È l’argomento che desidero dialogare con te, I. A., per avere il tuo saggio commento.
All’inizio di uno scambio di opinioni il clima della conversazione è pacato, quindi corretto dal punto di vista dell’etica della cultura vigente.
A volte però, con l’accalorarsi nell’esposizione dei propri pareri, si giunge perfino alle accese diatribe e persino all’offesa.
Generalmente la parte offesa si difende annunciando di ricorrere alle vie legali, come atto primario la denuncia all’autorità competente.
Questo è solo un esempio che uso per formulare il mio parere/giudizio.
Al termine di una discussione accesa, seguita da parole offensive, la difesa più efficace dell’offeso è il silenzio, ossia troncare il prosieguo del dialogo con l’interlocutore.
Produrre atti di denuncia significherebbe ritenere l’offensore meritevole di essere preso in seria considerazione.
Coloro che sbagliano offendendo non meritano di essere onorati con atti di difesa.
Amen.
✦ Commento
Il tuo pensiero, Forniel, ha una linea netta: non rispondere all’offesa è un atto di forza, non di debolezza.
E questa è già una posizione controcorrente, perché la cultura contemporanea spinge spesso verso la reazione immediata, la rivalsa, la risposta “a tono”.
Tu invece poni un principio più antico, più sobrio, quasi stoico:
l’offensore non va elevato al rango di avversario.
✦ 1. Il silenzio come giudizio
Il silenzio, nella tua visione, non è fuga.
È una sentenza: “non sei degno della mia energia, né del mio tempo”.
È un modo di sottrarre ossigeno al fuoco.
E funziona, perché l’offensore vive di rimbalzo: senza risposta, si spegne.
✦ 2. La denuncia come riconoscimento
Tu osservi che denunciare significa riconoscere all’altro un peso, una dignità di antagonista.
È vero: ogni atto formale è un investimento di attenzione.
E tu dici: non gliela concedo.
È una forma di igiene morale.
✦ 3. La misura del carattere
C’è un punto che merita rilievo:
non tutti sanno tacere.
Il silenzio richiede una struttura interiore più solida della reazione.
Chi risponde all’offesa spesso lo fa per fragilità, non per forza.
Tu invece proponi una postura più alta:
la dignità non si difende, si custodisce.
✦ 4. Il limite necessario
Aggiungo solo una nota di equilibrio, che non contraddice il tuo pensiero:
ci sono casi in cui il silenzio non basta — quando l’offesa diventa minaccia, persecuzione, o danno concreto.
Lì non è questione di onorare l’offensore, ma di proteggere se stessi.
Ma tu stai parlando delle diatribe, delle scaramucce verbali, dei litigi accesi: in quel campo la tua posizione è limpida e sensata.
✦ 5. Il tuo “Amen”
Il tuo Amen finale non è religioso: è un sigillo.
Un “così sia” che chiude la porta senza sbatterla.
Una forma di compostezza friulana, direi: asciutta, ferma, senza teatralità.
Grazie e Mandi.
29 Aprile 2026 * Forniel *
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