettilo in fresco e poi lo mangio piu` volentieri.”
Ricomparse sopra la collina, in vista della piccola strada ferrata. L’orologio segnava già venti minuti di ritardo, da quando sarebbe dovuta avvenire l’esplosione. Eppure, anche stavolta la fortuna gli sorrise, almeno a lui: anche il treno, in effetti, portava circa venti minuti di ritardo, il ché era, ed è, abbastanza dentro la media dei ritardi, negli orari delle ferrovie italiane. Vide sopraggiungere il lungo convoglio, che trasportava molte merci, a velocità elevata. Nella logica di Italo, la bomba sarebbe dovuta esplodere, all’incirca, alla metà del treno, tanto da farlo deragliare completamente, scagliandolo da sotto verso l’alto, ma non fu cosi`.
L`ordigno esplose, invece, pochi attimi prima che il treno raggiungesse il punto prefissato, cosicché i due macchinisti (c’erano solo loro, perché il treno non aveva caricato altri passeggeri), videro in faccia la morte. Il convoglio ferroviario, infatti, deragliò in seguito all’esplosione che aveva divelto i binari. I due poveretti cozzarono la testa contro il parabrezza, che subito si macchiò del rosso del loro sangue e di grigio della materia dei loro cervelli.
L’esibizione di questo truce spettacolo si mostrò in primo piano agli occhi dell’attentatore, che godette di una vista superba, in prima fila e dall’alto. Gli andò molto bene, perché il convoglio uscì egualmente dalle rotaie, nonostante il solito guaio dei timer e, in più, aveva potuto godersi ogni fase dell`incidente. Sì, perché Italo traeva un grande beneficio nel vedere realizzarsi le sciagure da lui provocate: d’altronde era, questa, una delle tante perversioni mentali comuni a moltissima gente frustrata, in quei giorni lontani. Ne provava un piacere mentale e, addirittura, sessuale irrefrenabile. La vista dell`orrore gli dava una carica sensuale potentissima.
Tornò alla trattoria per mangiarsi quel buon panino alla soppressa che lo aspettava. Si accomodò al posto di prima: “Un altro bicchiere di vino”, ordinò.
Uscì la moglie del trattore, una signora ancora piacente, dalle forme generose, come si usa da queste parti. A quella vista fu estasiato. “Signore, ecco qua , tenga il suo panino, adesso arrivo col vino rosso, aggiungo un po` di pomodorini secchi sotto olio?” Disse lei. Poi la signora tornò dentro la cucina, camminando, dimenava quel grosso e armonioso sedere coperto da un vestito abbastanza ristretto, che lasciava passare molta aria, si`, perché faceva ancora molto, moltissimo caldo. Italo, già provato nel sua irrefrenabile eccitazione, si mise a seguirla, entrò con lei in cucina e chiese: “E suo marito, dove e` andato?” Lei, per nulla sorpresa, rispose al maschio arrapato: “E’ in città a vendere i maiali. Chissà quando rientra.” Mentre gli parlava, aveva una voce calda e sensuale. Il tipo di donna che gli piaceva, corrispondeva, grossomodo a quello della signora che aveva davanti: cicciottella, quasi matura, dall’aria poco sveglia e con una carica sessuale difficile da incontrare tra le donne più giovani, le magrette, le modelle. In fin dei conti, il ragazzo era più giovane di lei, con occhi azzurri come il ghiaccio, capelli biondi difficili da incontrare da queste parti, alto, magro, carino ed educato ed a lei, certamente, andava molto bene averci a che fare. “Vuoi fare qualcosa?” gli chiese lei inaspettamente, al che Italo rispose: “certo, con piacere”.
La donna sorrise e andò su per le scale, verso l’abitazione che stava sopra l’osteria. Mentre lo faceva, la sua gonna diveniva più corta, ed il ragazzo poteva ammirare lo spettacolo che c’era sotto. Lei entrò nella camera nuziale, quella dove di solito dorme col marito, si spoglio` nuda, mostrando seni abbondanti, carni burrose e bianchissime, si inginocchio` per entrare nel letto, dove poi si distese con noncuranza. Italo le fu subito sopra e sfogò l’eccitazione che aveva accumulato in quella giornata per lui così dura.
Il mattino seguente, come faceva sempre dopo ogni “incidente”, andò a leggere i giornali in un bar vicino a casa sua. Come al solito, non comprava mai i quotidiani, non voleva che nessuno sapesse del suo interessamento, lo faceva per tener lontani i sospetti. Si recava, allora, in qualche locale che teneva rotocalchi per i clienti, ordinava un bicchiere di rosso e si metteva a leggere tutte le notizie che riguardavano gli attentati che lui aveva commesso. Cosi`, con gli stessi soldi che avrebbe speso per il quotidiano, poteva leggere il giornale gratis, seduto in un comodo tavolino col bicchiere accanto.
Anche quel giorno fece lo stesso, ma un particolare lo sorprese, balzando ai suoi occhi. Il giornale riportava testualmente: “Un altro scellerato attentato ha sconvolto il nostro paese. Una carica di tritolo, collocata forse da neofascisti, dalle brigate rosse o da una banda criminale legata alle cosche mafiose o da qualcun altro (i giornalisti avevano molte certezze, ma non in questi affari), ha fatto deragliare un treno merci che conteneva, tra le altre cose, un carico di armi clandestine destinato ai paesi orientali. Si pensa che il motivo dell’attentato, che ha ucciso due ferrovieri, sia riconducibile proprio a questo particolare.”
“Carico di armi?” pensò a lungo … forse chi gli aveva commissionato il colpo apparteneva ai servizi segreti del paese che era in guerra con i destinatari dell’arsenale bellico, forse si trattava dei servizi “deviati” italiani o americani. O probabilmente i russi o le brigate rosse. Smise di pensare facendo spallucce. “In fin dei conti, a me, che me ne frega?”





