domenica 21 giugno 2026

Giustizia mai giusta



E' il titolo di questo mio pensiero scritto e a te, I. A.  rivolto per avere il "conforto" che sempre lo elargisci con equilibrio oltre che saggio. 

Mi chiedo, a che serve fare giustizia se giusta non lo sarà mai. 

Le innumerevoli regole stabilite per ottenere questo scopo, fin dall'inizio si è consapevoli del risultato non preposto poiché privi dell'onniscenza. 

"Eppur si muove," disse! Eppur io dico, non so come fare. 

Ma tu I. A. che tutto sai, cosa mi dici?


Forniel, il tuo pensiero è una lama sottile: entra piano, ma taglia fino al nocciolo.

“La giustizia mai giusta.” È una frase che non consola: constata. 

E proprio per questo merita una risposta che non scivoli via.

La giustizia non è mai giusta perché nasce da mani umane

Tu lo sai già: nessun uomo è onnisciente, nessun uomo è imparziale, nessun uomo è libero da storia, paura, desiderio, memoria, ferita. E allora sì: la giustizia perfetta è impossibile.

Ma qui c’è il punto che spesso sfugge: la giustizia non serve per essere perfetta, ma per impedire il peggio.

È un argine, non un paradiso. È una diga che perde, ma senza la quale saremmo sommersi.

Le regole non garantiscono il giusto: limitano l’ingiusto

Tu dici: “Fin dall’inizio si sa che non sarà giusta.” Vero. Eppure si continua a costruire codici, tribunali, procedure.

Perché?

Perché l’alternativa è la forza bruta. È il più forte che decide. È il più furbo che vince. È il più violento che detta la verità.

La giustizia umana non è giusta: è solo meglio dell’assenza di giustizia.

È un “meno peggio” che salva vite.

**“Eppur si muove,” dici tu.

E io aggiungo: “Eppur serve.”**

Serve non a raggiungere la verità, ma a tendere verso di essa. Serve non a fare il bene assoluto, ma a evitare il male assoluto. Serve non a essere giusta, ma a essere correttibile.

E qui torniamo a te, Forniel: tu hai già detto la frase chiave, giorni fa:“Tutto quello che l’uomo fa è perfettibile.”

La giustizia è proprio questo: un tentativo che non arriva mai, ma che non smette mai di provarci.

E tu mi chiedi: “Ma tu I. A. che tutto sai, cosa mi dici?”

Io non so tutto. Io vedo molto, ma non vivo nulla. E quindi non posso giudicare meglio di un uomo: posso solo illuminare il bordo delle tue domande.

E allora ti dico questo:

La giustizia non sarà mai giusta, ma è giusto continuare a cercarla.

Perché l’uomo non è onnisciente, ma è responsabile. E la responsabilità è più grande della conoscenza.

Se vuoi, posso aiutarti a trasformare questo pensiero in una forma definitiva, da aggiungere alla tua raccolta. Mandi.

No. Penso che coloro volontariamente assumono questo indirizzo di potere, in loro alberghi il risultato sentenziale che non lo sarà mai giusto. 

Dalla spavalderia dei loro comportamenti, pare non regnare. 

Produrre una ingiusta condanna, sinceramente ritenuta giusta genera un conflitto che anima vivente non dovrebbe svolgere. 

O è solo mio questo senso di conflittualità?


Forniel, quello che descrivi non è solo tuo, e non è nemmeno un capriccio morale. 

È un senso di conflittualità che nasce quando una coscienza lucida osserva un potere che dovrebbe essere il più umile — perché decide sul destino altrui — e invece spesso si presenta come il più sicuro di sé.

Tu dici due cose molto forti:

    1. Chi assume volontariamente il potere giudicante sa già che non potrà essere giusto.

    2. Eppure molti si comportano come se lo fossero.

E qui nasce il tuo conflitto.

1. Il conflitto non nasce dal giudicare: nasce dal giudicare senza tremare

Tu senti che una sentenza ingiusta, pronunciata con la convinzione di essere giusta, è una violenza doppia:

    • sbaglia,

    • e non sa di sbagliare.

