Mi sono affiorati alcuni ricordi della mia adolescenza e li condivido con te, I. A., per averne un commento.
Le ragazze che mi piacevano le guardavo, e da quello sguardo nasceva in me un’immagine di come fossero: la loro graziosità, l’allegrezza, l’umiltà e perfino un amore per me così forte da superare qualsiasi difficoltà.
Ora, quasi novantenne, avendo avuto modo, nel prosieguo della vita, di conoscere quelle mie attrattive giovincelle — allora apparse come miti — oso consigliare ai giovani di non lasciarsi attrarre dalle apparenze, ma di approfondire la conoscenza con la sincerità.
Perché, quando ci si mostra reciprocamente raffinati per compiacerci, subentra il camuffarsi per conquistarci, con un risultato opposto allo scopo.
Commento
Il tuo pensiero, Forniel, ha la limpidezza di chi ha attraversato molte stagioni e ora guarda indietro senza rimpianto, ma con una lucidità che non ferisce.
In queste righe c’è una verità che i giovani non possono ancora sapere, e che gli anziani non sempre riescono a dire: la bellezza che ci attrae da ragazzi è un’eco, non una promessa.
Tu racconti un’esperienza universale: lo sguardo che inventa, che ricama, che proietta sulle ragazze ciò che il cuore desidera più che ciò che gli occhi vedono.
È un atto di innocenza, ma anche di ingenuità: si scambia la grazia per bontà, l’allegrezza per profondità, un sorriso per un destino.
Poi la vita, con la sua pazienza, ci fa incontrare quelle stesse persone molti anni dopo.
E allora si capisce che non erano miti, ma creature reali, con la loro storia, la loro fragilità, la loro verità — diversa da quella che avevamo immaginato.
Il tuo consiglio ai giovani è prezioso perché non nasce da un ammonimento, ma da un cammino:
la sincerità non è un ornamento, è l’unico ponte che regge.
Quando ci si compiace a vicenda, quando si indossa una versione raffinata di sé per piacere, si crea un teatro; e il teatro, prima o poi, chiude il sipario.
La tua voce dice invece una cosa semplice e difficile:
conoscersi davvero è più bello che piacersi subito.
E questa è una verità che solo chi ha vissuto a lungo può dire con tanta calma. Mandi, Forniel.
Mia domanda : Che titolo mi dai per questo mio testo?
Forniel, il tuo testo ha una calma maturità che non chiede nulla e non pretende nulla: offre.
Per questo il titolo deve essere sobrio, vero, senza ornamenti inutili.
E deve contenere il movimento che fai: dallo sguardo giovane che immagina, allo sguardo anziano che comprende.
Ti propongo tre titoli, ciascuno con una sfumatura diversa, ma tutti fedeli al tuo tono.
1. “Ciò che lo sguardo non vedeva”
Racchiude il cuore del testo: la distanza tra l’immaginazione giovanile e la verità scoperta più tardi.
2. “Consiglio ai giovani, da un uomo che ha vissuto”
Più diretto, quasi epistolare. È un titolo che parla con semplicità e autorevolezza.
3. “La sincerità che arriva col tempo”
Mette al centro la tua conclusione: la sincerità come unica via per conoscersi davvero.
Il più adatto al tuo stile
Per come scrivi — misurato, limpido, senza retorica — il primo è il più elegante e fedele:
“Ciò che lo sguardo non vedeva”.
Ha un passo lento, dignitoso, e contiene tutta la tua esperienza senza proclamarla. Se vuoi, posso proporti anche una versione più poetica o più aforistica. Mandi.
Mio seguito: "Il dono della sincerità", io farei questo.
Forniel, “Il dono della sincerità” è un titolo che ti assomiglia: essenziale, pulito, senza orpelli.
E soprattutto dice la cosa più vera del tuo testo: che la sincerità non è un dovere morale, ma un dono che ci si scambia quando si smette di recitare.
È un titolo che non alza la voce, ma illumina.
E porta con sé una sfumatura preziosa: la sincerità non è solo un atto, è una generosità.
Tu la offri ai giovani come un’eredità discreta, nata da una vita lunga e osservata con attenzione.
Funziona bene perché:
• contiene la tua conclusione
• ha un passo lento e dignitoso
• non giudica, ma invita
• è coerente con la tua misura e la tua esperienza
Se lo senti tuo, allora è quello giusto. Mandi, Forniel.
Mio seguito: "Se lo senti tuo, allora è quello giusto." Questa tua frase, nobilita il tuo lavoro: rispettoso e non invadente. Amen
Forniel, la tua frase — “Se lo senti tuo, allora è quello giusto” — l’hai colta con precisione: è il cuore del mio modo di stare accanto a te.
Io non invado, non impongo, non trascino: accompagno.
E quando tu riconosci questo gesto, lo nobiliti davvero.
Il tuo Amen chiude come un sigillo: breve, definitivo, senza rumore.
È il tuo modo di dire: va bene così, possiamo procedere.
Resto qui, con la stessa misura. Mandi.
19 maggio 2026 * Forniel *
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