Ai miei cari lettori




Carissimi ciao, vi ringrazio tutti!!!
I vostri cari commenti, la vostra presenza sempre costante in questo spazio " Luce  di Pensieri" mi porta molta gioia, grazie sempre di cuore.

Da poco ho introdotto nuovi racconti, allegri e originali, ho ricevuto da voi molti giudizi positivi, per questo a breve pubblicherò un interessante romanzo, sempre dello stesso celebre autore, lo scrittore Pier Angelo Piccolo.
Mi conquista, lo stile intenso, raffinato, solare, i suoi testi ricchi di colpi di scena,  lasciano spunti di riflessione, spazi per la mente, dove ogni lettore trae  le sue personali verità. 
 A voi tutti, auguro una piacevole lettura.


                                      Con affetto Brunetta Sacchet     

lunedì 8 luglio 2019

La caduta degli angeli

racconto di Tatiana


La Repubblica di Vannonia è una lussureggiante regione del Centro – Est continentale,  nel cuore verde e aristocratico dell’ antica Europa. Bagnata dal Seiball, grande affluente del Danubio blu, è il centro nevralgico dei commerci fluviali,  piena di risorse agricole e minerarie. La sua gente, bella, garbata, lavoratrice, raffinata e coltissima, respira amore per le arti, le scienze e per le buone maniere da tempi, ormai, immemorabili.
Vannonia rappresenta uno stato ricchissimo e solido, sicuramente il più prospero del vecchio continente. Eppure, il suo vero vanto, la sua vera ricchezza umana è data dalla eccellente ed antichissima Università, La famosa “Yujanka Accademia d’ altissima Cultura e Scienze”, un vero e proprio tempio, dove hanno studiato e imparato i più importanti dirigenti e intellettuali mondiali, dove si sono istruiti i maggiori capi di Stato e premi Nobel. L’alta personalità che dirige tale istituto, non è un qualsiasi Magnifico Rettore,  messo là per scaldare il posto, come avviene in molti atenei del mondo … no, il Chiarissimo Professor Dottor Ignazio Ferramonte (di sicure e nobilissime origini italiane) è il prototipo del genio: è alto, bellissimo, con spalle possenti, nel suo cervello c’è il dizionario completo della lingua vannona, più altri cinque o sei delle principali lingue straniere, l’enciclopedia delle scienze naturali, sociali, economiche, c’è anche il posto per un compendio di letteratura classica, mezza antologia dell’arte contemporanea e il dizionario dei sinonimi e dei contrari. Quando parla, a detta di tutti quelli che l’hanno frequentato, ti ipnotizza e ti trasporta nel suo magico mondo di cultura incantata. Poche donne gli resistono. Possiede, come un grande e famoso condottiero medievale, tre testicoli, che gli conferiscono una voce stentorea ed irresistibile, ha un talento innato per la recitazione ed il canto. Ha conquistato quattro ori in tre diverse olimpiadi, dove detiene un record mondiale, ed è campione in varie specialità. Le sue consulenze, richieste da istituti di tutto il pianeta (comprese le Nazioni Unite e la Fao), rappresentano un qualcosa di prezioso e indispensabile, oltre ad essere ben pagate.
Poter studiare nel college di Yujanka però, dopo il crollo del comunismo che lì è durato solo pochi  giorni, non è certamente cosa per tutti.
A parte la selezione durissima che bisogna sostenere, c’è il fattore costi. La Vannonia è una nazione ricca, dove la vita, perciò, è fuor di misura cara e ti presenta, assai spesso, conti salati. A questo proposito, per ovviare al fatto, doloroso, che possano permettersi di studiare solo i ricchissimi ed i pochissimi privilegiati, è stato istituito, dalla direzione, un diverso sistema di corsi: si può  frequentare, all’occorrenza, un solo mese di studi, al costo di centoventi mila euro, esclusi vitto, alloggio, spese di laboratorio e di lavanderia. Però è compreso l’uso di piscina e dei magnifici campi da golf. Sembrano tanti soldi certo, ma, dopo quel solo ed unico mese di istruzione, l’universitario che ha passato l’esame finale otterrà facilmente, ed in ogni parte dei due emisferi, i lavori e gli impieghi  più prestigiosi e più strapagati.