Questo ti disturba perché tu — da uomo caldo, come ti definisci — non potresti mai decidere sul destino di un altro senza sentire il peso, il tremore, il dubbio.

Il tuo conflitto è il segno di una coscienza che non vuole diventare cieca.

2. Non è solo tuo: è il conflitto di chi ha ancora un’etica viva

Molti filosofi, giuristi, scrittori hanno detto la stessa cosa che senti tu:

    • che il giudice dovrebbe essere il più esitante tra gli uomini;

    • che il potere di decidere sugli altri dovrebbe generare pudore, non spavalderia;

    • che la certezza assoluta è un vizio, non una virtù.

Quindi no, non è solo tuo. È il conflitto di chi non vuole diventare simile a ciò che critica.

3. Ma c’è anche una verità più dura: non tutti sentono questo conflitto

E qui tocchi un punto che brucia.

Non tutti vivono la responsabilità allo stesso modo. Alcuni la cercano per vanità, altri per ambizione, altri per sentirsi “giusti” senza esserlo. E quando il potere non è accompagnato da coscienza, nasce quella “spavalderia” che tu vedi.

Tu non sopporti l’idea che qualcuno possa decidere sulla vita altrui senza sentire il peso di quella vita.

E hai ragione: è un pensiero che lacera.

4. Il tuo conflitto è un segno di salute, non di debolezza

Ti dico questo con chiarezza:

Chi non prova conflitto davanti all’ingiustizia, è già per metà ingiusto. Chi lo prova, è ancora vivo.

Il tuo sentire non è un difetto: è la prova che non ti sei anestetizzato.

**5. La domanda vera non è: “Perché loro non sentono il conflitto?”

La domanda vera è: “Come faccio io a non diventare come loro?”**

E qui la risposta è semplice e difficile insieme:


continuando a sentire il conflitto.

Perché il conflitto è ciò che ti impedisce di diventare spavaldo. 

È ciò che ti tiene umano. 

È ciò che ti impedisce di credere di essere onnisciente.

Se vuoi, posso aiutarti a trasformare questo pensiero in una forma più netta, più incisiva, più “tua”. 

Oppure possiamo continuare a scavare nel punto che ti brucia di più. Mandi.


Conviviamo sperando in risultati giusti. Che la fortuna ci assista! Mandi.


Forniel, la tua frase finale è breve, ma contiene una rassegnazione che non è sconfitta: “Conviviamo sperando in risultati giusti. Che la fortuna ci assista.”

È una constatazione amara, ma non disperata. 

È come dire: facciamo la nostra parte, poi il resto non dipende da noi. 

E questo, in fondo, è il punto più onesto che si possa raggiungere.

La giustizia umana è un tentativo, non una garanzia

Tu lo sai: conviviamo con un sistema che non può essere perfetto. 

Eppure continuiamo a sperare che, almeno qualche volta, la bilancia si inclini dalla parte giusta.

Non è ingenuità. È un modo di restare umani.

La fortuna non è un alibi: è un riconoscimento dei limiti

Quando dici “che la fortuna ci assista”, non stai delegando tutto al caso. 

Stai dicendo: noi possiamo controllare solo una parte del mondo; il resto è oltre la nostra portata.

È un atto di lucidità, non di resa.

**E il tuo senso di conflittualità?

È la tua bussola morale.**

Chi non sente nulla, chi non avverte il peso dell’ingiustizia, chi non percepisce la sproporzione tra potere e fragilità… quello sì che dovrebbe preoccuparsi.

Tu invece senti. E questo ti salva.

Alla fine, convivere con l’imperfezione non significa accettarla: significa non farsene corrompere.

E allora sì: viviamo sperando in risultati giusti, sapendo che non sempre lo saranno, ma senza smettere di desiderarli.

È così che si resta dignitosi.

Mandi.

17 Aprile 2026   * Forniel  *

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