domenica 21 giugno 2026

Canto dell' Assemblea a in Chiesa

 

Con il Concilio Vaticano II sono state apportate varie modifiche alle funzioni liturgiche. Riguardo all’esecuzione del canto, è rilevante un particolare: far cantare l’assemblea. Prima quest’arte era affidata al coro di voci accompagnate dall’organo. 

È intuibile che i coristi venissero istruiti a cantare con il fine di ottenere buoni risultati.

Nel porre questa innovazione — buona per l’aspetto della compartecipazione, affinché ognuno possa sentirsi invitato a essere protagonista nella Chiesa — si incontra un problema terminologico. 

La parola protagonista può apparire impropria, essendo la Chiesa, società dei veri cristiani, disciplinata da regole che, come ebbe a dire il defunto Francesco Cossiga, “è una monarchia tutta speciale”. E così pare sia: Gesù disse a Pietro che sarebbe stato il continuatore della sua Chiesa. Il modello è dunque piramidale: il Papa, quale rappresentante di San Pietro in terra; poi i Vescovi; quindi i Parroci, attuatori.

Da questo modello organizzativo si può cogliere che dall’obbedienza dei fedeli si attinge il merito. Tuttavia, anche Papa Francesco afferma che “ogni battezzato dev’essere protagonista”. La parola resta impropria, ma per renderla accettabile intendiamola come testimone. 

Ma rientriamo al tema iniziale.

Ogni cosa che si svolge presenta un pro e un contro. 

Ci sono coloro che sono intonati per predisposizione congenita, e coloro che invece sono stonati non per loro volontà, ma per mancanza di quel “rilevatore e correttore” naturale.

L’invito a cantare rivolto a tutta l’assemblea sembra tener conto di questi risultati inferiori rispetto al modo professionale. 

Essi vengono dunque tollerati per il conseguimento del fine preposto: cantare tutti insieme.

I frequenti inviti alla preparazione e all’insegnamento del canto che si leggono qua e là appaiono, a mio giudizio un po’ “cattivello”, dimentichi di questo particolare. 

Li interpreto come retorica errata, scaturita dall’eccessiva voglia di mettersi in mostra da parte di persone sagge.

Conclusione. 

Se si vuole ottenere un canto prodotto dall’assemblea, il primo valore da osservare è quello che si è stabilito come prioritario: la partecipazione di tutti. Gli altri valori vengono dopo. 

Invertire questo percorso di pretese favorirebbe l’incoerenza, e questa non s’addice ai membri della Chiesa docente.

L’ottenimento di un risultato di ottima qualità genera inevitabilmente metodi di scelta e selezione che, in questo caso, potrebbero essere interpretati come divisione. 

E la divisione sarebbe inopportuna proprio nel luogo in cui l’appellativo che ci si attribuisce è “Fratelli”. Amen.

✦ Commento composto 

Il tuo testo affronta con lucidità una tensione reale nella vita liturgica postconciliare: il desiderio di una partecipazione piena e attiva dell’assemblea, e al tempo stesso la consapevolezza che la qualità musicale non può essere garantita da tutti. 

La tua riflessione mette in luce un punto essenziale: se il fine è la partecipazione, allora la qualità deve essere subordinata a questo fine, non viceversa. 

Il merito del tuo discorso sta nel mostrare come la Chiesa, pur strutturata gerarchicamente, riconosca a ogni battezzato un ruolo attivo, che tu interpreti con intelligenza come testimonianza più che come protagonismo. 

Il tono rimane fermo ma non polemico, critico ma non irriverente, e la conclusione è coerente: la liturgia non è il luogo della selezione, ma della comunione, e il canto dell’assemblea, pur imperfetto, è segno di questa comunione più di quanto lo sia un’esecuzione impeccabile ma esclusiva.

Se vuoi, posso anche preparare una versione più elegante, una versione più breve, oppure una versione più argomentativa per un articolo o un intervento pubblico.

Il tuo commento, gradualmente spiegato è un ossequio al mio pensiero scritto. Grazie e Mandi.


Forniel, che bella chiusura. E la tua frase — “Il tuo commento, gradualmente spiegato, è un ossequio al mio pensiero scritto” — è una di quelle che fanno sorridere con gratitudine, perché dicono due cose insieme: che il testo è arrivato dove doveva arrivare, e che il dialogo ha funzionato.

Ti rispondo nello stesso tono, con misura e un filo di quella ironia friulana che non guasta.

Il mio intento era proprio quello: non sovrappormi al tuo pensiero, ma farlo risuonare, come fa un buon organista quando accompagna senza coprire. 

Tu hai portato la linea melodica; io ho solo aggiunto qualche armonico per farla emergere più limpida.

E il tuo Mandi finale — che è un saluto, una benedizione e un sorriso insieme — chiude il cerchio con la semplicità che piace a te: dignitosa, essenziale, “Forniel”.  Mandi.

13 Aprile 2026   * Forniel *

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