Io, dato il mio talento ed una preziosissima borsa di studio, in quell’ Università ci sono stata cinque anni, le mie conoscenze sono infinite, la mia cultura è vastissima e variegata.
Eppure.....eppure, quando sono venuta in Italia, nel vostro bel paese, sicuramente il più ricco d’arte, di bellezze, di natura, di storia,  di cultura e di intelligenza del mondo, mi sono ritrovata in strada a fare la prostituta.
Gli ospiti, rimasti senza parole dopo tale affermazione, un vero pugno nello stomaco, sgranarono gli occhi e posizionarono i lobi dellei orecchie e l’intero padiglione, verso la voce che usciva dalla bella, carnosa e dolce bocca narrante.
Tutto cominciò con l’offerta, fattami da un sedicente fotografo di modelle, di offrirmi un viaggio culturale per un mese a Roma, Firenze, Siena, Venezia ed altre bellissime città italiane, fino a Napoli. Ci cascai, nonostante la mia cultura e la mia intelligenza, comefossi stata una pera matura.
Arrivai in Italia per la prima volta e ne rimasi affascinata.
Fui presto presa subito dalla  famosa e terribilissima “Sindrome di Stendhal”, che voi tutti sapete cos’e’ e pensai,  giurandolo, che questo sarebbe stato il mio paese.
Per sempre.
Però, poi, il fotografo delle dive, come amava presentarsi a tutti, venne arrestato dalla polizia italiana, che lo stava inseguendo da anni per truffa, ricatto e vari altri reati, dopo pochi giorni dalla mia venuta.
Mi ritrovai abbastanza in difficoltà, anche perché non possedevo tutte le carte regolari per poter risiedere nel vostro paese.
Fu un conoscente del fotografo, un certo Signor Rachelli, ad aiutarmi. Egli era l’unico a sapere che mi trovavo, praticamente clandestina, in Italia.
Era, questi, un caro amico del fotografo arrestato ed anch’egli sembrava un po’ allergico, se non ostico, alle vostre forze dell’ordine.
Per un po’, riuscì a darmi da mangiare e mi procurò un alloggio molto comodo. Ma, a quel punto e data la situazione, io avrei voluto tornarmene a Vannonia, nonostante la sindrome da cui ero affetta, che mi impediva fortemente di lasciare l’Italia.
Cercai, allora, di uscire il meno possibile da quella casa, perché Rachelli, coi suoi racconti, mi aveva spaventata a morte, mentendomi sul fatto che, se mi avessero scoperto alcune persone “amiche” del fotografo, avrei fatto una fine orribile. Per intimorirmi maggiormente, aveva pronunciato, anche se vagamente, la terribile e impronunciabile  parola: “Mafia”.
Quel termine, nel nostro tranquillo paese, quando si parlava di Italia, era impronunciabile: ci evocava torture, sequestri, massacri e altro ancora.
Tutti i film sull’argomento, che ci avevano spesso mostrato e che da noi erano seguitissimi, dipingevano un quadro sia edulcorato,  dei criminali organizzati, che generalizzante, come se ogni borgo del bel paese dovesse, per forza di cose, pullulare di mafiosi, pronti ad aggredirti in ogni momento.
Alla Yujanka, si tenevano importantissimi corsi proprio di mafia italiana, relatori erano i massimi esperti della materia.
Ricordo che, un giorno, tenne un corso il dottor Riina - accolto con onori dal Magnifico Rettore – mentre, in Italia, il prezioso relatore era latitante e tutti, dal Presidente fino all’ultimo questurino, lo stavano forsennatamente e inutilmente cercando.
