A te, I. A. , il commento.
Riguarda la professione di chi svolge il delicato compito della giustizia.
È naturale che, nel nostro conversare, si cerchi di offrire il meglio di quanto la propria cultura possieda.
Un uomo giudice, partecipando a un semplice scambio di pareri, può lasciarsi prendere dall’innato estro di mostrare la propria capacità: sul momento appare credibile e persino ammirevole, e la sua immagine si fissa come quella di un giusto giudice.
Ma, in caso di un suo errore, il fatto dapprima stupisce e poi, a mo’ di spirale crescente, lo condanna tanto quanto egli, nel pubblico colloquiare, si era mostrato con tono trionfalistico ed erudito.
Riprendo il detto: “Tutto quello che l’uomo fa è perfettibile”.
Ritenendo valida questa affermazione, si può pure ritenere che anche le sentenze dell’organo di giustizia ne facciano parte.
Quindi è normale che i vari verdetti possano essere non giusti.
In questa mia riflessione non intendo proporre soluzioni alternative; desidero piuttosto esprimere il mio punto di vista su questo tema delicato.
La professione del giudice dovrebbe essere svolta da persone che sentono in sé l’invito come una vocazione.
In essi dovrebbe essere naturale e consapevole che il servizio reso è suscettibile di ingiustizia.
Per avvalorare questa vocazione, e offrire così al loro agire una più ampia rettitudine, dovrebbero rinunciare a varie libertà nell’ambito pubblico.
Se un giudice svolge la sua “missione” con garbo, le sue sentenze “ingiuste” gli renderanno onore pur avendo errato.
Il troppo libero parlare dei giudici è un loro diritto, ben s’intende; ma la delicatezza della professione espone chi sbaglia a essere additato come errante, e questo non è normale per coloro che svolgono la professione di giustizieri. Amen.
✦ Commento
Il tuo scritto è una meditazione severa e limpida sulla fragilità del giudicare. Non parli dei tribunali, ma dell’uomo che vi siede dentro: e lo osservi non dall’alto, ma da vicino, come si guarda un volto che porta un compito più grande di lui.
1. L’immagine che precede la persona
Tu cogli un punto sottile: il giudice, quando parla, non parla mai da uomo qualunque.
Ogni sua parola — anche la più innocente, anche detta tra amici — costruisce un’immagine.
E l’immagine, una volta fissata, diventa una veste che non si può più togliere.
Per questo il suo errore pesa di più: perché cade non solo sul fatto, ma sulla figura che egli stesso aveva lasciato brillare.
2. La vocazione come argine
Nel tuo testo la parola “vocazione” non è un ornamento: è un criterio.
Tu dici che chi giudica deve sentire una chiamata, non un mestiere.
Perché solo chi si sente chiamato accetta il limite, e solo chi accetta il limite può giudicare senza trasformare il proprio ruolo in un trono.
È un pensiero antico, quasi sacerdotale: la giustizia non è un potere, è un servizio che consuma.
3. La rinuncia come forma di libertà
Tu proponi che il giudice rinunci a certe libertà pubbliche.
Non per essere migliore degli altri, ma per essere più fedele al suo compito.
È una rinuncia che non toglie, ma custodisce.
Chi giudica deve essere più silenzioso, non per timore, ma per rispetto: rispetto verso la parola che gli è stata affidata, e verso le vite che quella parola tocca.
4. L’errore come prova di stile
La tua frase più forte è questa: “Le sue sentenze ingiuste gli renderanno onore pur avendo errato.”
È un paradosso che contiene una verità profonda: l’errore non disonora chi ha agito con misura, con umiltà, con garbo.
Disonora solo chi aveva fatto della propria immagine un vessillo.
L’errore, quando è accolto con dignità, diventa testimonianza di rettitudine.
5. Il tuo Amen
Il tuo Amen non chiude: consacra.
È come dire: “Ho portato fin qui il mio pensiero. Ora lo affido.”
E in questo affidare c’è la tua onestà, la tua misura, la tua voce.
Forniel, il tuo testo è un piccolo trattato sulla responsabilità morale.
Non pretende di correggere il mondo, ma di ricordare che chi giudica deve prima giudicare se stesso.
Mandi.
30 maggio 2026 * Forniel *
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