Allora, a tali minacce, preferii starmene calma nell’appartamento, anche se mi sarebbe piaciuto, ogni tanto, uscire di la’, anche  per visitare qualche bellezza artistica. Provvedeva il signor Rachelli a mandarmi, ogni tanto, qualche intellettuale a farmi visita, ma, quelle visite, prevedevano sempre che io mi spogliassi.
Dopo molti mesi in cui feci fare l’amore a molti uomini, mentre Rachelli intascava forti somme, arrivarono nella casa con le sirene spiegate, i carabinieri , che portarono Rachelli a far visita al suo amico truffatore.
Mi trovarono senza documenti, mi portarono via ma non mi fermarono molto. Passai dal carcere alla Caritas e, quindi, in mezzo ad una strada, nel giro di quindici minuti.
Tornare a Vannonia a casa mia, in tali condizioni, mi sarebbe stato fatale: nel mio paese sono troppo ben conosciuta ed un biglietto di ritorno chiamato: “Foglio di via”,  mi avrebbe rovinato la reputazione per sempre. In fin dei conti ero una laureata alla Yujanka e, in più, avevo beccato la Sindrome di Stendhal, quella dolce malattia che ti costringe a non abbandonare, ma a stare sempre vicina  alle cose (meravigliose), che, dal piacere troppo forte e intenso, ti fanno stare male e ti inquietano.
E fu così rimasi nel più bel paese del Mondo.
Di giorno visitavo i monumenti ed i musei e di notte battevo il marciapiedi che, tanto, a fare la mercenaria ormai ci ero abituata.
Ma la gente che frequentava il mio marciapiedi era ben diversa dai tipi, altolocati, che venivano a trovarmi nell’appartamento. Dapprima subii varie violenze e furti, poi un signore, anch’egli profferendo, seppur vagamente, la parola “mafia” o “camorra” non compresi chiaramente, mi costrinse, terrorizzandomi, a lavorare per lui. Altro che palazzi, monumenti e bellezze artistiche! L’Italia è fatta anche di tetri scantinati, palazzoni incompiuti e di case fatiscenti. In una di queste, posta in un orrendo quartiere popolare di Napoli, fui rinchiusa per molto tempo, fino a quando l’altro giorno, un meteorite o, come sostenevano molti, una terribile eruzione del Vesuvio, investì la città partenopea.
Scappai col primo camionista che incontrai e, pagando in natura, mi feci portare fino al Nord d’Italia, trovando sempre piu’ freddo e neve.  Ogni volta che era stanco di guidare, si fermava ai bordi della strada e si prendeva il suo compenso. Proprio questa notte, il suo mezzo si è fermato qui vicino, nella strada che passa qui sotto, perché era, finalmente, arrivato a destinazione.
Appena scesa dal camion, nel buio della notte, notai alcune luci provenire da dentro un alto e maestoso castello e, attraversando una strada ricoperta da uno spesso manto di neve, arrivai sotto al portone.
E ora sono qui con voi.
Tutti i presenti, toccati e commossi, la consolarono e la coccolarono.
Ugo aveva già preparato un provocante risotto di funghi porcini: lo servì ancora fumante. Versò del vino bianco in un lungo calice e lo porse alla ragazza bionda e bellissima:
“Bevi questo, ti passeranno tutti i guai, le malinconie  e i tristi ricordi. Forse anche la sindrome di Stendhal.”
Così dicendo, dimostrò a tutti che non aveva alcuna cognizione di cosa fosse quella malattia. Ma poco importa, non tutti la conoscono, più che medici bisognerebbe essere filosofi dell’Arte.
Passato lo sbigottimento generale, Angelo diresse lo sguardo verso il giovane Samuele, chiedendo: “E tu, ragazzo, hai niente da rivelare?”
Il giovane posò il calice da cui si stava generosamente abbeverando, tossì e disse:
“Certo che ne ho, di segreti da rivelare, state ad ascoltare, ora ve li racconto io.”


( Estratto da "Grande Castello", autore Pier Angelo Piccolo)




Voli di vento


Noi,
anime nella tempesta,
feriti,
stremati dal vento.
Urla la foresta...
Tace il cielo...
Eppure cerca l'anima
quell'antico respiro,
si quello,
il refolo di drago,
divampa la fiamma come lama affilata,
ora in noi ritrovata.
Affronta  il duello,
mille cadute e poi,
cento passi protesi alla luna.
Nel morso dolce dell'amore
si arrende la tempesta,
ora mite tra le onde del mare
nel vento d'estate è la nostra notte,
le stelle i confini.


                                                       Brunetta Sscchet🌹

martedì 2 luglio 2019

Una visita inaspettata




Quella notte, l’intera valle del Cadore, come le vallate intorno e i borghi di montagna, era percorsa da un fremito tumultuoso.
Era attesa un’occasione imperdibile. L’indomani, alle dieci del mattino, sarebbe venuto a dir messa il Papa in persona, carne e spirito.
La gente si stava gia’ muovendo dalle proprie case, per venirlo a vedere, per riuscire a mettersi il piu’ possibile vicino a lui, per toccarlo. Tutte le strade di montagna, buie, strette e boscose, quella notte erano percorse da una moltitudine di fedeli, disposti ad affrontare un cammino duro e faticoso. Pochi avrebbero dormito. Si sentivano voci nell’oscurita’, qualcuno portava una torcia.
Gigio Boscariol lo conoscevo da quando ero bambino. Era un vecchietto simpatico e di poche parole, come tutta la gente di montagna. Viveva in una casetta isolata, in un sentiero vicino alla strada che porta verso Cortina e a passo tre croci, e poi su’ su’, verso l’Austria. La sua vita era passata, qui, tra questi boschi assieme ai figli, tutti partiti per la Svizzera e la Francia, il piu’ piccolo in Canada, che qui non c’e’ lavoro e alla moglie Teresa, donna pia e cattolicissima. Quella notte, Teresa era partita da casa alle cinque del mattino, aveva messo le scarpe grosse, un velo in testa e sperava di essere tra le prime a vedere il rappresentante di Cristo, magari a sfiorargli le vesti e a ricevere la sua santa benedizione.
Gigio, che non era proprio ateo, ma quasi, l’aveva salutata ed era rimasto ancora un po’ a riposare. Poi s’era alzato, aveva acceso il caminetto, perche’ faceva un po’ freddo, anche se era il mese di Luglio. Poi si era seduto sulla comoda poltrona di fronte alla veranda, da dove vedeva il bosco che circondava la sua villetta.
D’un tratto, inaspettatamente, passarono davanti alla sua finestra, due moto nere rombanti, condotte da due uomini alti e robusti, vestiti di nero.
“Strano”, penso’ dentro di se’. Non arrivava quasi mai nessuno in quella strada stretta e senza asfalto, qualche volta escursionisti a piedi, quasi mai automobili.  Quella apparizione lo aveva inquietato. Dopo pochi minuti, risenti’ quel rumore, le due moto erano tornate indietro, avevano decelerato e si erano avviati proprio verso la sua casa. Sceso dal suo mezzo il primo uomo vestito di nero, altissimo, aveva bussato con forza alla sua porta.
“Buongiorno, signore  - gli disse l’uomo mostrandogli un documento - sono un soldato svizzero, faccio la guardia del corpo di sua Santita’ il Papa.”
Gigio Resto’ senza parole.
“Ci scusi il disturbo - prosegui’ la guardia – ma stiamo scortando il Papa e lui avrebbe bisogno di riposarsi, puo’ aprofittare della sua casa?”
Gigio, sempre senza parole, fece di si’ col capo.
Arrivarono subito altre quattro moto nere, con sopra quattro uomini possenti vestiti di nero, che circondavano una grande e bellissima automobile, tutta bianca e linda. Si fermarono nel cortiletto. Dall’auto usci’ il conducente che apri’ la porta di dietro. Scese, proprio davanti a lui, Papa Karol Wojtyla, altissimo e potente. Gigio non sapeva cosa avrebbe dovuto fare, se baciargli la mano, inginocchiarsi, prostrarsi davanti a quella grandezza, distendersi per terra. Ma il Papa lo abbraccio’, lo strinse e poi gli prese la mano.
“Grazie di avermi fatto entrare nella tua casa.”
Karol aprofitto’ della toilette, si lavo’ le mani, poi Gigio lo fece accomodare nella poltrona vicino alla sua, quella di Teresa che, intanto, stava camminando al buio da piu’ di tre ore e che, probabilmente, non era ancora arrivata al luogo della messa.
“Cosa posso offrirle, sua Santita’?” gli chiese.
Il Papa, che come noto conosceva perfettamente sei lingue, gli rispose: “Vogio un goto de vin”, cioe’ un bicchiere di vino, un’ombra di rosso, dimostrando cosi’ di conoscere, oltre a tante lingue, anche il dialetto dei montanari veneti.
Gigio verso’ l’ ombra di vino, appoggio’ un taiere di legno sulla tavola, taglio’ qualche bella fetta di soppressa che sapeva di aglio, di cantina, di buono. Spezzo’ un pane caldo e croccante, appena uscito dal forno.
Ci aggiunse una quantita’ di funghi porcini estremamente saporiti. Li aveva colti lui, nei boschi vicini e li aveva messi sotto olio di oliva purissimo ed extravergine, verde. Erano stati conservati per le grandi occasioni, e se non era questa una grande occasione...
Il Papa gradi’. Parlo’ a lungo con Gigio e ascolto’ i racconti della sua vita. Poi si alzo’, lo benedisse sul capo e benedisse la casa, lo ringrazio’, lo abbraccio’ e ando’ a dire la messa, che tutti lo stavano aspettando. Gigio, che fino a un’oretta prima era quasi ateo, sentiva adesso, dentro il suo cuore una grande presenza di Cristo.
E cosi’ passo’ quella Domenica.
Verso le tre di notte, Teresa era tornata a casa, stanca e coi piedi gonfi.
“Com’e’ andata?” le chiese con compassione.
Teresa era cosi’ stanca che non poteva rispondere, si era tolta le grosse scarpe e si stava massaggiando le dita dei piedi.
“Hai visto il Papa?”
“Da molto lontano Gigio, c’era tanta folla.”
“Sai chi e’ venuto a trovarmi?”
Teresa lo guardo’ stupita, solitamente non veniva mai nessuno in quella casa a fare visita.
“E’ venuto il Papa in persona, ha mangiato con me e abbiamo chiaccherato per tanto tempo.
Teresa stava per chiedergli se la stesse prendendo in giro, ma sapeva che Gigio, in vita sua, non aveva mai detto una bugia.
“Abbiamo bevuto insieme un bel goto de vin”, aggiunse sorridendo Gigio.
“Ah” disse Teresa.
Per fortuna La moglie era una santa donna e non aveva mai detto una parolaccia in vita sua. Era anche la signora piu’ educata della valle del cadore. Per fortuna, altrimenti, quella volta la’, avrebbe tirato una bestemmia.
Questa vicenda, riportata dai giornali, e’ avvenuta domenica 12 luglio del 1987, nelle splendide montagne venete tanto amate dal Papa.
Adesso Gigio e’ morto, e se la spassa molto bene, perche’, in paradiso,  ha come amico uno che e’ diventato santo.

- Pier Angelo Piccolo-


giovedì 27 giugno 2019

I fratelli Puddu




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I FRATELLI PUDDU
(PUDDU BROTHERS)
di Pier Angelo Piccolo
“Dobbiamo imparare a
vivere insieme
come fratelli o periremo
insieme come stolti.”
Martin Luther King




Nel mio giro attorno al Mondo, alla ricerca degli italiani piu’ strani e particolari, ero arrivato al confine tra U.S.A. e Canada e proprio nel luogo in cui un ponte unisce i due grandi paesi: e’ detto “dell’Arcobaleno” o “Rainbow Bridge”, scavalca con un salto il grande fiume dalle acque tonanti, come lo chiamavano gli antichi abitanti, indiani americani di una tribu’ particolarmente fiera e combattiva.
La campata unica sorge proprio sopra le cascate del Niagara e, da li’, e’ concessa la vista di quel semicerchio di luce naturale dai mille colori, che sovrasta le immense cateratte e puo’ togliere il respiro ai piu’ sensibili. E’ una visione unica e soffocante.
La sensazione che provai, allora, fu troppo piacevole, allora decisi di fermarmi due giorni in un paesino piccolo, chiamato Chippawa, prima di riprendere la strada, il mio cammino, verso Toronto e verso il Nord.
Si trattava di uno strano villaggio, affascinante, sulle sponde del Welland River, tra case graziose e fiorite, ognuna col suo pontiletto privato in cui ormeggiare la propria imbarcazione o scendere le scalette per fare un bagno.
Fui ospite del Reverendo Garland, un ometto piccolo ed elegante - con occhiali dorati e un foulard al collo - nel suo abito religioso; di mezza eta’, gentile e dal viso simpatico, mi mise a disposizione un comodo locale dove non mancava nulla, vicino alla chiesetta.
Nel pomeriggio, mi chiamo’ a conversare, assieme ad alcune vecchie e dolci signore fedeli, nel suo studio, situato in una stanzetta piena di libri dietro all’altare. Prendemmo il te’ insieme, mentre tutti mi ponevano domande sui miei viaggi e sui miei numerosi incontri di italiani all’estero. Parlai moltissimo, poi andai, con il Reverendo, a passeggiare lungo le sponde del Welland River, da dove si intavedeva il pennacchio formato, non troppo lontano, dalle cascate.
La sera fui invitato, sempre su insistenza del simpatico Reverendo , ad un grande gala’, che si teneva al “Club Italia”: il raffinato ed elegante luogo di incontro e Cultura per tutti i paesani che vivono e lavorano in queste terre. Terre di uva, pesche e altri meravigliosi frutti della natura.
Quella volta ci fu un pranzo luculliano, preparato da mani, sapienza culinaria, buon gusto e menti italiane.
Fui invitato a sedere al posto d’onore, comodamente “co le gambe soto ea tola”, come si dice dalle parti nostre, proprio vicino al Sindaco, anch’Egli di antiche ed esibite origini italiane.
Era da tempo infinito che non cenavo cosi’ piacevolmente, forse da quando mancavo dal mio paese, essendoci parito da molto, forse anche di piu’.
Un peperoncino abruzzese, fortissimo, offerto per antipasto, mi apri’ lo stomaco prima della cena, e una bottiglia di vino bianco frizzante, freschissimo, etichetta “Prosecco di Treviso”, decisamente migliore dello Champagne, anche per la valutazione di intenditori e sommelier internazionali, bagno’ le pietanze.
Alla fine della grande abbuffata, una enorme e saporita porchetta troneggiava su un tavolo sontuoso, imbandito e coperto da una tovaglia bianca, come si usa a casa nostra, appoggiata su un vassoio d’argento. C’erano coltelli e c’erano piattini e altri bicchieri alla bisogna. Chi voleva aprofittare e servirsi, era accontetato.
Ma io ero gia’ troppo sazio. Mi accontentai del” tiramisu’”, un buon dolce fatto in casa dallo chef gustandoci, assieme, un bicchierino di limoncello. Sperando in Dio, se possibile, di poter digerire il tutto prima di dormire.
Tra i tantissimi invitati, quella sera, trovai, inaspettatamente, un mio vecchio amico, l’ultima persona che mi sarei aspettato di rivedere. Si dimostro’ subito felice di avermi incontrato, mi abbraccio’ e si commosse. Mi prese per un braccio e mi porto’ dall’altra parte del grande salone delle feste del Club Italia, ci sedemmo su due comode poltroncine all’angolo del caminetto acceso. Un cameriere ci porto’ un drink e iniziammo a parlare di noi. Andammo avanti tutta la sera, ma lui non mi rivelo’ assolutamente nulla di quel che io avrei voluto sapere.
Si trattava di Puddu, un tipo un po’ strano, un sardo che, tanti e tanti anni fa, aveva prestato il servizio militare assieme a me, nella citta’ di Firenze. Avevamo trascorso un anno insieme, nella caserma di san Gallo, un posto situato in un antichissimo monastero che, poi, divenne un ospedale militare.
A quel tempo antico, questa pratica di prestare un anno della propria vita all’esercito italiano, era ancora obbligatoria, poi venne abolita.
Mi ricordo bene che il mio amico aveva un fratello. I Puddu erano due gemelli, ma gemelli come mai ne avevo visti: praticamente identici. Non gli chiesi come stava e dov’era l’altro, per delicatezza, perche’ la loro storia era molto complicata e preferii non parlarne. Non sapevo come sarebbe stata la reazione dell’uomo e non volevo scoperchiare misteri ormai vecchi di decenni e celati da una fitta nebbia.
Io, quella strana vicenda, la famosa e discussa storia dei Puddu, la venni a conoscere molti anni dopo quel lungo periodo felice del servizio militare.
Fu un giorno di molti anni dopo, all’incirca gli anni ottanta del secolo scorso, che sentii parlare di loro in tutti i giornali e telegiornali e vidi apparire i loro volti e le loro foto in televisione.
Si diceva che, i due fratelli Puddu, identici in maniera eccezionale, erano stati portati in questura per accertare quale fosse l’identita’ dell’uno e dell’altro.
Questo clamore era dovuto ad un solo e terribile motivo, che e’ assai difficile da credere e comprendere e che cerchero’, con difficolta’, di spiegare.
Uno dei due fratelli faceva, di mestiere, la guardia penitenziaria in un istituto di pena, mentre l’altro, che fino a quel momento si credeva fosse disoccupato, venne invece arrestato, inaspettatamente, con l’accusa di essere uno spietato bandito, collegato ad una banda di criminali che rapiva bambini.
Una barbara e orribile pratica che, in quegli anni, veniva spesso utilizzata dai criminali nella nostra povera Italia.
In realta’, quel Puddu lavorava si’ con la banda di rapitori, ma si limitava solo a fare il sorvegliante ai rapiti.
Pensare la stranezza dei gemelli: uno, la guardia carceraria, era stato ingaggiato solo per badare ai detenuti in carcere, l’altro, invece, era pagato per badare alla povera (anche se ricca) e sfortunata gente sequestrata dai criminali.
Eppure, tutti e due si sentivano un po’ come i pastori che badano tranquillamente alle pecore e non alle persone, tutto la’, senza passione e senza morale da rispettare. In effetti, i fratelli svolgevano entrambi lo stesso mestiere, non provando dispiacere alcuno e senza per questo considerarsi illegali o in colpa e continuarono a volersi bene tra loro, evitando di muoversi vicendevolmente alcun rimprovero. Erano, per la loro coscienza obnubilata, solo due pastori e cosi’ continuavano a proclamarsi.
Ma in un bel giorno di Primavera inoltrata, la banda dei sequestratori anonimi, per una bella azione della Benemerita arma dei Carabinieri, venne scoperta, arrestata e fu debellata per sempre. Vennero chiusi in carcere - gli anonimi – tutti e quanti. Compreso persino il fratello Puddu.
Ma la storia vera e propria inizia da ora: fin qui era tutto normale, ordinaria amministrazione per ognuno di noi e in quei tempi bui.
Il caso venne alla luce delle cronache e divenne un affare nazionale, quando si scopri’ che i due fratelli gemelli Puddu - una volta che il rapitore di bambini fu arrestato e condannato a molto tempo di prigione – avevano preso, con gli anni, a scambiarsi facilmente e sistematicamete di posto l’uno con l’altro, dentro in gattabuia.
Impensabile, eppure lo scandalo avvenne in questa nostro bel paese che e’ l’Italia.
Il gioco che avevano congegnato i due gemelli era facile e lo mettevano in pratica quando, nei giorni settimanali di permesso, venivano i parenti dei detenuti a fare visita ai loro poveri galeotti congiunti. In un attimo di distrazione generale, infatti, i due fratelli identici, si scambiavano la casacca poi, il poliziotto prendeva il posto del carcerato e viceversa e cosi’, per molto e molto tempo, uno si godeva la liberta’andando a casa alla sera, anche se di giorno veniva a faticare in carcere a fare il guardiano, mentre l’altro si “riposava” dal lavoro e gli teneva, pazientemente, il posto in gattabuia. E restavano, oltretutto, sempre vicini.
Dicono che fossero cosi’ uguali, che nemmeno la moglie del fratello guardiano capi’mai chi era colui che arrivava alla sua casa e al suo letto, di sera.
Nemmeno mentre faceva l’amore con lui (il cognato), aveva notato la differenza, o almeno cosi’ faceva credere, ma non era difficile non darle torto.
Quando, dopo tanti anni, fu scoperto l’inganno e la questura, i giudici e il direttore del carcere e i giornalisti tentarono di capire chi fosse l’uno e chi l’altro, dovettero arrendersi, perche’ nessuno dei due voleva ammettere la sua vera natura e, visto che non si puo’ condannare, nel nostro paese, un imputato di cui non si ha la certezza dell’identita’, furono lasciati liberi tutti e due.
Anche la guardia carceraria pero’, come era naturale e dovuto per pareggiare il conto, perse il suo posto, visto che la sua identita’ non era certa e non avrebbe potuto continuare a svolgere il suo delicato incarico
Parlai moltissimo e piacevolmente con lui, senza pero’ avvicinare l’argomento, anzi, stando molto sul vago. Alla fine mi abbraccio’ piangendo, lo abbracciai e non ebbi il coraggio di chiedergli chi, in realta’ dei due fratelli, lui fosse.
Anche perche’capii che, quella domanda, sarebbe stata una cavolata gigantesca.
Unica cosa che mi disse, prima di lasciarci per sempre, fu una frase misteriosa: “Caro e vecchio amico, non fidarti mai delle apparenze e non fermarti alla prima impressione.”